Il ruolo delle pandemie nella geopolitica

In questi giorni la pandemia scatenata dal coronavirus ha portato i maggiori esperti in ogni campo ad interrogarsi su quali saranno gli effetti del virus sul futuro a breve, medio e lungo termine. Ovviamente l’impatto della pandemia dipenderà moltissimo dall’evoluzione del virus stesso e la difficoltà, se non l’impossibilità, nel prevedere tali sviluppi rendono ogni previsione passibile di errore, anche grave. È tuttavia nostro compito avanzare delle ipotesi fondate su possibili scenari alternativi o sui precedenti storici, recenti e non. Obiettivo di questo articolo è quindi esaminare, seppur brevemente, l’impatto delle principali pandemie nell’ambito delle relazioni internazionali. 

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La storia del mondo è costellata di epidemie che hanno contribuito, in alcuni casi, ad alterare il corso degli eventi e a modificare drasticamente il sistema internazionale vigente. Uno dei primi casi documentati è la pestilenza (anche se più probabilmente si trattò di tifo) che colpì Atene nel 430 a.C. e descritta da Tucidide nel suo libro “La guerra del Peloponneso”. Nonostante l’impatto dirompente che il morbo ebbe sulla città e sulle migliaia di morti che causò, tra cui anche quella di Pericle, il più grande statista ateniese, non fu comunque sufficiente ad alterare le sorti del conflitto appena iniziato e che si sarebbe protratto fino al 404 a.C. 

Più significative furono invece le conseguenze che ebbe la peste di Giustiniano che sconvolse l’impero bizantino del VI secolo. Il numero di morti fu così elevato che secondo alcune stime più di un terzo della popolazione del Mediterraneo fu sterminata. Le campagne trionfanti di Giustiniano I il Grande contro gli ostrogoti, infatti, non poterono nulla contro il morbo incurabile. Questo comportò un calo drastico nella popolazione dell’impero, che si trovò così di nuovo facile preda dei barbari non appena Giustiniano venne a mancare. Ciò comportò il tramonto definitivo di ogni possibile rinascita dell’impero romano e l’inizio del Medioevo

La pandemia più nota di tutti i tempi resta tuttavia quella che sconvolse l’Europa a partire dal 1347 e che divenne nota come la peste nera. Il costo elevatissimo in termini di vite (si stima intorno ai 20 milioni di morti, ovvero più di un terzo della popolazione europea di allora) portò ad un nuovo cambio di paradigma nella società dell’epoca, questa volta però in positivo. Il calo demografico rese infatti più prezioso il lavoro di contadini e braccianti, che poterono così ottenere retribuzioni più vantaggiose, le corporazioni furono costrette ad aprire le porte a nuovi membri, piccoli proprietari terrieri ereditarono gli appezzamenti di terra dei loro parenti che non erano sopravvissuti al morbo, arricchendosi così improvvisamente, e molte delle più antiche e nobili casate vennero falcidiate dalla peste. Anche la mentalità e la cultura degli uomini vennero fortemente influenzate dal flagello che si era abbattuto su di loro e che rimise in discussione il rapporto tra Dio e uomo e le certezze della fede. Tutto ciò contribuì ad accelerare la fine della società feudale e gettò le basi per l’avvio della storia moderna e del Rinascimento

L’ultima, forse, delle grandi epidemie che hanno contribuito a modificare profondamente la storia del mondo è quella di vaiolo diffusa dai conquistadores nelle Americhe. Come riporta infatti il biologo e antropologo J. Diamond nel suo famoso libro “Armi, Acciaio e Malattie”, il vaiolo decimò in maniera significativa le popolazioni indigene dell’America Latina, risultando decisivo nella conquista europea del continente e nella successiva colonizzazione. Inoltre, l’oro che confluì nei forzieri spagnoli fu determinante nel rafforzare il ruolo egemonico della Spagna in Europa nei decenni a venire. 

Nei secoli successivi ci furono numerose altre epidemie, incluso un continuo ritorno della peste bubbonica che però, fortunatamente, non eguagliò mai in quanto a virulenza quella del XIV secolo. Solo l’influenza spagnola, avvenuta un secolo fa, è forse paragonabile ad essa per certi aspetti. Si stima infatti che uccise circa 50-100 milioni di persone su una popolazione mondiale di circa 2 miliardi. Nonostante quindi il numero di vittime fosse maggiore in termini assoluti, quello in percentuale fu decisamente inferiore e così anche l’impatto che ebbe nella storia del mondo. Se infatti contribuì ad esacerbare le condizioni di vita di una popolazione già stremata dalla Grande Guerra, uccidendo addirittura più persone dello stesso conflitto, non portò ad un cambio nel sistema internazionale dell’epoca. Come abbiamo visto nei casi precedenti, infatti, perché questo avvenga è necessario che ci sia un calo demografico drastico, nell’ordine di almeno un terzo della popolazione colpita.  

Venendo ai giorni nostri, quindi, è improbabile che il coronavirus possa modificare radicalmente l’ordine internazionale oggi vigente. Nonostante la paura che sta scatenando e le informazioni ancora scarse che abbiamo a disposizione, è difficile immaginare che possa anche solo avere un tasso di mortalità e di morbosità lontanamente paragonabile a quello dell’influenza spagnola. Guardando infatti alle stime elaborate nel 2017 da Madhav e altri per la Banca Mondiale, possiamo vedere come la probabilità annuale che una pandemia di influenza raggiunga o superi il tasso di mortalità globale della pandemia di influenza spagnola del 1918 (111-555 decessi per 10.000 persone) è inferiore allo 0,02 percento. Sebbene il coronavirus sia diverso dal virus dell’influenza, ci si possono ragionevolmente attendere valori non troppo differenti o, addirittura, inferiori dato che, secondo gli stessi autori, il virus dell’influenza è l’agente patogeno che ha le probabilità più elevate di causare una grave pandemia. 

Questo ovviamente non significa che il coronavirus vada sottovalutato o debba essere preso alla leggera, soltanto che è assai improbabile che possa causare un numero così elevato di morti da costituire un vero e proprio spartiacque nella geopolitica globale.