0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

0,00€

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl riverbero nazionale delle elezioni locali in Turchia. Il...

Il riverbero nazionale delle elezioni locali in Turchia. Il significato della vittoria dell’opposizione

-

A meno di un anno dalle elezioni presidenziali che hanno confermato la coalizione guidata dal partito di governo (AKP) del Presidente Erdoğan, lo scorso 31 marzo tutta la Turchia è tornata al voto per le elezioni locali. Questa volta con un risultato del tutto opposto: una sostanziale battuta d’arresto per l’AKP e una sorprendente avanzata da parte del principale partito d’opposizione CHP. Il partito kemalista-repubblicano, trainato da due figure carismatiche come il sindaco uscente di Istanbul Ekrem Imamoğlu e il sindaco di Ankara Mansur Yavaş, non solo è riuscito a riconquistare i principali centri urbani ma anche a penetrare in alcune aree dell’Anatolia occidentale e del Maro Nero, tradizionali bastioni dell’AKP.

A rendere i numeri sorprendenti è anche il fatto che un tale risultato mancava dalle elezioni del 1977 quando, con la vittoria di Bulent Ecevit, il partito fondato da Mustafa Kemal Atatürk raggiunse un simile consenso elettorale. Sul fronte dell’attuale compagine di governo, invece, il partito AKP ha confermato il trend di un calo di consensi già iniziato con le ultime elezioni presidenziali del maggio 2023, fermandosi al 35.49 %.

Se ciò può essere dovuto principalmente a una cattiva performance economica e alla scelta sbagliata dei candidati, d’altra parte questa espansione ha segnalato un ampliamento della base di sostegno per l’opposizione, anche nelle regioni conservatrici.    Infatti, sfruttando il malcontento degli elettori del campo della destra-conservatore e concentrando la campagna elettorale sui risultati raggiunti a livello locale, per la prima volta, il CHP ha ottenuto una svolta in municipalità come Afyon, Bursa, Giresun, Kastamonu e Adıyaman.

Conquistare Istanbul”, si sa, ha un’alta valenza simbolica, ma ciò che rende ancora più significativa la vittoria del CHP è stata la capacità di penetrare anche all’interno di quartieri tradizionalmente conservatori di Istanbul. Il sindaco Imamoğlu, oltre a ottenere il 10% in più del candidato dell’AKP Murat Korum, è riuscito a conquistare due distretti tradizionalmente dominati da maggioranze conservatrici e da tempo considerati roccaforti del Presidente Erdoğan, come Beyoğlu e (con una figura femminile) Üskudar.

Al netto di tale drenaggio di consenso, il partito di Erdoğan è comunque riuscito a confermarsi nei suoi storici bastioni dell’Anatolia centrale ottenendo maggior successo nelle regioni sudorientali colpite dal doppio terremoto nel febbraio 2023, in particolare nelle città del sud-est di Kahramanmaras e Gaziantep, e con persino un ribaltamento alla guida nella martoriata Hatay.

Tuttavia, è importante riconoscere come la perdita di voti non sia solamente legata alla strategia vincente del CHP, ma anche ai successi di alcune forze politiche minori. Infatti, i risultati del 31 marzo evidenziano un significativo cambiamento anche all’interno dell’area della destra-conservatrice, laddove i partiti che avevano sostenuto Erdoğan nelle elezioni presidenziali dell’anno scorso hanno questa volta deciso di correre da soli. Lampante è l’aumento di consensi per alcune delle fazioni più estremiste, rappresentate dal partito islamista del Benessere (YRP) e dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP), capaci di catturare il malcontento su entrambi i fronti dell’elettorato di Erdoğan. In questo una tendenza appare chiara: coloro che ritengono che l’AKP abbia adottato una posizione troppo morbida tu temi religiosi, identitari, e nazionalistici si sono spostati verso YRP e MHP, regalando loro un rispettivo 6.19 % (e scettro di terza forza politica del Paese) e 4.99%.

Anche l’affluenza, pur rimanendo comunque molto più alta rispetto alla maggior parte delle democrazie occidentali, è un dato significativo per il contesto turco. Un calo rispetto alle tradizionali medie (77%) sembra segnalare come, senza Erdoğan candidato diretto, parte del suo elettorato abbia voluto mandare un forte segnale al Presidente e soprattutto alle importanti promesse sul miglioramento dell’economia che sono però rimaste disattese. Tra coloro che non si sono recati a votare figurano maggiormente le categorie dei pensionati e dei disoccupati, a causa delle difficili condizioni di vita che si trovano a dover affrontare.

Se da un lato il CHP è riuscito ad implementare una strategia politica basata sulla statura dei candidati e su una narrativa distinta da quella dell’AKP, dall’altro, la scelta dei candidati da parte dell’AKP non è stata sicuramente all’altezza. La strategia ha ricalcato quella adottata nel 2019, concentrandosi su una forte personalizzazione della campagna elettorale da parte del Presidente pronto a prendersene i meriti in caso di vittoria e a scaricare le colpe in caso di sconfitta. L’incapacità dell’AKP di convincere i propri elettori a livello locale potrebbe essere strettamente legata al consolidamento di un sistema presidenziale che, a partire dal 2018, ha gradualmente accentrato i poteri nelle mani del Presidente, riducendo la capacità del partito di essere rilevante e visibile a livello locale.

