Il secondo impeachment di Donald Trump

Dopo l’approvazione da parte della Camera dei Rappresentanti, Donald Trump è diventato il primo e unico presidente della storia statunitense ad essere messo sotto accusa per due volte. In precedenza, il presidente era infatti già stato sottoposto alla procedura d’impeachment all’inizio del 2020, quando venne accusato di aver fatto pressioni sul presidente ucraino Zelensky affinché aprisse un’indagine nei confronti Biden. In quell’occasione la questione si risolse favorevolmente per Trump, col Senato che votò bocciando il provvedimento. La procedura di impeachment, come nella precedente occasione, è stata avviata dai Democratici in seguito ai fatti di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio, quando un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione al Campidoglio interrompendo la certificazione dell’elezione di Joe Biden come prossimo presidente.

Il secondo impeachment di Donald Trump - Geopolitica.info

La messa in stato d’accusa

La Camera dei Rappresentanti ha approvato la procedura di impeachment con 232 voti favorevoli, di cui 10 provenienti dall’ala repubblicana, e 197 contrari. La questione si è fatta impellente in seguito agli eventi del 6 gennaio e al possibile accostamento di essi al presidente Trump. Già nelle ore successive ai fatti e al voto in aula, alcuni tra i principali esponenti del Partito Democratico avevano fatto riferimento all’ipotesi di mettere in piedi un secondo impeachment. La Speaker Nancy Pelosi non ha infatti atteso troppo e dalle parole è passata ai fatti mobilitando il gruppo democratico alla Camera, dove forte della maggioranza non ha impiegato molto a far passare il provvedimento. Ciò che stupisce di più in questo caso è il numero di 10 deputati repubblicani che si sono espressi favorevoli all’impeachment. Non era mai successo nei precedenti casi di impeachment che un gruppo tanto ampio votasse per la messa in stato d’accusa del proprio presidente di riferimento.

Tra questi 10 spicca, tra gli altri, il nome di Liz Cheney, figlia dell’esponente neocon ed ex vicepresidente Dick Cheney, il quale aveva servito durante gli anni alla Casa Bianca di George W. Bush. La Cheney ha infatti accusato il presidente di aver “incitato la rivolta” aggiungendo che “non c’è mai stato un tradimento più grande da parte di un presidente degli Stati Uniti verso il suo incarico e il suo giuramento alla Costituzione”. Parole molto forti che se pronunciate dal terzo membro in ordini di importanza della leadership repubblicana alla Camera fanno ancora più rumore. L’accusa portata dai democratici è più meno la stessa, cioè di aver “istigato l’insurrezione”.

Lo scenario al Senato

Dopo il passaggio alla Camera ora la palla passa al Senato. Il percorso di impeachment prevede infatti che dopo l’approvazione alla Camera sia necessaria la definitiva conferma al Senato, dove per la rimozione del presidente dall’incarico è necessaria la maggioranza dei due terzi. Questo implica che, allo stato attuale, per rendere l’impeachment effettivo servirebbe il voto favorevole di 17 senatori repubblicani, avendo i Democratici 50 seggi sui 100 totali del Senato. Se nel precedente caso non c’era alcuna possibilità che Trump venisse rimosso, le cose in questo momento appaiono maggiormente opache e complesse. La spaccatura interna al Partito Repubblicano e la lotta fra le anime che lo compongono (come già abbiamo visto nel caso dell’approvazione alla Camera) lasciano aperti spiragli ancora non del tutto chiari.

Secondo il Washington Post, 41 senatori voteranno sicuramente a favore dell’impeachment, mentre 24 si opporranno votando contrariamente. Fra questi due schieramenti che sembrano già essere netti e decisi, se ne contano altri due che lasciano spazi e margini di manovra in entrambi i sensi: 19 senatori si sono detti indecisi o aperti a entrambe le possibilità, mentre i 16 rimanenti non si sono esposti lasciando la loro posizione sconosciuta. Tuttavia, gli occhi di tutti – visto lo stato dell’arte della questione – sono sull’ormai ex leader della maggioranza Mitch McConnell.

