Il ritorno della sinistra boliviana e i rischi del neo-estrattivismo

La vittoria di Luis Arce alle elezioni boliviane del 18 ottobre 2020 è stata narrata da molti come la fine dell’incubo golpista e il meritato ritorno al potere di una sinistra che ha fatto gli interessi dei più poveri a scapito delle multinazionali.

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La stabilizzazione del paese andino dopo un annus horribilis di crisi politica è senz’altro da celebrare. Tuttavia, una lettura più disincantata ci dice che il ritorno del socialismo boliviano perpetuerà un modello neo-estrattivista con una serie di grossi rischi sociali ed ambientali.

L’egemonia del socialismo boliviano

Tra il 2006 e il 2019 la Bolivia è stata governata dal Movimiento al Socialismo-Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos (MAS-IPSP), partito che fa riferimento all’ideologia del socialismo del XXI secolo e parte della “marea rosa”, l’ondata di governi progressisti affermatasi in America Latina a partire dei primi anni 2000. Il lungo dominio del MAS-IPSP e del suo lider Evo Morales hanno portato ad una riduzione storica dei tassi di povertà e di diseguaglianza economica, soprattutto grazie ad un ciclo economico favorevole (alti prezzi delle materie prime) che ha permesso di aumentare notevolmente i salari reali e di rafforzare i programmi di protezione sociale. Per citare un dato significativo, la percentuale di persone in stato di povertà estrema è crollata dal 34.3% al 14.7% tra il 2006 e il 2018 (CEPAL).

Morales ha però polarizzato il paese, tra accuse di centralismo, autoritarismo e forzature costituzionali, fino alle drammatiche elezioni del 20 ottobre del 2019 in cui l’Organizzazione degli Stati Americani e l’opposizione lanciarono la pesantissima accusa di brogli elettorali. Vera o meno la frode elettorale, ne sono seguite manifestazioni, saccheggi, violenze sociali e infine un colpo di stato che ha portato alla nascita di un governo conservatore che ha gestito il paese per un anno, con enormi difficoltà nel contenere lo tsunami del COVID-19. Le elezioni del 18 ottobre 2020, riconosciute da tutti come trasparenti e pulite, fanno senz’altro tirare un sospiro di sollievo. Ma il ritorno al potere della sinistra boliviana presenta molti rischi sul fronte ambientale e sociale.

I rischi sociali ed ambientali dell’estrattivismo

Morales è stato a lungo celebrato dalla sinistra internazionale per i suoi risultati sociali ed economici e per aver ridato dignità ai popoli indigeni. L’ex presidente, inoltre, si è costruito all’estero la fama di ambientalista grazie ai suoi appassionati discorsi in vari fori internazionali in difesa della Pacha Mama, la madre terra in lingua quechua.

Nella pratica, tuttavia, Morales ha adattato il modello di sviluppo estrattivista portato avanti già dai precedenti governi neo-liberali, rinunciando così al Vivir Bien, la filosofia ambientalista ispirata ai popoli indigeni ed inserita nella Costituzione della Bolivia. Uno dei massimi studiosi dell’estrattivismo, Eduardo Gudynas, intende questo concetto come l’estrazione su larga scala di risorse naturali principalmente per esportazione, con scarsa o nulla lavorazione. Esso comprende non solamente i mega-progetti per l’estrazione di idrocarburi e minerali ma anche l’espansione su scala industriale della produzione di prodotti agricoli e ittici come soia, carne e olio di palma. Nel caso della sinistra latino-americana si parla di neo-estrattivismo per enfatizzare il rafforzamento del ruolo dello Stato nell’economia.

La giustificazione centrale dell’estrattivismo è che un modesto aumento dell’impatto ambientale è un male necessario per promuovere lo sviluppo economico che permetterà infine l’industrializzazione del paese e il superamento dell’estrattivismo stesso. Inoltre, questo modello permetterebbe la creazione di posti di lavoro e il finanziamento di trasferimenti monetari finalizzati allo sradicamento della povertà e la riduzione delle diseguaglianze, come il Bono Juancito Pinto e il Bono Juana Azurduy in Bolivia.

