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Il riconoscimento del Somaliland riaccende le tensioni tra Somalia ed Etiopia

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Il 1° gennaio 2024 Muse Bihi Abdi, Presidente dell’autoproclamato Stato del Somaliland, ha annunciato la ratifica di un memorandum d’intesa con l’Etiopia che prevede la concessione di 20 chilometri di costa e del porto di Berbera per una durata di 50 anni in cambio del riconoscimento del Somaliland, garantendo così ad Addis Abeba un importante sbocco sul Golfo di Aden e sul Mar Rosso. Sebbene il premier etiope Abiy Ahmed non abbia ancora confermato l’accordo, ma si sia limitato a parlare di “analisi profonda” della situazione in Somaliland, ciò ha naturalmente provocato la rabbia del governo somalo e del presidente Sheikh Mohamud. Questo accordo è apparso come un fulmine a ciel sereno considerando che Somalia e Somaliland si erano da poco impegnate a cercare una soluzione politica ai loro problemi, mentre l’intero Corno d’Africa potrebbe piombare nel caos qualora l’Accordo di Berbera dovesse essere confermato.

Dichiaratosi unilateralmente indipendente nel 1991 e senza alcun riconoscimento da parte della comunità internazionale, il Somaliland è una regione settentrionale della Somalia che si affaccia sul Golfo di Aden e confina con il Gibuti e l’Etiopia con quest’ultima che sembra essere destinata a diventare il primo Paese a riconoscerne. La sua posizione sullo stretto di Bab el-Mandeb fa del Somaliland uno strategico punto di transito commerciale per le rotte che attraversano lo stretto per immettersi nel Mar Rosso o nell’Oceano Indiano e la creazione di una base commerciale nell’area darebbe all’Etiopia la proiezione sul Golfo di Aden e il tanto agognato accesso al Mar Rosso che il premier Ahmed ha definito “confine naturale” dell’Etiopia per liberarla dalla sua “prigione geografica”. Per tali ragioni Addis Abeba ha offerto al presidente Abdi una parte delle quote dell’Ethiopian Airlines in cambio del leasing del porto di Berbera, nonché un sostanziale riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland a discapito della Somalia. 

A tal proposito, Mohamud ha immediatamente promulgato una legge per l’annullamento del trattato e per la difesa dell’integrità territoriale somala dichiarando che “nessuno ha il potere di svendere pezzi di Somalia” e che le azioni dell’Etiopia sono “una chiara interferenza nella sovranità, libertà e unità del Paese”, nonché una violazione del diritto internazionale. A ciò si aggiunge la compromissione dei negoziati tra Mogadiscio e Hargeisa che, sotto la mediazione del Gibuti, avevano portato a un accordo tra le due parti a fine dicembre 2023.

Tale accordo predisponeva quattro obiettivi:

  • L’inizio di un dialogo politico per il raggiungimento di una soluzione di lungo periodo;
  • La nomina di comitati tecnici per l’istituzione di una roadmap diplomatica;
  • Il mantenimento dei precedenti accordi, soprattutto in tema di cooperazione e sicurezza;
  • Stabilizzazione e pacificazione delle regioni di Sool, Sanaag e Cayn nel Somaliland meridionale, attraverso le leggi tribali somale.

La comunità internazionale aveva accolto con grande ottimismo il risultato delle negoziazioni e malgrado alcuni malumori interni – la regione secessionista del Puntland lamentava di essere stata ingiustamente esclusa – per la prima volta dal 1991 sembrava essersi aperto uno spiraglio di miglioramento anche grazie al rafforzamento della posizione del governo somalo che nel 2023 ha ottenuto importanti successi coronati dall’ingresso del Paese nella Eastern African Community, al contrario del Somaliland che si trova sempre più in preda all’incertezza politica dovuta alle ribellioni di diverse tribù, in particolare quella Dhulbahante che ha imposto in alcune aree la propria amministrazione riconosciuta da Mogadiscio come stato federale.

