Il ritiro di Sanders e l’endorsement a Biden

Bernie Sanders si è ufficialmente ritirato dalle primarie democratiche rendendo Biden, di fatto, lo sfidante di Trump alle presidenziali del 3 novembre. Senza nessun precedente segnale di voler lasciare la corsa, giovedì 8 aprile ha annunciato la decisione al suo staff e ha poi tenuto un discorso in streaming. Nelle ultime ore, inoltre, ha deciso di appoggiare l’ex vicepresidente con la speranza di poter riunire il partito e battere il tycoon.

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Nonostante nelle ultime settimane circolassero voci riguardo al fatto che lo staff di Sanders lo stesse pressando per ritirarsi e nonostante il netto vantaggio di Biden nei suoi confronti, il senatore del Vermont ha sempre dichiarato di voler continuare perché vedeva nello stravolgimento del calendario delle primarie, causa coronavirus, un’ultima possibilità di recuperare l’ex vicepresidente. 

“Vorrei potervi dare notizie migliori, ma penso che sappiate la verità, e cioè che ora abbiamo circa 300 delegati in meno di Biden, e il percorso verso la vittoria è praticamente impossibile”, ha detto Sanders nel discorso in streaming ai suoi supporters. “Quindi, mentre stiamo vincendo la battaglia ideologica e mentre stiamo ottenendo il sostegno di così tanti giovani e lavoratori di tutto il paese, sono arrivato alla conclusione che questa battaglia per la nomination democratica non avrà successo. Oggi, dunque, sto annunciando la sospensione della mia campagna”. Sanders ha spiegato che la situazione di emergenza causata dal coronavirus unita al suo svantaggio in termini di delegati gli rende impossibile vincere la nomination. Il senatore del Vermont ha poi precisato che, seppur formalmente Biden sia il vincitore delle primarie democratiche, resterà candidato fino alla fine per ottenere un numero di delegati più alto possibile affinché possa esercitare una certa influenza alla Convention di Milwaukee e, quindi, ottenere una piattaforma democratica che sia più progressista possibile. 

Le reazioni di Trump e Biden

La reazione di Trump al ritiro di Sanders non si è fatta aspettare. Il presidente americano ha commentato così su twitter: “Sanders si è ritirato! Grazie ad Elizabeth Warren. Se non fosse stato per lei, Bernie avrebbe vinto quasi in tutti gli Stati nel Super Tuesday! È finita proprio come volevano i democratici ed il DNC. Gli elettori di Bernie dovrebbero votare per il Partito Repubblicano, pensate al commercio!”. Quando il senatore del Vermont ha poi precisato che sarebbe comunque rimasto in gara per cercare di ottenere il maggior numero di delegati possibili, il tycoon ha twittato ancora: “Wow, Bernie non vuole dar via i suoi delegati, anzi ne vuole altri! Che significa tutto questo?”. 

Non sono mancate neanche le parole di Biden. L’ex vicepresidente ha rilasciato una dichiarazione su Medium: “Bernie ha fatto qualcosa di molto raro in politica. Non ha solo guidato una campagna politica, ma piuttosto un vero movimento politico. Il senatore Sanders ed i suoi supporters hanno cambiato il dialogo politico in America. Argomenti a cui finora era data poca attenzione sono ora al centro del dibattito politico. L’ineguaglianza del reddito, l’assistenza sanitaria universale, il cambiamento climatico, l’università gratuita, liberare gli studenti dai debiti contratti per completare gli studi”. Il 77enne democratico ha poi concluso con un appello a Sanders e ai suoi sostenitori: “Ai tuoi supporters prometto lo stesso impegno..vi vedo, vi ascolto e comprendo l’urgenza di quello che dobbiamo fare in questo paese. Spero che vi unirete a noi. Siete più che benvenuti. Abbiamo bisogno di voi. Assieme batteremo Donald Trump. E dopo che lo avremo fatto, non solo lavoreremo duramente per ricostruire questa nazione, ma vi prometto che la cambieremo per sempre”

È interessante sottolineare il fatto che Biden, con queste sue ultime dichiarazioni, stia cercando di intercettare i voti dell’ala progressista sostenitrice di Sanders. A riprova di ciò, negli ultimi giorni, l’ex vicepresidente ha proposto un piano per abbassare da 65 a 60 anni l’età per poter accede a Medicare e di abbonare i debiti studenteschi contratti, per riuscire a terminare gli studi, da tutti coloro che studiano in università o college pubblici ed hanno un reddito medio-basso. Come analizza The Hill, al compimento dei 60 anni i cittadini americani, secondo la proposta di Biden, potrebbero decidere se scegliere Medicare o mantenere la propria assicurazione sanitaria. Per quanto concerne i debiti studenteschi, oltre a quanto già detto, verrebbero cancellati 10mila dollari di debito per tutti gli studenti, più quelli che vanno avanti da più di 20 anni.