Tuttavia, esiste un’amplia evidenza che questo modello di sviluppo genera enormi rischi ambientali, quali la deforestazione, la distruzione di biodiversità, l’emissione massiccia di gas serra e la contaminazione dei territori. I terribili incendi nell’oriente boliviano del 2019 furono l’esempio più chiaro (CEDIB). Secondo il Global Forest Watch, nel 2019 la Bolivia è stato il quarto paese al mondo per perdite di foreste primarie, circa 290,000 ettari, fondamentalmente per colpa dell’espansione incontrollata dell’agroindustria con cui Morales è stato tutt’altro che ostile, al di là della retorica anti-globalista e ambientalista.

L’estrattivismo genera anche enormi rischi sociali per i popoli indigeni, i contadini e le comunità locali che vedono il loro habitat devastato, inquinato e i loro stile di vita minacciato. Non è un caso che le relazioni tra la sinistra boliviana e molti popoli indigeni boliviani siano state estremamente tese, nonostante l’appartenenza di Morales all’etnia originaria degli Aymara. Secondo i critici, inoltre, l’impatto ambientale e climatico dell’estrattivismo mette a repentaglio i diritti delle nuove e delle future generazioni. Infine, bisogna menzionare i rischi per chi resiste ai progetti estrattivisti, nel continente più mortale per gli attivisti ambientali secondo Global Witness, sebbene in Bolivia i numeri siano fortunatamente più limitati rispetto ai paesi vicini.

Tornando alla Bolivia attuale, il neo-presidente Arce è stato ministro dell’economia di Morales nonché il principale ispiratore del modello di sviluppo del paese e le aspettative da parte degli ecologisti e dei popoli indigeni di una svolta in senso post-estrattivista sono estremamente basse per non dire nulle (La Regiόn). Anzi, la preoccupazione è che il nuovo governo promuoverà una serie di nuovi mega-progetti come il volano per rilanciare un’economia devastata dalla pandemia, accentuando la conflittualità sociale in un paese già fortemente polarizzato.

Le alternative all’estrattivismo

Allargando un po’ l’orizzonte, la storia recente della Bolivia rivela la difficoltà della politica di transitare verso un nuovo sistema economico e sociale che non faccia dipendere il miglioramento del benessere delle persone dalla crescita economica, dalla distruzione ambientale, dall’alterazione del clima, dal sovra-sfruttamento delle risorse naturali o dal consumismo.

La comunità scientifica latina ha però indicato possibili alternative all’estrattivismo, come nei lavori dell’uruguayano Eduardo Gudynas. In questi modelli si propone di estrarre solamente le risorse naturali necessarie, con rigorosi criteri sociali ed ambientali, e si elaborano alternative al concetto di sviluppo centrate sulla qualità della vita, la ridistribuzione delle ricchezze esistenti e la protezione ambientale.


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Un’altra via, senz’altro complementare alla prima, è quella indicata da molti popoli indigeni, attivisti e comunità locali che resistono alla distruzione ambientale e che avanzano allo stesso tempo progetti economici alternativi gestiti su base comunitaria, partecipativa, con basso impatto ambientale e senza mercantilizzare le risorse naturali. Joan Martinez Alier la chiama l’ecologia dei poveri, esemplificata dalle lotte di Chico Mendes, sindacalista brasiliano assassinato nel 1988 per aver contrastato i distruttori dell’Amazzonia. In Bolivia, le alternative al modello di sviluppo attuale derivano spesso dal già citato concetto del Vivir Bien (Sumak Kawsay in quechua, Suma Qamaña in aymara), declamato da Morales ma poco applicato, una filosofia ispirata alla cosmovisione indigena in cui al centro di tutto vi è Madre Natura (Pacha Mama), di cui l’uomo fa parte, e i suoi diritti. Il Vivir Bien è, in sostanza, il vivere bene in armonia con gli altri e con la natura. Una filosofia da cui forse potremmo imparare un po’ tutti, in un’epoca in cui la scienza ci ricorda il rapporto di causa-effetto tra l’attività antropica (deforestazione, allevamenti intensivi, traffico e vendita di animali selvatici) e le epidemie virali.