Il ruolo della Turchia nella questione energetica mediterranea

Le recenti tensioni tra la Marina Militare greca e quella turca nelle acque ad Est dell’isola di Rodi e la determinata risposta del Presidente della Repubblica di Francia, Emmanuel Macron, sulle azioni espansive della Turchia, ribadiscono la centralità della questione mediterranea negli attuali scenari di politica internazionale. Ma cosa si cela dietro questo ennesimo episodio di “confronto-scontro” navale che vede protagonisti i turchi? Perché la Turchia mostra questa particolare aggressività nello spazio centro orientale euromediterraneo? Gli interessi in gioco sono diversi sia di carattere geopolitico, sia di carattere economico. Ci soffermiamo sul tema energetico, che è fortemente caratterizzante della fase attuale di confronto internazionale nell’area mediterranea e degli episodi che hanno visto protagoniste le forze navali turche e quelle di altri Paesi.

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Il 9 febbraio del 2018 la Marina Militare turca impedì alla nave perforatrice italiana Saipem 12000, l’accesso verso le acque cipriote per prendere posizione in una delle ZEE (Zone Economiche Esclusive), dove l’ENI aveva ricevuto la concessione dalla Repubblica di Cipro per l’avvio delle perforazioni in uno dei 5 blocchi offshore, in cui la nostra Oil Company è operatore primario nella ricerca di gas naturale. A seguire altri situazioni si sono manifestate con le stesse modalità: nel dicembre 2019, sempre nelle acque cipriote, fu respinta una nave israeliana per ricerche oceanografiche, mentre alla fine di gennaio scorso, la marina militare francese è intervenuta, su ordine del Presidente Macron, con la portaerei De Gaulle e 6 navi di appoggio, nelle acque del blocco 8 della ZEE cipriota a tutela della concessione di ricerca e perforazione assegnata all’azienda transalpina Total. Una serie di accadimenti che rendono alta l’attenzione in quella specifica area del Mediterraneo; un quadrante marino che negli ultimi sei anni in particolare, ha visto crescere vistosamente il suo valore strategico per la messa in produzione delle crescenti scoperte di giacimenti di metano (operate dalle principali compagnie Oil & Gas internazionali), soprattutto nelle acque territoriali e nelle ZEE di Egitto, Striscia di Gaza, Israele, Libano e Cipro, a cui possiamo aggiungere le consolidate produzioni energetiche della Libia, le cui acque territoriali si estendono ai limiti dello spazio sopraindicato, e i 183 chilometri della costa siriana (importanti per il traffico commerciale marittimo e i terminali petroliferi). Il potenziale di produzione complessivo dell’area marittima sopraindicata, ipotizzato da specifici studi, è di circa 4.000 mld di m3.

Nei prossimi trenta anni, infatti, il gas naturale (nelle intenzioni delle strategie energetiche internazionali) assumerà un ruolo fondamentale nella “giusta transizione”, che porterà alla sostituzione delle fonti fossili ad alte emissioni di CO2 (carbone e petrolio) a favore del pieno utilizzo delle Fonti di Energia Rinnovabile (previsto al 2050). Pertanto essere protagonisti nel controllo dei giacimenti, ma anche delle vie di collegamento e trasporto dalle fonti di approvvigionamento ai mercati europei, potrà significare crescita del potere negoziale dei singoli Stati e ruolo baricentrico negli assetti geopolitici.

Rivendicando la titolarità sulle acque cipriote, accampando il rispetto della sovranità della Repubblica Turca del Nord Cipro (non riconosciuta a livello internazionale); schierandosi a sostegno del governo di Tripoli e di Assad in Siria, il Premier turco Erdogan è entrato pesantemente nella partita del controllo delle riserve individuate nei giacimenti di gas del Mediterraneo orientale. La Turchia non avendo grandi numeri di produzione interna e di riserve dimostrate di petrolio e gas naturale – 55.000 barili/giorno di produzione interna e riserve dimostrate pari a 341.600.000 barili/giorno di petrolio (l’Italia ne ha 487.800.000); mentre per il gas naturale 368.100.000 di m3 di produzione interna e riserve dimostrate per 5.097.000.000 di m3 (Fonte CIA World Factbook 2019) – ha scelto di sfruttare la sua posizione geografica strategica posta al centro delle convergenze delle vie di trasporto del gas naturale provenienti dalla Russia e dai giacimenti caspici dell’Azerbaijan. Entrando nella partita dell’area mediterranea mediorientale, diverrebbe così l’hub principale tra produttori e gli utilizzatori europei. Sul sito del Ministero dell’Energia turco al capitolo “Diplomazia energetica” si delinea con chiarezza la strategia nel settore: “Essendo un attore importante nella regione con la sua vicinanza a un’area geografia ricca di risorse energetiche, il nostro paese agisce con un senso di responsabilità nei confronti sia della sua gente che della regione in cui si trova, essendo consapevole dei vantaggi apportati dalla sua posizione geopolitica. Perché la Turchia, ben oltre la posizione geografica in cui si trova, non è solo un ponte che collega l’est e l’ovest, è anche vettore di energia stabile e sicura nella regione” (dal sito www.enerji.gov.tr/tr-TR/Sayfalar/Enerji-Diplomasisi).  Lo Stato turco ha inoltre consolidato e potenziato una gestione del ciclo energetico con un assetto basato su aziende ben strutturate sul piano tecnico e professionale e in graduale interazione con i principali circuiti internazionale: la TPAO (Turkish Petroleum Corporation), fondata nel 1954 come holding integrata di controllo del ciclo degli idrocarburi. Attualmente, dopo le riforme degli anni ’90, ha la responsabilità esclusiva di tutto il settore della esplorazione, estrazione e produzione di petrolio e gas naturale; controlla la TPIC (Turkish Petroleum International Corporation), società che agisce nell’upstream fuori dai confini nazionali. Nel campo del trasporto (gasdotti e oleodotti), esportazione, stoccaggio, e gestione terminali off shore e portuali, opera la BOTAS (Petroleum and Gaz Pipeline Corporation).