Le cause del ritiro 

Dopo i primi tre appuntamenti delle primarie (Iowa, New Hampshire e Nevada), Sanders era da tutti considerati il front-runner sia per gli ottimi risultati ottenuti sia per i risultati deludenti di Biden. La svolta è avvenuta in South Carolina, Stato in cui la componente afroamericana ha giocato un ruolo cruciale, dove Biden ha vinto in maniera netta. Da quel momento in poi, l’ex vicepresidente ha inanellato una serie di risultati positivi che, legati all’alto numero di endorsement ricevuti rispetto al senatore del Vermont, gli hanno di fatto consegnato la vittoria. Un grande merito di Biden è sicuramente quello di essere riuscito a creare una coalizione trasversale capace di intercettare i voti dei tradizionali democratici, afroamericani, donne, organizzazioni sindacali ed una nuova ondata di bianchi moderati in fuga dal Partito Repubblicano del presidente Trump. Tutto ciò ha portato Sanders, dopo il South Carolina, a vincere solo in 6 occasioni su 25, perdendo clamorosamente in Stati che lo avevano visto nettamente vittorioso nel 2016. 

Analizziamo ora le cause principali che hanno portato il senatore del Vermont a scegliere la via del ritiro:

  • Mancanza di sostegno da parte dell’establishment: Sanders non ha mai ricevuto grande sostegno dall’establishment democratico, infatti, così come nel 2016, anche quest’anno ha ricevuto uno scarso numero di endorsement (9 nel 2016, 10 nel 2020). Gli effetti negativi causati dalla mancanza di appoggio da parte dell’élite democratica è divenuta evidente a partire dalle primarie in South Carolina, quando Biden ha cavalcato l’onda degli endorsement di Buttigieg, Klobuchar e O’Rourke. Tutto ciò è stato un grande ostacolo ad una sua possibile vittoria finale: non solo Sanders ha ottenuto uno scarso sostegno dall’establishment del partito, ma lo stesso establishment è stato fondamentale nella cavalcata finale che ha portato l’ex vicepresidente alla vittoria.   
  • Poca presa sulla componente afroamericana: nonostante sia andato meglio rispetto a quattro anni fa, il senatore del Vermont non è riuscito ad ottenere i risultati sperati. L’incapacità  di espandere la sua base elettorale verso la minoranza afroamericana ha praticamente condannato la sua campagna. Come nel 2016 per la Clinton, anche quest’anno il voto dei neri ha deciso, di fatto, le sorti delle primarie democratiche perché proprio dal South Carolina, Stato a maggioranza afroamericana, è partita la scalata verso la vittoria dell’ex vicepresidente. Infatti, Sanders non è riuscito a portare a casa neanche uno Stato del Sud, roccaforte dei democratici più moderati.
  • Presenza di Elizabeth Warren al Super Tuesday: La senatrice del Massachusetts, ideologicamente più vicina a Sanders che ai moderati democratici, il 3 marzo è riuscita ad ottenere molti voti dei progressisti che, in sua assenza, sarebbero andati sicuramente a Sanders. Lo stesso presidente Trump ha più volte ricordato che la presenza della Warren ha ostacolato il senatore del Vermont: “Elizabeth ‘Pocahontas’ Warren, che non andava da nessuna parte se non nella testa di Mini Mike, si è appena ritirata dalle primarie democratiche con tre giorni di ritardo. È costata a Sanders almeno Massachusetts, Minnesota e Texas. Probabilmente gli è costata la nomination”.
  • Mancato sostegno degli elettori bianchi senza laurea: la campagna di Sanders non è riuscita a capire che gli elettori bianchi senza laurea che lo hanno votato nel 2016, lo hanno fatto semplicemente perché non volevano la Clinton. Lo staff di Sanders, pensando che questa categoria fosse effettivamente una fedele sostenitrice del senatore del Vermont, ha deciso di investire pesantemente nelle primarie del 10 marzo in Michigan, Stato con una forte maggioranza di bianchi senza laurea. L’esempio lampante che ci mostra che nel 2020 non è stato rispettato questo trend è proprio il Michigan, nel quale nel 2016 il senatore del Vermont ha vinto mentre nel 2020 ha perso nettamente, questa volta però contro Biden.
  • Minor numero di caucus rispetto al 2016: il Comitato Nazionale Democratico, dopo le primarie del 2016, ha deciso di dare maggiore spazio alle primarie (intese come tipo di elezione), eliminando la maggior parte dei caucus. Analizzando i dati del 2016, questa decisione è stata sicuramente uno svantaggio nei confronti di Sanders. Quattro anni fa la Clinton ha perso la stragrande maggioranza dei caucus e spesso anche con ampi margini. Il grande problema per il senatore del Vermont è stato che la percentuale di delegati assegnati determinata dai caucus è scesa dal 14% del 2016 al 3% del 2020. Per fare un esempio del trend positivo di Sanders nei caucus, in Idaho, Maine, Minnesota e Washington –  Stati che sono passati nel 2020 da caucus a primarie – nel 2016 ha vinto nettamente, quest’anno, invece, ha perso in maniera chiara da Biden. 
  • Electability: ultimo vero grande problema di Sanders, il fattore dell’eleggibilità. Dal Super Tuesday in poi si è notato come il vero problema dell’elettorato democratico fosse quello di trovare un candidato capace di poter battere Trump, dunque, la stragrande maggioranza di chi è andato al voto non ha scelto il candidato che rispecchiasse le proprie idee ma quello più in grado di battere il tycoon. Secondo FiveThirtyEight, identificarsi come un socialista democratico e promuovere idee molto di sinistra come Medicare for All probabilmente non era abbastanza per gli elettori che invece volevano la certezza di poter battere il presidente.