A livello regionale la Somalia può contare sul supporto di Egitto ed Eritrea: in una dichiarazione congiunta rilasciata a gennaio, il presidente al-Sisi ha affermato che “l’Egitto non permetterà a nessuno di minacciare la Somalia o la sua sicurezza”; tuttavia, seppur destinato all’Etiopia, tale messaggio lascia numerosi dubbi su come queste parole possano tramutarsi in azioni concrete, soprattutto se si considera che l’Egitto non è riuscito a far valere le proprie istanze contro Addis Abeba nemmeno sulla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, un argomento che tocca in prima persona il Cairo.

Il Gibuti, invece, ha optato per la strada della mediazione al fine di scongiurare lo spettro di un conflitto tra i due Paesi che si tramuterebbe in un disastro per il piccolo stato portuale impaurito dalle mire espansionistiche etiopi e allo stesso tempo speranzoso che Hargeisa non subentri come principale porto commerciale per l’Etiopia causando una perdita economica di circa 2 miliardi di dollari.

Altri attori internazionali si sono pronunciati contro l’accordo di Berbera, tra questi figurano l’Unione Africana, la Turchia, gli USA, la Lega Araba, l’Unione Europea all’Organizzazione per la Cooperazione Islamica, sottolineando come tale trattato potrebbe minare severamente la lotta al terrorismo nel Corno d’Africa – la missione ATMIS contro al-Shabaab è partecipata da contingenti etiopi – e la sicurezza nel Mar Rosso già vessato dalla pirateria e dagli attacchi degli Houthi. Qatar ed Emirati Arabi invece sperano che la situazione si risolva pacificamente nel più breve tempo possibile alla luce dei loro interessi economici in entrambi i Paesi; in particole gli EAU hanno recentemente stabilito proprio nel porto di Berbera una base militare.

L’Etiopia, dal canto suo, può contare su alcuni fattori di debolezza intrinsechi alla Somalia come l’insicurezza economica e l’instabilità politica, ma soprattutto i diffusi sentimenti secessionisti che attraversano il Paese e vanno oltre il Somaliland: una di queste regioni è il Jubaland, al confine meridionale con il Kenya, dove le forze separatiste spingono da anni per l’ottenimento dell’indipendenza e nelle cui vicende politiche sembra essersi inserito il Kenya, accusato da Mogadiscio di interferire nella questione e di essersi addirittura spinto a dialogare con il Presidente Abdi. Il premier Mohamud ha visitato il 14 febbraio la città portuale di Kismayo, uno dei principali centri urbani del Jubaland, per discutere delle tematiche federali con l’amministrazione locale e probabilmente per ammonire il Kenya riguardo possibili azioni nella regione. Oltre a Somaliland e Jubaland, anche la regione del Puntland minaccia la secessione da diverso tempo a causa di dispute territoriali con Mogadiscio iniziate negli anni ’90 e mai risolte.

Lo spettro dello smembramento interno della Somalia alimenta, quindi, dubbi e timori sulla reale capacità del governo di mantenere integra la sovranità del Paese con il rischio che possa far nascere una nuova crisi securitaria ed umanitaria, che andrebbe ad aggiungersi a quelle dei vicini Sudan e Yemen.

Qualora il trattato di Berbera dovesse entrare effettivamente in vigore, si verrebbe a creare un’ulteriore questione legata al ruolo della Lega Araba nel garantire, almeno sulla carta, la difesa collettiva dei Paesi arabi verso un altro Paese membro. Tuttavia, abbiamo visto come la Lega Araba non stia avendo alcun ruolo significativo a Gaza ed è quindi probabile che un eventuale supporto alla Somalia sarebbe solamente simbolico ed ufficioso anche alla luce della forza diplomatica ed economica che l’Etiopia ha nella regione: basti pensare al già citato caso della GERD o al fatto che un eventuale accesso al Mar Rosso avrebbe delle ricadute economiche molto positive su Addis Abeba e di conseguenza su tutti quei Paesi che da anni investono in Etiopia, tra cui alcuni membri della Lega Araba quali Qatar ed Emirati Arabi.

