Il ritiro militare dall’Afghanistan: la prospettiva occidentale

Le truppe statunitensi e alleate hanno già avviato i preparativi per la partenza dall’Afghanistan. Durante i prossimi mesi, per garantire la protezione delle forze in fase di ripiegamento, verranno schierati temporaneamente assetti aggiuntivi. Per l’Italia, termina un’esperienza che ha trasformato il nostro strumento militare in una forza professionale moderna ed efficace. Ma gli impegni militari italiani non sono destinati a diminuire.

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Il ripiegamento delle truppe

In una conferenza stampa tenutasi domenica 25 aprile, il generale Scott Miller, comandante della missione Resolute Support, ha confermato quanto già svelato dalla CNN qualche giorno prima, e cioè che le forze statunitensi hanno già iniziato i preparativi per il ripiegamento dall’Afghanistan. “Ora ho un pacchetto di ordini”, ha dichiarato il generale Miller, la più alta autorità militare americana nel paese, “ufficialmente il ritiro avrà inizio a partire dal 1° maggio, ma abbiamo già iniziato a prepararci”. 

Ha già preso avvio, dunque, la complessa operazione logistica che dovrà portare al ripiegamento di tutte le truppe del contingente USA e NATO. Sono 2.500 i militari americani schierati in Afghanistan nell’ambito della missione Resolute Support. A questi occorre aggiungere un altro migliaio di unità, tra operatori delle forze speciali al seguito della CIA e di altre agenzie governative, oltre che unità temporanee e di transizione. La restante parte del personale militare presente sul territorio è inquadrato nel contingente della NATO, costituito da 9.592 unità provenienti da 36 diverse nazioni, tra cui spiccano la Germania, che con 1.300 uomini è il secondo contributore dopo gli Stati Uniti, l’Italia (895 unità), la Georgia (860 unità) e il Regno Unito (750 unità). Anche gli alleati, come annunciato dal Segretario Generale Stoltenberg, lasceranno l’Afghanistan a partire dal 1° maggio e concluderanno le operazioni entro l’11 settembre, data in cui ricorre il ventesimo anniversario dell’attentato alle torri gemelle. 

I problemi del ritiro

Tra le preoccupazioni principali dei vertici militari che dovranno gestire il ritiro delle forze figura certamente la questione della sicurezza. In effetti, quella del ripiegamento è una fase delicata, durante la quale il focus delle operazioni è diretto verso esigenze di carattere logistico, mentre la protezione passa in secondo piano. Tale criticità risulta particolarmente grave nell’attuale contesto afghano, soprattutto alla luce della recente ripresa delle ostilità da parte dei talebani. Le ultime settimane, infatti, sono state marcate da una recrudescenza degli attentati e degli attacchi nei confronti della popolazione e delle forze armate di Kabul, verosimilmente scaturiti da due fattori: da una parte, il mancato rispetto degli accordi stretti a Doha tra il governo americano e i rappresentanti del regime talebano, che prevedeva il ritiro delle forze armate statunitensi entro il 1° maggio 2021; dall’altra, l’inizio della primavera, che costituisce tradizionalmente la stagione delle grandi offensive. Bisogna poi considerare che i talebani sono perfettamente consapevoli del fatto che la possibilità di procedere con un’escalation della violenza rappresenta una leva alquanto potente nelle loro mani durante i colloqui di pace attualmente in corso.  

La preoccupazione americana appare confermata dalle recenti parole del portavoce del Pentagono, John Kirby, il quale, in una conferenza stampa, ha affermato che “sarebbe folle ignorare il fatto che i talebani potrebbero opporsi con resistenza alla decisione” presa dal presidente Biden. Per questo motivo, ha spiegato Kirby, gli Stati Uniti potrebbero inviare temporaneamente delle forze aggiuntive nel teatro per proteggere le unità in fase di ripiegamento. In effetti, il Dipartimento della Difesa ha già stabilito l’invio di 5 o 6 bombardieri B-52 – due sono già giunti in teatro, secondo quanto riferito da Kirby – con lo scopo di esercitare deterrenza nei confronti dei talebani, scoraggiando eventuali tentativi di attacco contro le forze in fase di ripiegamento. Oltre ad inviare dei bombardieri, il Dipartimento della Difesa ha ricevuto l’ordine di estendere il mandato della portaerei USS Dwight Eisenhower, la cui missione, iniziata a febbraio, verrà prolungata fino al termine del ritiro delle forze, dunque almeno fino a settembre. La presenza di un’unità portaerei rappresenta un assetto fondamentale per Washington, che tramite questa unità può garantire alle forze schierate sul terreno una notevole copertura aerea, assicurata dallo stormo di F/A-18 Super Hornet imbarcati sulla grande unità. Inoltre, secondo quanto riferito dalla CNN, un numero di forze terrestri comprese tre le 650 e le 1.000 unità, verosimilmente appartenenti a reparti Ranger, dovrebbe raggiungere l’Afghanistan nei prossimi giorni per svolgere esclusivamente compiti di force protection

