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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl ruolo dell’acqua nel conflitto israelo-palestinese

Il ruolo dell’acqua nel conflitto israelo-palestinese

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Secondo diverse ricerche, il consumo mondiale di acqua potabile è destinato a quasi raddoppiare nei prossimi 20 anni. Per questo motivo l’acqua viene da molti studiosi denominata “oro blu”, definizione che da un lato ne sottolinea l’importanza per la vita umana, ma dall’altro mette in luce come essa stia diventando per alcuni una fonte di ricchezza sempre maggiore.

Secondo l’ex segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, l’accesso all’acqua probabilmente diventerà la maggior causa di conflitto nel XXI secolo, in particolare per quei paesi che, per difficoltà economiche e a causa del riscaldamento climatico, vedranno sempre più diminuire le proprie risorse idriche. C’è però una regione in cui quella per l’acqua rappresenta una battaglia già da oltre settant’anni. Quella zona è il bacino idrico del Giordano, conteso tra Palestina e Israele fin dalla nascita di quest’ultimo nel 1948. 

Israele e Palestina hanno in comune due fonti d’acqua principali. La prima è la falda acquifera montana che si sviluppa dal Mar Morto e la Valle del Giordano a est, al confine orientale della fascia costiera a ovest. Questa fonte fornisce circa un quarto del fabbisogno idrico di Israele e quasi tutta l’acqua ricevuta dai palestinesi in Cisgiordania. La seconda fonte condivisa è il fiume Giordano. Il fiume Giordano è alimentato dai corsi d’acqua provenienti dal monte Hermon, sulle alture del Golan. Questa fonte fornisce circa un terzo del fabbisogno di acqua di Israele e rifornisce anche il Libano, la Giordania e la Siria, ma non i palestinesi. 

La storia

Si fa risalire l’origine dello scontro per l’acqua agli ultimi decenni del XIX secolo, quando il movimento sionista sancì l’importanza strategica dell’acqua per lo sviluppo del futuro Stato Ebraico. I conflitti veri e propri iniziarono nel 1948 quando il neonato Stato d’Israele inaugurò un piano per la costruzione di un immenso canale, noto come National Water Project, con lo scopo di deviare il corso del fiume Giordano per rifornire d’acqua la zona arida del deserto del Negev. Il progetto, che mirava anche a rafforzare la presenza israeliana in quella zona, suscitò l’ostilità dei limitrofi paesi arabi. Nonostante l’intervento americano per mediare un compromesso, non si giunse mai a un accordo tra i diversi paesi per la spartizione delle risorse idriche della regione. I diversi attori regionali proseguirono così in proprio i progetti idrici e nel 1964 Israele terminò la costruzione dell’imponente acquedotto nazionale, il National Water Carrier. Questo acquedotto preoccupò i governi arabi, che decisero di dare il via a progetti analoghi. La situazione si fece sempre più tesa: così, quando nel 1967 la Siria, su spinta del presidente egiziano Nasser, decise di procedere con un intervento per dirottare le acque dei due fiumi Hasbani e Banias, riducendo la portata del Giordano (e sottraendo quindi acqua a Israele), Israele reagì  colpendo con raid aerei le installazioni nei pressi dell’area di deviazione del fiume. 

Fu però la guerra dei Sei Giorni a mutare i rapporti nella distribuzione idrica della zona. Da questo conflitto infatti, Israele ottenne il controllo delle alture del Golan e della Cisgiordania e, con esse, di tutte le risorse idriche della Palestina. Da allora la situazione non è di molto mutata. Israele dispone tutt’oggi del controllo del Giordano. Nel tempo, la percentuale di terreni agricoli che i contadini palestinesi riescono a irrigare è diminuita dal 25% del 1967 a circa il 5% attuale. 

Il tema dell’acqua torna al centro del dibattito con i negoziati di pace. Gli accordi di Oslo del 1993 avevano portato all’instaurazione Palestinian water Authority (PWA), un’autorità preposta a gestire le risorse idriche nel futuro stato palestinese. Gli Accordi di Oslo riconoscevano il diritto dei Palestinesi all’acqua, ma rinviavano una discussione sul tema ad accordi successivi.  Nel 1995, gli Accordi di Taba (anche noti come Accordi di Oslo II) istituiscono la Joint Water Committee, un ente congiunto tra palestinesi e israeliani per discutere della spartizione dell’acqua della falda montana. L’accordo prevede una quota dell’80% di acqua della falda assegnata agli israeliani e solo il 20% ai palestinesi. Questa soluzione, che attribuiva al PWA il controllo idrico di Gaza e di una porzione ridotta della Cisgiordania, stabiliva anche che la compagnia nazionale idrica israeliana, Mekorot, avrebbe venduto ai palestinesi circa 30 milioni di metri cubi di acqua all’anno. Dopo il 1967, questa compagnia aveva iniziato a costruire una possente rete idrica nei territori occupati, per rifornire i futuri insediamenti israeliani. 

