Il ruolo delle infrastrutture nella geopolitica del continente africano. Pechino e Bruxelles alla ricerca di influenza

Dalle antiche vie romane che univano il vasto impero, alle rotte navali che collegavano il vecchio e il nuovo mondo, fino al muro che divideva Berlino in due: i grandi progetti infrastrutturali hanno sempre avuto un ruolo cruciale nelle dinamiche della storia. In un mondo in trasformazione, dove la crescente multipolarità e interdipendenza economica stanno cambiando le dinamiche globali, gli investimenti nel campo delle infrastrutture sono diventati uno strumento geopolitico a tutti gli effetti. Oggi il nesso tra connettività e geopolitica è più che mai visibile e internazionalmente riconosciuto, specialmente dopo il lancio dell’ambizioso progetto della Belt and Road Initiative (BRI) nel 2013. Nella dimensione infrastrutturale delle dinamiche di potere contemporanee, l’Africa rappresenta un teatro di competizione caratterizzato da una carenza cronica di infrastrutture, un vasto potenziale economico inespresso e un alto tasso di rischio per gli investimenti.

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Ciononostante, il continente esercita una particolare attrazione sia sui donatori tradizionali sia su quelli emergenti, i quali cercano di aumentare la loro influenza sulla regione attraverso i finanziamenti alle infrastrutture dell’Africa di domani.

Africa Sub-Sahariana, tra carenza infrastrutturale e sfide demografiche

L’African Development Bank ha stimato il fabbisogno di capitale per le infrastrutture del continente tra i 130 e i 170 miliardi di dollari l’anno, mentre al momento gli investimenti si aggirano intorno ai 68 e i 108 miliardi. La carenza di infrastrutture adeguate rimane, infatti, un grave ostacolo allo sviluppo economico della regione e rappresenta quindi un florido terreno per negoziare con i governi africani, spesso troppo indebitati per finanziare alcuni cantieri strategici per le economie nazionali. Il continente non è riuscito fin qui a sfruttare il vantaggio competitivo di una forza lavoro giovane, abbondante ed economica poiché la scarsità dei collegamenti e un’inaffidabile rete elettrica alzano vertiginosamente i costi di produzione per le aziende. Ad oggi, ancora molte economie della regione dipendono dalla produzione ed esportazione di materie prime, settori ormai noti per dare poco slancio in termini di sviluppo economico. I governi africani, consapevoli dell’essenzialità delle opere infrastrutturali per l’industrializzazione dei loro paesi, hanno accolto il rinnovato interesse internazionale nell’ambito delle infrastrutture sub-sahariane e ad oggi la regione presenta un notevole dinamismo in termini di finanziamenti e progetti, con la presenza di svariati attori tra cui però svettano l’Unione Europea (e gli stati membri) e la Cina.  Inoltre, la prospettiva di una crescente spinta demografica, che porterà l’Africa a raddoppiare la sua popolazione, crea ulteriori pressioni sul fragile assetto infrastrutturale della regione, che sarà chiamata ad affrontare le sfide legate al trasporto, l’energia e l’urbanizzazione. Il successo dell’Africa nel gestire e sfruttare queste sfide a suo favore avrà ripercussioni anche fuori dai confini del continente, specialmente sui flussi migratori verso l’Europa che occupano un ruolo di spicco nella gerarchia delle priorità europee.

La Cina, le complementarità economiche e la ricerca di influenza alla base degli investimenti