Il potente e influente senatore repubblicano del Kentucky il 19 gennaio, in occasione della prima seduta del Senato dopo l’avvio della procedura, si è espresso duramente riguardo l’assalto al Campidoglio. Il senatore nel suo intervento ha detto che “la folla è stata nutrita di bugie” e che i manifestanti “sono stati provocati dal presidente e da altre persone potenti”. Un’accusa che assume contorni ancora più significativi, poiché pronunciata quando a presiedere il Senato sedeva Ted Cruz, senatore del Texas tra i fedelissimi del presidente che anche in seguito all’insurrezione ha contestato la certificazione dell’elezione di Biden rifacendosi alle non provate accuse di brogli elettorali.

Proprio a causa di queste ultime, i rapporti fra McConnell e Trump si erano già logorati a partire dal mese di dicembre. In quel frangente, dopo la certificazione dei grandi elettori, il senatore del Kentucky aveva messo fine a qualsiasi ulteriore illazione riguardo le reiterate accuse di brogli fatte dal presidente riconoscendo per la prima volta la vittoria di Biden congratulandosi con lui. Tuttavia, già nel periodo precedente, McConnell non si era mai esposto riguardo le contestazioni sul voto con i toni del presidente e delle persone a lui più vicine.

Sta di fatto che non è chiaro al momento cosa McConnell deciderà di fare, se spendersi in favore del presidente, se lasciare libertà di coscienza per quanto riguarda il voto o se far valere il proprio peso politico fra i repubblicani per influenzarli a votare contro il presidente.


Quale sarà il mondo dopo Trump?

Per scoprirlo, approfondisci i temi della geopolitica e delle relazioni internazionali, con la XV Winter School di Geopolitica.info


Ha senso l’impeachment a mandato scaduto?

In ogni caso, il voto al Senato arriverà con Biden già insediato e Trump tornato in abiti civili. Questo solleva interrogativi sullo scopo e la legalità del processo.

Lo scopo del procedimento da parte dei Democratici potrebbe riguardare le attività future dell’ormai ex presidente Trump. Più volte il tycoon ha fatto riferimento in maniera più o meno velata alla possibilità di candidarsi nuovamente nel 2024. Inutile dire che la prospettiva non è molto gradita ai Dem. In caso di condanna, infatti, la maggioranza dei senatori potrebbe anche votare per interdirlo a vita da qualsiasi carica federale. Inoltre, se condannato potrebbe perdere molti benefici concessi agli ex presidenti, i quali, in base a una legge del 1958, ricevono una pensione vitalizia, un budget annuale per viaggiare e dei finanziamenti per poter mantenere un ufficio e uno staff.

Guardando ai precedenti questo è uno scenario plausibile. Nel corso della storia, la Camera ha dato avvio alla procedura di impeachment più di 60 volte, esprimendosi favorevolmente alla messa in stato d’accusa per 15 giudici federali, un senatore, un segretario e tre presidenti. Fra questi, 8 giudici sono stati rimossi e 3 di loro sono stati interdetti dalla carica che avevano in quel momento. L’ultimo nel 2010, quando il giudice federale di New Orleans Thomas Porteous venne rimosso e interdetto.

Va comunque precisato che la legalità di un processo di impeachment al Senato dopo che un presidente ha lasciato l’incarico è una questione aperta, mai verificata in tribunale. Molti dei senatori repubblicani che hanno già dichiarato di essere contrari all’impeachment hanno fatto riferimento ad un’ipotetica incostituzionalità del procedimento, visto che i poteri presidenziali di Trump al momento del voto saranno già scaduti da un po’ di tempo. Una linea rada ma coerente di impeachment non presidenziali in passato, suggerisce tuttavia che il Senato ha l’autorità legale per processare Trump anche dopo la fine del suo mandato. Ma sarà da verificare.

Altro discorso riguarda poi la tempistica. Infatti, non è chiaro ancora quando si svolgerà il processo. Nancy Pelosi non ha detto pubblicamente quando invierà l’articolo di impeachment al Senato. Una volta che ciò accadrà, tutte le altre attività della Camera generalmente si interromperanno a meno che non ci sia un accordo per svolgere altri compiti. Biden stesso ha lasciato intendere che non vuole sentir parlare di ritardi riguardanti l’azione legislativa, a partire dal piano da 1.900 miliardi per affrontare la pandemia. Il neo presidente ha quindi invitato le parti interessate ad agire velocemente e senza tralasciare l’agenda legislativa, portando avanti contemporaneamente tutte le questioni sul tavolo se necessario.

Damiano Mascioni,
Geopolitica.info