Il ribelle americano: politica (e geopolitica) in Clint Eastwood, per capire l’America di oggi

Il regista americano compie oggi 90 anni. La notizia potrebbe passare in secondo piano, se non fosse che i suoi film offrono utili spunti per capire ciò che sta avvenendo in questi giorni negli Stati Uniti, in questo momento transitorio di portata apparentemente enorme, per l’emergenza Coronavirus e per le rivolte che stanno infiammando il paese a seguito dell’uccisione brutale di George Floyd avvenuta a Minneapolis.

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Il regista americano incarna un pezzo di quel paese: rappresenta una fetta politica, sociale e culturale degli Stati Uniti, che spesso viene trascurata dalla narrazione massmediatica. È, almeno in parte, l’incarnazione del sogno americano, capace di offrire uno sguardo sincero e profondo sull’America di oggi, restituendone un’immagine mai banale. 

In molte delle sue opere il proprio contesto nazionale viene raccontato mettendo in rilievo aspetti positivi, in un realismo che non lascia spazio al pessimismo, evidenziando comunque i chiaroscuri dei mutamenti della società americana, negli aspetti sociali e in quelli di vita quotidiana. Vengono sottolineate le discrasie economiche e la solitudine della condizione individuale – se si vuole anche in un forte accento individualistico – tipiche del mondo americano, ma sempre facendo emergere i lati positivi, le figure esemplari nella loro semplicità, eroiche sebbene reali, o molto verosimili.

All’uscita dal cinema, dopo i suoi film, si ha infatti più o meno sempre la sensazione di aver ricevuto qualcosa: un messaggio, una lettura, un’interpretazione del mondo che cambia e in particolare dell’America, che qualcuno – in un accenno di fastidioso distacco elitario – potrebbe definire dell’“America profonda”. Quella di Clint Eastwood è una società vista con gli occhi di chi – in virtù dei suoi 90 anni – ha compreso i cambiamenti in atto e li ha portati sullo schermo, mantenendo uno sguardo vigile, tutt’altro che banale, spesso alto (o religioso) e a tratti malinconico, quasi a voler rimarcare i tratti valoriali di un’America del passato, ma mai tramontata. 

La sua America è infatti quella semplice – fatta di cose semplici –, del sentimento nazionale e di una certa visione dell’eroismo americano: elementi, questi, che hanno pervaso la storia del paese fin dai suoi primordi, laddove il patriottismo emerge come uno dei tratti distintivi della sua narrazione nazionale e delle questioni di politica internazionale.

Ecco che allora che in American Sniper si racconta la storia (vera) del cecchino Chris Kyle, partito per l’Iraq tra i Navy Seal: la posizione del regista è chiaramente di parte, a favore dell’impegno statunitense nella Global War on Terror, in una forte esaltazione del patriottismo e della visione fornita dal cecchino nelle sue memorie.

In Richard Jewell si racconta la vicenda – anch’essa vera – del poliziotto che sventa l’attentato terroristico di Atlanta alle Olimpiadi del 1996 e alle questioni mediatiche e giudiziarie che ne conseguirono: il regista esalta la semplicità d’animo, il senso del dovere, la preoccupazione di fare bene il proprio lavoro come parte integrante di un contesto nazionale più ampio, senza risparmiare le critiche al sistema giornalistico e giudiziario americano.

In Gran Torino, capolavoro assoluto del regista, lui stesso si fa interprete della figura dell’eroe pronto a combattere per il bene, difendendo il più debole dai soprusi delle gang della periferia americana, seguendo il modello di Cristo richiamato nelle scene finali. È la figura che pare mancare in questi giorni. Nella vicenda del cittadino ucciso dal poliziotto, infatti, in pochi hanno messo in luce l’indifferenza dei colleghi della guardia e anche di chi riprende col telefonino, laddove nessuno sembra prendere posizione, se non verbalmente e senza nulla rischiare. Nelle scene delle devastazioni in molte città americane che ne sono nate si sta assistendo – ancora una volta – a una sostanziale neutralità, nella migliore delle ipotesi, rispetto alla furia della folla, che si tramuta anche in violenza omicida, come testimoniato dalle immagini di Dallas, in cui una persona viene linciata e quasi uccisa dai contestatori.

Ricorre spesso, nel patriottismo di Eastwood, la figura del reduce di guerra, dell’eroe americano che vede nella propria vita la parte di un insieme più ampio, senza paura che le conseguenze di ciò provocheranno. È lo stesso regista che non ha mai temuto lo schieramento politico, anche aperto e controcorrente: famoso è stato il suo isolatissimo appoggio alla candidatura di Trump nelle elezioni del 2016, laddove lo star system aveva optato quasi in blocco unitario per il sostegno ai candidati democratici.

Il coraggio che molti dei suoi film – e qui abbiamo fatto riferimento solo ad alcuni dei suoi ultimi – raccontano e che l’America di questi giorni, accesa da violenze della polizia e rivolte urbane, sembra aver dimenticato.

Alessandro Ricci,
Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Geopolitica.info