Il ridimensionamento dell’eccezionalismo americano: motivazioni e rischi

Più volte nella storia gli Stati Uniti d’America si sono sentiti caricati della responsabilità di redimere l’umanità dalla corruzione e dalla tirannia del sistema internazionale. I padri fondatori raccontavano gli Stati Uniti come la nazione su cui gravava il duro compito di portare ordine, pace e giustizia nel mondo.

Il ridimensionamento dell’eccezionalismo americano: motivazioni e rischi - Geopolitica.info

Sintetizzando, gli Stati Uniti rappresentavano un’eccezione nella storia dell’umanità e avevano un “destino manifesto” da compiere: democrazia, giustizia e diritti umani permettevano agli americani di occuparsi del mondo con lo scopo di redimerlo dal male.  Questo tipo di retorica ha giustificato molti interventi nel contesto globale che sono andati intensificandosi dopo la Seconda guerra mondiale. Se durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti si sentivano investiti della responsabilità di contenere e respingere le offensive comuniste su scala globale, dopo la sconfitta dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti si sono concentrati sugli interventismi umanitari di Clinton e gli interventi in Medio Oriente di Bush (Afghanistan e Iraq) per “esportare” la democrazia e sconfiggere il terrorismo internazionale.  

Soprattutto quest’ultima interpretazione degli Stati Uniti d’America nel mondo,  ha spinto l’amministrazione Obama a rivisitare il concetto di eccezionalismo americano. In seguito alla crisi economica, Obama ha puntato molto sulla risoluzione dei problemi interni. Superare la crisi economica e sociale interna era la priorità per il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, e questo non corrispondeva alla missione di portare ordine, democrazia e pace nel mondo con interventi militari molto dispendiosi, come era successo in passato. Il leitmotiv dei precedenti interventi militari trovava fertilità nelle convinzioni modellate dal concetto di eccezionalismo americano. Clinton, attraverso la NATO, aveva guidato gli interventi militari in Bosnia. Bush arrivò addirittura ad abbandonare il multilateralismo in favore di una politica unilaterale volta a garantire la massima libertà d’azione degli Stati Uniti d’America nel mondo, con o senza il supporto degli alleati. La convinzione inamovibile era che gli Stati Uniti d’America avevano il diritto (e il dovere) di intervenire nel mondo laddove l’ordine, la pace e la democrazia non erano più garantiti. Per Bush il momento di distacco dalla visione multilaterale di Clinton era stato l’11 settembre, e nella NSS del 2002 già si rendeva esplicito che gli Stati Uniti avevano l’obbligo  di sconfiggere il pericolo del terrorismo nel mondo. Se gli alleati non avessero accettato questo gravoso impegno, gli Stati Uniti avrebbero dovuto farlo da soli, come paese fulcro della libertà e della lotta al terrore. Gli interventi in Afghanistan e Iraq in pochi anni diventarono pesanti boomerang che complicavano lo scenario internazionale e, inoltre, dividevano l’opinione pubblica interna degli americani. Così, Obama decise di segnare un altro distacco dal passato: gli Stati Uniti sono eccezionali, ma non possono spendersi in ogni angolo del globo.  Sotto l’amministrazione Obama si ritorna a coltivare l’attenzione per le alleanze e il supporto degli alleati per affrontare le sfide globali. Nonostante ciò, Obama dimostrò grande sensibilità per quanto riguardava gli scenari mediorientali. La volontà di ritirare le truppe in Iraq, in Afghanistan e il non intervento diretto nella questione siriana dimostrano quanto Obama fosse contrario all’interventismo indiscriminato su scala globale degli Stati Uniti. Questo non voleva dire che gli Stati Uniti d’America non dovessero più curarsi del sistema internazionale ma, più semplicemente, che il sistema internazionale aveva bisogno di una cooperazione più approfondita tra gli alleati e, soprattutto, che gli Stati Uniti d’America non potevano più permettersi guerre umanitarie: il rischio era l’accelerazione del declino della legittimazione a livello internazionale e dell’aumento della spesa pubblica. Per questo nelle due NSS di Obama (2010 e 2015) si torna a puntare il focus sulla cooperazione internazionale e al rafforzamento le relazioni con i paesi europei. Con Obama, dunque, c’è una prima rivisitazione del concetto di eccezionalismo americano: gli Stati Uniti non possono più occuparsi del mondo senza tenere in considerazione le priorità nazionali, di conseguenza si cerca una responsabilizzazione del ruolo degli alleati in ogni scenario internazionale. 