Non è un caso che Ekrem Imamoğlu abbia iniziato il suo discorso dicendo: “Mentre celebriamo la nostra vittoria, inviamo un messaggio al mondo: il declino della democrazia è finito.” Il Presidente Erdoğan ha invece aperto il tradizionale discorso post-elettorale dalla sede del suo partito ad Ankara dichiarando: “Questo non è il risultato che ci aspettavamo”, accettando la volontà del popolo e aggiungendo: “Se Dio vuole, continueremo il nostro cammino vincendo.” Tuttavia, rivolgendosi alla folla dal balcone della sede del suo partito ad Ankara, ha giurato di trascorrere i prossimi quattro anni fino alle elezioni presidenziali per “rinnovarci e compensare i nostri errori.”

Queste dichiarazioni confermano come in un contesto di autoritarismo competitivo come quello turco, le elezioni e il consenso popolare rimangano un elemento imprescindibile, tanto per l’opposizione quanto per il governo, al fine di costruire il proprio potere e rafforzare la propria legittimità. Inoltre, le elezioni locali in Turchia sembrano assumere i contorni dei “check and balance” tipici dei sistemi presidenziali, non trovando questi spazio a livello governativo. Ad esempio, durante i discorsi dei due leader trasmessi in contemporanea, la televisione di stato è apparsa confusa riguardo la figura su cui concentrare i riflettori e la diretta nazionale, evidenziando i problemi legati allo stretto controllo del governo sui media in un contesto politico in cambiamento. Questo denota anche come, sebbene libere sulla carta, le elezioni rimangano “sbilanciate” a favore della compagine di governo.

Tali dinamiche trovano concretezza soprattutto in aree che non sono solamente “periferie” geografiche e sociali del Paese ma anche e soprattutto cartine tornasole delle sue problematiche strutturali. Ad esempio, nonostante l’accettazione formale del risultato, l’immediato post-elezioni ha già visto vari tipi di disordini nelle aree in cui il partito filo-curdo di sinistra DEM è risultato vincitore, come nel distretti di Van e  di Şanlıurfa. Pertanto, il “voto curdo” rimane un ago della bilancia nelle dinamiche elettorali e dimostra come, malgrado una tendenza ad appiattirsi maggiormente nei grandi centri urbani, determinate istanze sociopolitiche e identitarie continuino a toccare i nervi scoperti dello stato turco.

In generale, la storica vittoria del CHP segnala senz’altro un cambiamento nelle dinamiche politiche turche, laddove l’insoddisfazione economica, il rinnovamento della leadership e le preoccupazioni di governance hanno spinto un ampio segmento dell’elettorato verso l’opposizione. Al contempo, sebbene queste elezioni abbiano rappresentato un risultato senza precedenti per l’opposizione in Turchia, il periodo post-elettorale non sarà di certo privo di complesse evoluzioni e nodi da sciogliere.

Se i numeri del CHP possono essere letti come quelli di un’opposizione premiata e rinvigorita a livello locale, Erdoğan rimarrà comunque al potere ed alla guida della Turchia fino al 2028. La leadership del Presidente rimane intatta sia formalmente che legalmente a livello nazionale. Pertanto, in vista del prossimo voto presidenziale, il CHP dovrà adottare strategie di lungo periodo capaci di capitalizzare ulteriormente quanto costruito nell’ultimo anno. Da un lato, dovrà continuare a confrontarsi con spazi politici e un accesso a risorse statali sempre più ristretti. Dall’altro, dovrà essere in grado di dimostrare maggiore vicinanza ai cittadini adottando narrative sempre più depolarizzanti, lontane dalle tradizionali faglie identitarie e volte a risolvere i “problemi reali” del Paese.

Articoli Correlati

Forza e fragilità del Mediterraneo

Mare dai molti nomi, corrispondenti alle diverse accezioni che di esso hanno ed hanno avuto i diversi aggregati umani...

Palestina membro ONU: saranno decisivi gli Stati Uniti

L’obiettivo è ambizioso. Forse troppo. L’Autorità Palestinese 11 anni fa ha presentato al Consiglio di Sicurezza ONU la richiesta formale di diventare...

È nell’interesse di Israele fermarsi sulla «linea rossa» della Risoluzione 2728

La Risoluzione Onu per il cessate il fuoco segna la «linea rossa» per la guerra di Netanyahu, ormai giunta...

La politica estera italiana tra ambizioni indo-pacifiche e responsabilità mediterranee

Nell’ultimo decennio l’Italia ha ufficialmente ricalibrato la propria politica estera all’interno del cosiddetto “Mediterraneo allargato”, che abbraccia Europa meridionale,...