Un’altra grande preoccupazione dei vertici militari americani riguarda la gestione del materiale accumulato in vent’anni di conflitto sul suolo afghano. Il paese è costellato da basi e avamposti di dimensioni che variano da quelle di una piccola roccaforte in grado di ospitare una compagnia di fucilieri a quelle di grandi installazioni militari complete di tutti i servizi, comprese piste aeroportuali, come quella di Herat. Non sarà semplice gestire il ritiro “in maniera ordinata”, come auspicato dal generale Miller, soprattutto per ragioni legate alla geografia del paese: l’Afghanistan non possiede sbocchi sul mare e i porti disponibili più vicini, Karachi e Gwadar, distano 1.000 km di strade insicure e molto spesso in cattive condizioni. Un eventuale ripiegamento condotto sfruttando queste rotabili causerebbe la formazione di interminabili colonne di automezzi, una scelta troppo rischiosa per qualsiasi generale. Il trasferimento dei materiali dovrà avvenire dunque via aerea, motivo principale per cui i tempi del ritiro sono considerati da molti alquanto ristretti. Un’operazione condotta interamente tramite vettori aerei risulta particolarmente dispendiosa in termini di risorse e soprattutto di tempo. Come metro di misura, basti pensare che il completo smantellamento della base di Masar-i-Scharif, attualmente occupata dal contingente tedesco, richiederebbe, secondo il Suddeutsche Zeitung, almeno 3.000 container. Tutto lascia pensare, quindi, che la gran parte del materiale considerato non strettamente necessario verrà lasciato nelle mani degli afghani. 

La transizione con l’esercito afghano

Cosa avverrà una volta avvenuto il passaggio di consegne con l’Afghan National Army (ANA) e l’Afghan National Police (ANP) rappresenta l’incognita principale di tutta la questione. Se il presidente afghano, Ashraf Ghani, si dichiara convinto che “le forze di sicurezza afghane sono pienamente in grado di difendere la loro gente e il loro paese”, i vertici militari americani sono di tutt’altro parere. Lo è soprattutto il Comandante del Central Command, il generale Kenneth Franklin McKenzie, il quale ha dichiarato che se gli Stati Uniti non forniranno supporto agli afghani, “essi di certo collasseranno”. In questo senso, da quando Washington ha ridotto le proprie attività militari nella regione, i talebani sono arrivati a conquistare notevoli porzioni di territorio. 

Il parere del generale McKenzie appare quanto più verosimile se si tiene conto che a settembre non saranno solamente le truppe americane e della NATO a lasciare il paese, ma anche l’enorme massa di mercenari, americani e non, da cui le forze afghane dipendono fortemente. John Sopko, ispettore generale per la ricostruzione dell’Afghanistan, ha dichiarato che la partenza delle truppe mercenarie “è stata ampiamente ignorata, ma potrebbe avere effetti molto più devastanti per l’efficacia delle forze di sicurezza afghane rispetto al ritiro delle truppe americane e alleate”. In effetti, oggi sono più di 16.000 i contractors che a vario titolo supportano l’Esercito e la Polizia di Kabul. L’apporto di queste unità risulta di fondamentale importanza per l’ANA e per l’ANP: i contractors si occupano di settori quali la logistica – la manutenzione della flotta aerea afghana è quasi interamente affidata a loro –, l’addestramento dei piloti e la sicurezza. Gran parte delle forze mercenarie schierate in Afghanistan ha cominciato a lasciare il territorio già a partire dal 2020. Dal febbraio 2020, ad esempio, il numero di contractors che si occupavano di logistica e manutenzione è diminuito del 40,49%. La flotta aerea afghana, secondo TAC-Air, non potrebbe in alcun modo rimanere operativa senza il loro supporto. 