Nell’ultimo decennio, la Cina ha puntato molto sulla connettività: prima come forza trainante per la crescita interna e più recentemente come strumento di politica estera. Con una spesa per le infrastrutture pari al 7% del suo PIL, contro il 2% europeo e l’1% statunitense, Pechino ha plasmato la sua immagine internazionale di finanziatore di infrastrutture, specialmente nell’Africa Sub-Sahariana. Le relazioni commerciali Sino-Africane sono cresciute con costanza e intensità negli ultimi anni, accompagnate da una significativa espansione dell’assistenza economica alla regione. La Cina e l’Africa sub-Sahariana presentano evidenti complementarità economiche nel campo delle infrastrutture, favorite da un generale clima di fiducia nella cooperazione tra paesi emergenti. Se da una parte la regione subsahariana presenta una domanda cronicamente insoddisfatta di opere infrastrutturali e credito per finanziarle, dall’altra la Cina ha accumulato enormi riserve finanziare ed è diventata un leader nel settore delle costruzioni, in particolare in ambito civile.  Inoltre, la Cina sta cercando da tempo di gestire il problema della sovraproduzione di acciaio, causato principalmente dal forte schema di incentivi governativi per l’autonomia nazionale del settore, il rallentamento della crescita domestica e la crisi finanziaria del 2008.  I cantieri in Africa prospettano di risolvere il problema della sovraccapacità produttiva cinese e allo stesso tempo forniscono una via per aumentare l’influenza di Pechino nella regione, sfruttando anche un generale clima di insoddisfazione verso i paradigmi occidentali. Il modello di cooperazione promosso dalla Cina si pone in contrasto con quello dei donatori tradizionali, caratterizzato dai flussi ODA (Official Development Assistance) e da una relazione subalterna tra donatore e ricevente. Il governo cinese sfrutta strumenti economici più ibridi e dalle condizionalità politiche meno stringenti, avanzando nella regione un nuovo modello di cooperazione basato sulla narrativa di un partenariato tra uguali e una win-win strategy. Utilizzando il finanziamento di infrastrutture, la Cina mira a facilitare gli affari e a canalizzare gli investimenti e i prestiti commerciali, aumentando così la sua influenza sulla regione. Nonostante la presenza dei donatori emergenti nel territorio sia generalmente sovrastimata nei media, anche per la poca trasparenza dei dati cinesi in materia, l’ingresso di Pechino come attore influente nel panorama dello sviluppo e delle infrastrutture ha certamente creato un nuovo clima di competizione con attori di più lungo corso in Africa, come l’Unione Europea.


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L’Unione Europea, modernizzare i finanziamenti ma con attenzione alla stabilità socioeconomica

I progetti per le infrastrutture hanno un ruolo chiave nelle relazioni tra l’Unione Europea e l’Africa Sub-Sahariana. Nelle linee guida per la nuova commissione nel 2019, Ursula von der Leyen ha spinto per una Strategia Comprensiva per l’Africa, ponendo l’accento anche sulla necessità di un dialogo continuato e solido sulla cooperazione nel campo della connettività, dell’energia e dei trasporti. Le recenti dinamiche infrastrutturali nella regione hanno riacceso l’interesse europeo: se da una parte la Commissione ha riconosciuto il potenziale dei finanziamenti di attori come la Cina, dall’altra il nuovo modello di finanziamento alle infrastrutture rischia di minare la stabilità socioeconomica dei paesi beneficiari e gli interessi europei. L’UE ha modernizzato negli ultimi anni la propria politica di cooperazione in materia di investimenti per le opere strategiche, promuovendo un modello maggiormente concentrato sull’uso della blended finance, nel tentativo di riuscire ad orchestrare meglio il coinvolgimento di attori sia pubblici che privati. Il nesso tra i donatori emergenti, in particolare la Cina, e il crescente interesse per nuovi strumenti finanziari è stato riconosciuto anche dalla Commissione, la quale ha affermato che “diversi fattori hanno contribuito all’emergere di tale fenomeno, tra cui i cambiamenti relativi ai fornitori di finanziamenti per lo sviluppo”.  Nel 2007 la Commissione ha lanciato l’EU-Africa Infrastructure Trust Fund, tramite cui sono stati realizzati 86 progetti infrastrutturali per un finanziamento globale di 763 milioni di euro, mostrando un andamento positivo dell’esborso netto nel corso degli anni. Le più recenti iniziative sponsorizzate dall’Unione di una Transport Task Force e un Single African Air Transport Market, vanno a completare il quadro degli sforzi europei per la promozione di una rete di infrastrutture coordinata, sostenibile ed efficace. Nonostante gli stati membri e gli organi europei rimangono i principali attori geoeconomici nell’Africa sub-sahariana, l’emergere di donatori non-tradizionali nel campo degli investimenti infrastrutturali mina la credibilità delle loro politiche di sviluppo e la loro influenza, oltre che indebolirne il potere normativo nell’ambito del rispetto dei diritti umani e degli obiettivi di sostenibilità.

Arianna Colaiuta,
Geopolitica.info