Tutta l’impalcatura degli accordi di Oslo era di carattere transitorio perché rimandava le discussioni definitive alla fase finale delle trattative. L’idea era quindi di dar vita ad accordi di breve termine che poi sarebbero stati ridiscussi con la definizione ufficiale dei confini tra i due stati. Il fallimento degli accordi di Oslo e delle prospettive di pace mutano però il quadro. Ad oggi, le quote di distribuzione dell’acqua non sono ancora state ridiscusse in senso favorevole ai palestinesi ma, anzi, si sono ulteriormente ridotte. 

La situazione peggiora dal 2002 con la costruzione del Security Fence, un muro di oltre 700 km per dividere i confini israeliani da quelli palestinesi nella Cisgiordania. La costruzione del muro, che coincide per solo il 20% con la linea verde (il confine di demarcazione sancito dall’armistizio del 1949), ha permesso di inglobare ulteriori risorse idriche della regione, allontanando alcuni terreni agricoli palestinesi dai pozzi di cui avrebbero bisogno. Questo ha rischi molto concreti sull’agricoltura palestinese: i contadini palestinesi, infatti, necessitano di ottenere un permesso come “visitatori” dalle autorità israeliane” per accedere ai loro terreni agricoli e alle risorse idriche nella “Seam Zone”, la zona cuscinetto tra la linea verde e il muro. La rigidità dei meccanismo d’accesso, così come l’orario limitato dei permessi, incide in maniera drammatica sulla produttività agricola della zona.  

Le conseguenze sui palestinesi 

La conseguenza pratica è una totale iniquità nella distribuzione delle risorse idriche. Pur essendo la popolazione palestinese metà di quella israeliana, dispone sono del 10-15% delle risorse disponibili. Gli israeliani consumano in media 280 litri al giorno, i palestinesi solo 70. 

Tra il 25 e il 40% dell’acqua totale utilizzata da Israele proviene dalla Cisgiordania. Israele consuma 1’82% dell’acqua della Cisgiordania, mentre i palestinesi ne usano solo tra il 18 e il 20%. I coloni israeliani che vivono in Cisgiordania consumano circa 350 litri al giorno pro capite contro i 70 – anche se con punte negative che arrivano ai soli 20 – dei palestinesi (va ricordato che l’Oms raccomanda un utilizzo di circa i 100 litri per persona al giorno per mantenere i giusti livelli d’idratazione e d’igiene). Amnesty International stima che circa 180.000-200.000 palestinesi che vivono in comunità rurali non hanno accesso all’acqua corrente. Molto spesso anche città e villaggi collegati alla rete idrica rimangono privi d’acqua, specialmente nei mesi estivi e di maggiore siccità. Il razionamento dell’acqua è all’ordine del giorno, con residenti che ricevono acqua solo un giorno ogni uno o due settimane. 

Questo ha conseguenze sia sulla qualità della vita dei palestinesi che sull’economia della zona. Molti palestinesi sono costretti a sopperire da soli alla carenza d’acqua rifornendosi o dalla ditta Mekorot o da autobotti mobili, che offrono acqua a un prezzo molto più alto, il che incide significativamente sull’economia familiare dei palestinesi. 

La zona maggiormente colpita dalle iniquità è l’area C (che costituisce circa il 59% dei territori della Cisgiordania, con 150mila palestinesi residenti e 326mila coloni), ovvero i territori palestinesi dove sono situati gli insediamenti israeliani, di fatto controllati dall’autorità civile e militare israeliana. 

In area C solo 16 villaggi su 180 sono collegati alla rete idrica, ma non alle fonti, bensì alla rete Mekorot che durante i periodi di maggiore stress idrico arriva a diminuire la fornitura d’acqua anche del 40% . In questa zona si registrano livelli di consumo d’acqua bassissimi, molto spesso inferiore ai 20 litri al giorno. 

Nella Striscia di Gaza, invece, l’unica risorsa d’acqua è costituita dalla falda acquifera costiera che risulta insufficiente a rispondere ai bisogni della popolazione. A causa del suo eccessivo utilizzo negli anni, la falda ha subito infiltrazioni dalle vicine acque marine e acque di scarico, con il risultato che oggi il 90-95% della sua acqua è contaminata e inadatta al consumo umano. Gli abitanti della Striscia di Gaza sono perciò costretti a comprare acqua da soggetti privati. La Striscia di Gaza rappresenta una delle maggiori aree al mondo di stress idrico, con conseguenti problemi igienico-sanitari. 

Conclusione 

I recenti scontri tra Hamas e il governo d’Israele hanno riportato all’attenzione internazionale il mai sopito conflitto israelo-palestinese. Un conflitto che non si compone solo di guerre combattute sul campo, ma anche di strategie di esclusione e di sistematica violazione dei diritti. In termini di gestione delle risorse idriche, lo stato d’Israele viola il diritto internazionale. Stando a quest’ultimo infatti, in quanto forza occupante a Israele spetta l’autorità sull’area occupata e le sue risorse, ma non la sovranità sulle stesse. Ciò significa che le sarebbe vietato attuare politiche permanenti nel territorio, a meno che queste non siano a favore della popolazione. E’ indubbio che oggi ciò non avvenga e che esista una disparità intollerabile nell’accesso all’acqua dei due popoli. L’auspicio è che, in questo campo come in altri, possa tornare a valere – veramente – il diritto internazionale. 

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