Il ruolo dei media digitali nelle proteste del 2019 in Libano

La tassa su WhatsApp, FaceTime e Facebook Messanger nata dalla Legge di Bilancio 2020 e proposta nell’ottobre 2019 dal governo libanese è solo l’ultima e neppure la più importante delle cause della rabbia popolare. I tagli quotidiani dell’energia elettrica sono la regola persino a Beirut, la sanità pubblica è allo sfascio, le scuole sono fatiscenti, l’assistenza sociale inesistente, rifiuti e scarti di ogni genere ricoprono i quartieri popolari di ogni città. Una situazione economica e sociale aggravata dall’esplosione avvenuta martedì scorso nel porto della capitale che ha colpito non solo una parte del principale snodo del paese, ma anche alcune infrastrutture fondamentali, come l’enorme silo che conteneva buona parte delle riserve nazionali di grano.

Il ruolo dei media digitali nelle proteste del 2019 in Libano - Geopolitica.info

Le proteste popolari per l’insostenibile condizione sociale ed economica sono sfociate in un’onda rivoluzionaria – denominata Thawra, appunto rivoluzione– che dall’ottobre scorso ha attraversato tutto il Paese, con contestazioni e accuse di corruzione contro tutta la classe politica.

Quadro Geopolitico del Libano

Il Libano è tra i paesi più complessi del Medio Oriente, sia per via della sua composizione religiosa, che presenta la mescolanza di differenti confessioni religiose, sia a causa della sua posizione geografica, confinando con la Siria e Israele.  Nonostante le esigue dimensioni, la popolazione è costituita da un misto di gruppi religiosi: cristiani, musulmani sunniti, musulmani sciiti, drusi e altri. Per via della convivenza, per lo più pacifica, di diversi credi religiosi, è considerato tra i paesi più democratici del Medioriente.

Libertà in rete e repressione governativa

Nel 2018, SMEX – Social Media Exchange – (ONG libanese per lo sviluppo e la difesa dei diritti digitali nel MENA), ha riportato un incremento delle limitazioni del dissenso pubblico e delle opinioni espresse sulle piattaforme digitali. Nonostante il paese sia firmatario di un ampio numero di convenzioni e trattati internazionali, che affermano il suo impegno a proteggere la libertà di espressione, le sue leggi vanno in netta contraddizione con i valori di libertà. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito all’applicazione di sanzioni previste dalle leggi sulla diffamazione contro giornalisti, attivisti e cittadini semplici. Secondo un report dello SMEX , le persone accusate, avevano in comune il fatto di aver denunciato o semplicemente descritto – via social network o siti internet- le contraddizioni e le ingiustizie dilaganti nel paese.

La #Thawra libanese

Un punto di rottura, in queste dinamiche di censura-oppressione, è riscontrabile nella rivoluzione (denominata #Thawra) intrapresa – in maniera uniforme da tutti i cittadini – dallo scorso 17 ottobre. Il sentimento popolare ha fatto sì che le agitazioni e il malcontento fossero descritti sotto il lemma “rivoluzione”. Per la prima volta infatti, la popolazione ha criticato e denunciato pubblicamente la cattiva gestione da parte del governo centrale. Le proteste di massa che hanno attraversato il Libano si sono innescate a seguito dell’annuncio del governo di nuove misure fiscali. Si è assistito a scene senza precedenti: decine di migliaia di manifestanti pacifici, – appartenenti a diverse classi sociali e religiose, – si sono radunati nelle città di tutto il paese, accusando la leadership politica di corruzione e chiedendo riforme sociali ed economiche. Sventolando la bandiera libanese, la folla si è mobilitata per la “caduta del regime”, ripetendo lo slogan “tutti significano tutti” – un riferimento alle figure chiave di una varietà di sette religiose che hanno dominato la scena politica libanese per decenni– .

L’insoddisfazione del popolo verso la classe politica si accumulava da anni: dalla carenza di elettricità e acqua, all’incapacità del governo di gestire i rifiuti e le diverse crisi economiche del paese. Nonostante i tentativi dell’esecutivo di placare i manifestanti con riforme annunciate, sono continuate le manifestazioni a Beirut, Tripoli, Zouk, Jal el Dib, Saida, Nabatieh, Sour e Zahle. Il tredicesimo giorno delle proteste, il Primo Ministro Saad Hariri ha annunciato le sue dimissioni.

Dall’ottobre 2019 il dollaro libanese ha perso oltre l’86% del suo valore e, oggi, è terzo nella classifica dei paesi dal tasso di inflazione più alto. Il popolo libanese è piegato da aumento del costo del denaro, Covid, crisi politica, alimentare ed energetica. Le voci rivoluzionarie dell’opinione pubblica – che hanno sfidato tutti i leader politici – hanno influenzato profondamente tutti gli strati della comunità: dai giornalisti, ai sindacati. In altri casi invece- come nel caso della televisione libanese- si è preferito mantenere un silenzio ingiustificato.

Il ruolo dei media durante la #Thawra

I media pubblici, in particolare la televisione e la radio, non reagirono alle manifestazioni del 17 ottobre, nonostante il grande significato della rivoluzione. Inoltre, la televisione di stato non ha riportato alcuna notizia riguardante le manifestazioni.

Durante le proteste ci fu un disaccordo tra Jamal Al-Jarrah, il Ministro dell’informazione, ed il capo editoriale delle notizie e programmi televisivi politici della televisione libanese, Saeb Diab, riguardo alla diffusione delle notizie su ciò che stava accadendo nel paese. Secondo quanto riportato dal quotidiano online indipendente Elaph, Al-Jarrah ha fatto pressioni per ottenere la censura di notizie riguardanti le manifestazioni, considerate “contro lo stato”.Diab fu costretto ad accettare le condizioni di Al-Jarrah e la televisione libanese continuò a trasmettere vecchie serie Tv ed altri programmi.  Il 22 ottobre, il silenzio mediatico del servizio pubblico spinse un gruppo di artisti a protestare all’interno dell’edificio dell’emittente contro l’incapacità della televisione di Stato di coprire i movimenti e le manifestazioni del popolo.

Data la scarsa fiducia dei libanesi nel loro sistema mediatico (il quale è di proprietà di partiti politici o dipendente da fondi monetari provenienti da partiti politici), durante le dimostrazioni, le pagine dei social appartenenti ai manifestanti, si sono trasformate in una sorta di spazio digitale volto all’informazione e all’analisi della situazione conflittuale nel paese. Un certo numero di “influencers” ha ricoperto un ruolo rilevante nella divulgazione delle notizie, in particolare su Instagram e Twitter, diventando una vera e propria fonte di informazioni, una sorta di inviati speciali che contribuivano alla documentazione degli eventi delle proteste, attraverso la condivisione di immagini sui social.


Vuoi approfondire i temi relativi alla teoria delle relazioni internazionali?

Scopri il nostro Corso online “Comprendere le Relazioni internazionali: anarchia, potere, sicurezza”!


Il silenzio dei mezzi di comunicazione pubblici ufficiali indica l’assenza di strategie per la copertura di tali eventi, dove l’unica soluzione per il discorso pubblico è quella di applicare l’oblio. Inoltre, l’assenza di un quadro giuridico chiaro che tuteli i diritti online e di parola, porta agevolmente ad applicare arbitrariamente le norme, utilizzando quest’ultime come minaccia o come misure di arresto preventivo nel caso di dissensi verso le figure politiche. Nonostante le costanti intimidazioni, la rivoluzione ha portato alla lacerazione di questi schemi e alla rottura della barriera della paura dei procedimenti giudiziari, creando un fenomeno senza precedenti.