Ma quali sono le principali infrastrutture di trasporto del gas naturale che fanno della Turchia un territorio strategico nello scacchiere internazionale e quali sono invece i progetti che sollecitano l’interesse del protagonismo turco? Alla prima parte della domanda corrispondono: il Blue Stream, che trasporta gas naturale alla Turchia attraverso il Mar Nero dai giacimenti russi; 1.213km di percorrenza con una fornitura di 16 mld di m3/anno. E’ stato realizzato con una compartecipazione italo-russa (ENI-Gazprom); il Turk Stream, inaugurato lo scorso 8 gennaio alla presenza di Putin ed Erdogan, è un gasdotto di 930 km che collega la stazione russa di Russkaya alla parte europea della Turchia, a pochi km dal confine bulgaro, attraverso un lungo tratto off shore nel Mar Nero. E’ costituito da due linee con una capacità annua di 15,75 miliardi di m3 ciascuno. La prima trasporterà il gas in Turchia, mentre la seconda ai Paesi della Penisola Balcanica: Bulgaria, Grecia, Macedonia del Nord e reti di diramazione già programmate con Serbia, Ungheria e Slovacchia. Il Turk Stream è stato posto in alternativa al precedente progetto South Stream, bloccato nel 2014 da una decisione del Presidente russo Putin e che rappresentava la via del gas alternativa al passaggio in Ucraina e promosso in compartecipazione da ENI e Gazprom; progetto molto osteggiato dall’opposizione degli USA, dalla freddezza dell’Unione Europea, che teme l’eccessiva dipendenza dall’approvvigionamento russo. Da queste ultime valutazioni nasce il potenziamento da parte della Commissione Europea del Corridoio Meridionale del Gas, che per diversificare le forniture, punta allo sviluppo ed al potenziamento degli approvvigionamenti dal Mar Caspio, in particolare dall’area di Shah Deniz in Azerbaijan. Il Corridoio Meridionale è definito dai tecnici, una delle più grandi “catene di valore” al mondo. Si sviluppa per 4.000 km attraverso tre gasdotti: South Caucasus Pipeline (SCPX), che attraversa Azerbaijan, Georgia e Turchia; il Trans Anatolian Pipeline (TANAP), attraversamento trasversale della Turchia sino al Trans Adriatic Pipeline (TAP), che dalla Turchia, passa per la Grecia, l’Albania sino ad arrivare alle coste italiane del Salento. Anche in questo caso il territorio turco è baricentrico. Relativamente alla seconda parte della domanda, il progetto al quale la Turchia guarda è quello del gasdotto EastMed, un collegamento di una particolare importanza strategica, perché canalizzerebbe verso i mercati europei, le significative risorse di gas naturale, dei giacimenti precedentemente descritti del Mediterraneo Centro Orientale. Ad inizio gennaio Grecia, Israele e Cipro si sono incontrati ad Atene per siglare un accordo per l’avvio dei lavori di costruzione del nuovo gasdotto sottomarino, che dovrebbero concludersi nel 2025. Inoltre la costituzione dell’East Mediterranean Gas Forum, lo scorso gennaio a Il Cairo, definita con un eccesso di enfasi una nuova Opec del gas naturale e di cui fanno parte Egitto, Israele, Cipro, Giordania, Italia, Grecia e Autorità Nazionale Palestinese, ha rafforzato un asse euromediterraneo, che non ha previsto il coinvolgimento della Turchia. Le reazioni turche fanno pensare ad un nervosismo derivante anche da queste iniziative, viste come emarginanti nei confronti del governo di Erdogan.


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Nel periodo 2002-2018, la Turchia ha avuto una crescita economica costante, raggiungendo il vertice con il  +5,5% del 2018 rispetto all’anno precedente, affermandosi come 13ma economia a livello mondiale; a seguire la crescita si è fermata, aggravandosi maggiormente con l’avvento della pandemia da Covid 19. Il comparto energia rimane pertanto trainante e strategico per il Paese e il governo turco sta rafforzando le politiche a favore del settore. Erdogan, infatti, sta investendo molta della sua azione politica ed economica sui temi dell’energia, al fine di affermare per la Turchia un ruolo di potenza regionale. Sarà compito delle diplomazie e dei governi occidentali, in particolare dell’Unione Europea e di una rinnovata azione degli Usa nell’area (positiva l’approvazione lo scorso 19 dicembre 2019 con la votazione bipartisan dell’Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act), fare in modo che riprenda il dialogo sui temi del “governo” dell’energia nello spazio mediorientale del Mediterraneo, trovando la necessaria sintesi tra gli interessi dei vari attori in campo, cercando di ritrovare un nuovo asse di dialogo con la Turchia, evitando che si saldino gli interessi di quest’ultima con la tendenza espansiva della Russia nell’area mediterranea e con le risorse infrastrutturali che la Cina ha messo in campo per la realizzazione della “nuova via della seta”.

Antonello Assogna,
Fondazione Tarantelli