La campagna elettorale di Trump è stata fortemente improntata sull’isolazionismo. “America First” non è un semplice slogan sovranista come viene inteso da gran parte dei media, ma un abbraccio a una viscerale tentazione degli Stati Uniti d’America di distinguersi dal resto del mondo in modo passivo, abbandonando il sistema internazionale al proprio destino e senza voler interferire sporcandosi le mani in una comunità internazionale confusa e problematica. Numerose volte Trump ha manifestato la volontà di alleggerire l’impegno americano nel mondo, perché questo impegno richiedeva energie e sforzi non indifferenti alle amministrazioni americane e, di conseguenza, ai cittadini statunitensi. Anche nella letteratura politologica molti autori mettono in guardia l’egemone del sistema internazionale dal sovraccaricarsi di impegni per non incorrere nelle problematiche dell’overstretching (si veda ad esempio Organski e Kugler, The War Ledger, 1980). Il cavallo di battaglia della campagna elettorale è stato confermato anche nella NSS del 2017, dove si esplicita la volontà di abbandonare le velleità egemoniche sul mondo. 

Una criticità rilevante della strada intrapresa dall’amministrazione Trump è la poca propensione a collaborare con le vecchie alleanze, tra cui quelle europee. Tutto ciò mette in discussione il ruolo di leader benevolente del sistema internazionale in grado di provvedere alla sicurezza degli alleati. A differenza di Obama, dunque, con Trump le istituzioni multilaterali vengono accantonate per fare spazio ai rapporti bilaterali. Nei confronti economici, inoltre, si mostra insofferenza verso gli alleati storici come dimostrano i dazi imposti all’Unione Europea. La direzione scelta segna un ridimensionamento totale del concetto di eccezionalismo americano ma deve tenere conto di alcune possibili conseguenze negative. In primo luogo, Russia e Cina potrebbero testare il grado di tolleranza degli Stati Uniti nei confronti delle loro ambizioni regionali come per esempio in Ucraina e nel Mar cinese meridionale. Una seconda conseguenza è la diffidenza che gli alleati potrebbero cominciare a nutrire nei confronti degli Stati Uniti e la tentazione di stringere legami più forti con altre grandi potenze: in Europa molti attori stanno strizzando l’occhio a Cina e Russia, come dimostrano gli accordi commerciali tra Grecia e Cina (che comprendono la gestione del porto del Pireo) o il memorandum firmato dall’Italia per l’adesione alla Via della Seta. Infine, questo atteggiamento di disinteressamento del mondo potrebbe veder accrescere il soft power degli attori in competizione con Washington, ancora una volta Russia e Cina su tutti. Un esempio lampante è la gestione comunicativa degli aiuti medici forniti ai paesi europei da parte di Pechino in queste settimane in cui la pandemia è esplosa in Europa. Per concludere, gli Stati Uniti hanno puntato sulla responsabilizzazione degli alleati in materia di sicurezza e sulla volontà di raggiungere accordi più equi a livello economico, ma questo potrebbe deteriorare la legittimità degli Stati Uniti d’America nel lungo periodo e il loro ruolo di egemone nel sistema internazionale. Un mondo senza leadership potrebbe voler dire maggior confusione e destabilizzazione, con attori regionali pronti a cogliere l’occasione per mettere in atto il loro revisionismo del sistema internazionale. Seguiranno dei cambiamenti nella strategia?