Quali sono quindi le possibili contromosse della Somalia per difendersi in questa situazione? La soluzione più radicale, quella del conflitto armato, sembra essere stata scartata a prescindere da Mohamud data l’impossibilità per la Somalia di sostenere una guerra di questo tipo e anche perché lo stesso presidente ha dichiarato che “l’unica guerra che dobbiamo combattere ora è quella al terrorismo”.

Una prima azione diplomatica è stata compiuta a fine gennaio quando la Somalia ha richiesto e ottenuto una riunione speciale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre l’Etiopia ha ribattuto sostenendo che non fosse necessario “scomodare” le Nazioni Unite dal momento che l’argomento era già al vaglio dell’AUPSC, il consiglio di sicurezza dell’Unione Africana, e ribadendo in una lettera inviata all’UNSC la conformità del Memorandum con le norme del diritto internazionale menzionandone soltanto le implicazioni economiche. Allo stesso tempo, non è stata esclusa la possibilità di ricorrere a vie legali denunciando il fatto alla Corte dell’Aja.

Tuttavia sia UNSC che AUPSC si sono espresse in favore dell’integrità nazionale somala e hanno espresso i loro timori in merito alla sicurezza nella regione.

Oltre alla diplomazia, la Somalia potrebbe boicottare il commercio con l’Etiopia e tagliare ogni rapporto con Addis Abeba nel tentativo di isolarla. Questo potrebbe spingere Addis Abeba a perseguire una o più delle seguenti azioni: congelare ogni accordo di cooperazione, espellere le forze di peacekeeping etiopi e/o bloccare il commercio del pesce somalo. Tuttavia, si tratta di un’arma a doppio taglio dal momento che queste misure avrebbero effetti collaterali sulla stessa Somalia che dovrebbe quindi trovare altri partner commerciali e fonti di finanziamento.

In Somaliland, invece, il governo di Mogadiscio potrebbe supportare le tribù che si oppongono al governo di Hargeisa, innescando ribellioni nelle regioni di Las Anod e Awdal al confine col Gibuti e sfruttando le istanze del potente clan Isaaq in grado di minacciare da solo il governo centrale del Somaliland.

Non sappiamo se il trattato di Berbera si concretizzerà o meno; tuttavia, stiamo già assistendo alla riaccensione di una serie di tensioni che si sperava essere ormai sopite e i cui effetti impatterebbero negativamente sull’intera area del Corno d’Africa a livello securitario, politico ed umanitario con possibili effetti a cascata sulla navigazione e il commercio nel Mar Rosso e sugli investimenti internazionali nella regione.

La visita di Mohamud al Cairo ha gettato le basi per il riavvicinamento della Somalia ad Egitto ed Eritrea in funzione anti-etiope e il deterioramento dei rapporti diplomatici tra Mogadiscio e Addis Abeba avrebbe ripercussioni negative sulla lotta al terrorismo, alla cooperazione economica e al mantenimento della stabilità nel Paese, generando malcontento ed esacerbando le divisioni tribali con una possibile escalation interna.

Le notizie più recenti non sembrano portare ottimismo: nonostante a inizio marzo si speculasse sulla base di informazioni divulgate da fonti vicine al presidente Abiy di un possibile ritiro dell’Etiopia dall’MoU – o quantomeno su una sua possibile revisione – il mese di aprile è cominciato con l’espulsione dell’ambasciatore etiope dal Paese e la chiusura dei consolati etiopi ad Hargeisa e Garowe, le capitali del Somaliland e del Puntland, intensificando le tensioni tra i due Paesi e rendendo più difficile il lavoro della diplomazia.

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