L’endorsement a Biden

Poche ore fa, nel corso di un livestream, Sanders ha annunciato il suo endorsement a Biden, impegnandosi ad aiutarlo a battere il presidente Trump alle presidenziali. “Oggi chiedo a tutti gli americani, a tutti i democratici, a tutti gli indipendenti e a molti repubblicani di unirsi in questa campagna per sostenere la tua candidatura, che io appoggio, per assicurarci di sconfiggere il presidente più pericoloso della storia moderna di questo paese”, ha detto il senatore del Vermont. Inoltre, i due hanno deciso di lanciare sei task force per lavorare congiuntamente su una serie di questioni politiche tra cui l’assistenza sanitaria, l’economia, l’istruzione, giustizia penale, l’immigrazione e i cambiamenti climatici. “Non è un grande segreto Joe, che tu e io abbiamo le nostre differenze, e non le cancelleremo. È vero, ma spero che a queste task force si uniscano le migliori menti della tua e della mia campagna per trovare soluzioni reali a questi problemi molto importanti”. Biden ha poi chiesto a Sanders di aiutarlo a preparare un programma politico che possa aiutarlo a convincere i giovani, gruppo che ha supportato il senatore del Vermont per tutte le primarie, a votarlo alle presidenziali.

Contrariamente a quanto successo nel 2016, quando Sanders continuò la sfida con la Clinton fino alla fine sostenendola soltanto alla Convention di luglio, l’endorsement del senatore del Vermont, in questo caso, è arrivato appena cinque giorni dopo la sospensione della sua campagna. Il sostegno ottenuto da Biden, dunque, segna un momento chiave per i democratici e rappresenta sicuramente un modo per unificare il Partito Democratico dietro una sola persona. 

Secondo un’analisi di Axios, se Biden vuole davvero convincere la parte progressista a sostenere la sua candidatura, deve necessariamente puntare a qualcosa di più concreto in termini di proposte o concessioni. È improbabile che l’ex vicepresidente possa adottare Medicare for All vista l’opposizione durante tutta la sua campagna. I due, però, come già detto, stanno facendo passi avanti importanti su una serie di argomenti come il debito studentesco e l’abbassamento dell’età per accedere a Medicare.

Uno sguardo alle presidenziali

Secondo vari sondaggi condotti a livello nazionale Biden, che a questo punto è ufficialmente il candidato democratico, sarebbe in vantaggio rispetto a Trump. Una rilevazione della CNN riporta che l’ex vicepresidente attualmente è al 53% mentre il tycoon al 42%. Biden è supportato dal 91% dei democratici mentre Trump dal 96% dei repubblicani. Le divisioni demografiche che hanno definito le presidenziali del 2016 sembrerebbero persistere tutt’ora. Biden, come anche contro Sanders, a livello nazionale va forte tra le donne (62%) rispetto a Trump (32%), mentre quest’ultimo guida gli uomini col 51%. Il 77enne democratico, ovviamente, viene supportato in larga maggioranza dagli afroamericani, mentre il tycoon primeggia tra i bianchi. Inoltre, Biden ha un ampio vantaggio tra gli elettori più giovani, zoccolo duro di Sanders delle primarie democratiche. Tra i minori di 35 anni, il 62% sostiene Biden e il 31% Trump. Il presidente in carica, invece, è più forte tra gli anziani (55% contro 45% di Biden). 

Nonostante i sondaggi nazionali vedano Biden in vantaggio rispetto a Trump, come vuole la tradizione, il presidente in carica è sempre il reale favorito rispetto al suo sfidante. Il tasso di approvazione attuale di Trump è al 49% mentre quello di disapprovazione è sceso al 45%, dato più alto da quando è presidente degli Stati Uniti. Ciò significa che in generale i cittadini sono abbastanza contenti di come sta gestendo la crisi. La conferma di Trump molto probabilmente passerà proprio per questa crisi causata dalla pandemia di Covid-19, con Biden che, però, non ha intenzione di fermarsi proprio adesso, a maggior ragione dopo aver ottenuto l’endorsement dal suo ex rivale.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info