Consapevoli del fatto che le forze afghane non potranno reggere senza il supporto americano, gli Stati Uniti non intendono precludersi la possibilità di condurre strike aerei sul territorio. A tal proposito, il Comandante del CENTCOM ha dichiarato che gli Stati Uniti “manterranno nel paese un’architettura che gli permetterà di guardare cosa accade all’interno”. Questa “architettura”, come l’ha chiamata il generale, “non darà (alle forze americane) la stessa consapevolezza che abbiamo ora. Ma ci permetterà di vedere”. Per condurre attacchi aerei nel paese, infatti, sono necessari assetti dotati di capacità ISTAR (Intelligence, Surveillance, Target Acquisition, Reconnaissance), come i droni MALE, necessari per rintracciare, identificare e ingaggiare i bersagli. Per mantenere queste capacità, il Dipartimento di Stato americano sta già intavolando trattative con i paesi limitrofi allo scopo di ottenere permessi che consentano a Washington di stanziare assetti militari in territori non troppo distanti dall’Afghanistan. 

Il ritiro italiano

Fedele al mantra “together in, together out” proposto dal Segretario Generale, anche l’Italia ritirerà le sue forze dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. L’avvio della fase di ripiegamento, secondo quanto annunciato dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, avrà inizio “nelle prossime settimane”. 

La “decisione epocale” – così l’ha definita il ministro degli Esteri, Luigi di Maio – non rappresenta la fine dei rapporti tra Italia e Afghanistan, come dichiarato dal ministro Guerini, il quale si è dichiarato pronto ad accogliere tutti gli afghani che, a vario titolo, hanno lavorato a favore delle forze italiane schierate nel paese durante questi anni. Una decisione molto simile a quella presa dal governo tedesco, anch’esso intenzionato ad accogliere centinaia di lavoratori afghani. 

Termina così un impegno iniziato ormai quasi vent’anni fa, nel lontano novembre del 2001, quando un Gruppo Navale d’altura, guidato dalla portaeromobili Garibaldi, si schierò nel mar Arabico con compiti di sorveglianza, interdizione marittima e monitoraggio di eventuali traffici illeciti, nell’ambito dell’operazione Enduring Freedom. A questo Gruppo fece seguito, due anni dopo, l’invio di una robusta componente terrestre, la Task Force “Nibbio”, composta da circa 1.000 unità. A vent’anni dall’inizio delle operazioni, la missione in Afghanistan è costata all’Italia 54 morti e 600 feriti, oltre ad una cifra stimata intorno ai 10 miliardi di euro. Un bilancio, quello del nostro intervento che, seppur doloroso, è stato giudicato con favore da molti alti ufficiali italiani, come il Generale Marco Bertolini, ex Comandante del COI che, oltre ad evidenziare la grande visibilità internazionale che l’operazione ha offerto alle forze armate italiane, ha posto l’accento sull’importanza delle lezioni apprese. Secondo il paracadutista italiano, infatti, l’esperienza afghana avrebbe indotto quella necessaria trasformazione che ha consentito alle nostre forze armate di passare da uno strumento militare pensato per la Guerra Fredda ad uno “pienamente all’altezza dei compiti affidatogli”. Un’esperienza, ha concluso l’ufficiale, di cui “dovremmo far tesoro” per le sfide future. 


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L’imminente chiusura del teatro afghano non significa affatto una netta riduzione degli impegni militari del nostro paese. Come ben sottolineato dal Generale Vincenzo Camporini, ex Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’Italia approfitterà della disponibilità di forze fresche per dare vigore al nuovo sforzo militare in Africa, dove gli impegni delle nostre truppe sono andati progressivamente aumentando nel corso degli ultimi cinque anni, con l’invio di forze terrestri in Mali, in Niger e in Libia, e di unità navali nel golfo di Guinea e nel Mediterraneo. Il focus sul cosiddetto “Mediterraneo Allargato”, concetto cui si faceva riferimento nel Libro Bianco per la Difesa pubblicato nel 2015, sembra essere divenuto finalmente prioritario per il governo italiano.

Matteo Mazziotti di Celso,
Geopolitica.info