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Il riaccendersi della violenza insurrezionale in Myanmar all’ombra del gigante cinese

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Dal 27 di ottobre lo Stato Shan, regione nella parte orientale del Myanmar, è scossa da nuove tensioni che hanno visto un rinnovato vigore delle ribellioni etniche del Paese. Questa nuova ondata di violenza, una delle più cruente dal colpo di Stato del febbraio 2021 che ha messo fine all’embrionale processo di democratizzazione portato avanti da Aung San Suu Kyi, ha creato preoccupazioni sia tra i membri della giunta militare al potere sia tra i vertici di Pechino, indispettiti da un’eccessiva instabilità ai loro confini. La situazione, però, risulta molto complessa ed antiche paure e rivalità della storia birmana si mischiano con un’intricata rete di interessi e legami tra tutti gli attori, interni ed esterni, parte della crisi. L’obiettivo di questo articolo è fornire una panoramica degli ultimi eventi che stanno affliggendo una terra da decenni martoriata da conflitti intestini e fornire a chi legge una chiave di lettura per inserire eventi locali in una cornice più ampia di interessi economici e politici che attraversano i confini dell’ex colonia britannica.

I principali attori della crisi
L’operazione 1027 (così nominata in relazione al giorno di inizio degli scontri) è iniziata con una serie di attacchi coordinati a basi e posti di controllo del Tatmadaw (il nome ufficiale dell’esercito birmano) all’interno del vasto Stato Shan. Gli attacchi sono stati rivendicati dalla Three Brotherhood Alliance, formata da tre gruppi di ribelli che da decenni combattono, a fasi alterne, i governi militari al potere e che, nell’attuale crisi, portano avanti agende politiche solo in parte sovrapposte. La Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDA, formata principalmente da membri di etnia Kogang) è sicuramente il gruppo ribelle con più interessi economici e politici nelle vicende in corso. Per capire meglio il ruolo predominante di questo movimento bisogna tornare agli eventi che hanno scosso il Myanmar nel 2009: dopo l’entrata in vigore della Costituzione del 2008, che sanciva l’inizio di un’apertura democratica della giunta militare al potere, il Tatmadaw decise di porre fine definitivamente alle rivolte interne, attraverso un processo di pace in cui i bracci armati delle varie ribellioni nel Paese vennero invitate a trasformarsi in Guardie di Frontiera, inserite all’interno dell’organigramma del Tatmadaw e composte per due terzi da miliziani e per un terzo da membri delle forze armate governative. Solo un movimento insurrezionale nel Paese accettò l’offerta dei militari al potere che, come da tradizione nella storia birmana, presero i rifiuti come una provocazione ed iniziarono una dura ondata di repressione. Gli abitanti di etnia cinese del Kokang furono i primi ad essere colpiti e l’MNDA fu costretta a trovare rifugio in Cina. Una parte del gruppo insurrezionale, però, decise di scendere a patti con le truppe governative, la cui offensiva era guidata dall’organizzatore del golpe del 2021 Min Aung Hlaing, ottenendo il controllo della Kokang Self-Administered Zone e dei traffici che animavano il territorio. Le ambizioni del MNDA si uniscono oggi con quelle del Ta’ang National Liberation Army (TNLA) che spera in un collegamento territoriale sicuro tra l’enclave del Palaung, sua base nel nord-ovest dello Stato Shan, e la Cina, per motivazioni strategiche ed economiche. Infine, l’Arakan Army sostiene le ambizioni territoriali degli altri due gruppi, spinto da meri interessi economici, tra cui l’approvvigionamento di armi dal territorio Shan.

Gli eventi di questo autunno
Se gli scontri tra forze governative e forze insurrezionali sono una costante della storia birmana, gli eventi dell’ultimo trimestre sono stati, quantomeno, favoriti da tensioni tra le autorità di Pechino ed il State Administration Council (SAC) in relazione alla salvaguardia dei cittadini cinesi in territorio birmano. Nella seconda metà dello scorso ottobre alcune organizzazioni criminali, da sempre operanti nella zona auto-amministrata Kokang con il beneplacito delle autorità locali fedeli alla giunta militare, hanno ucciso diversi cittadini cinesi, tra cui un agente dei servizi segreti di Pechino. Questo ha portato i vertici cinesi ad interrogarsi sull’effettivo controllo che i militari hanno su quella porzione di territorio e sull’influenza che esercitano sui capi della malavita locale. Dai dubbi in merito è derivato un rinnovato appoggio cinese nei confronti dell’MNDA che è stato ripagato dalla promessa delle forze insurrezionali di una rapida riconquista e da un parallelo smantellamento di tutte le reti criminali non allineate con il governo cinese. Ed il ruolo di black knight del dragone sembra aver fruttato alle forze insurrezionali un successo dietro l’altro, nonostante l’intervento delle forze aeree del governo centrale. Negli ultimi giorni dell’anno sembra che le forze dell’MNDA abbiano preso possesso del quartier generale delle forze Kokang nella capitale della zona auto amministrata all’interno dello Stato Shan. Con la caduta della zona auto amministrata Kokang alle porte, i vertici del Tatmadaw, da sempre ossessionati dalla paura di vedere il loro Stato disgregato, necessitano non solo di una risposta militarmente dura, ma anche di un riavvicinamento con Pechino, senza il quale il controllo dell’intero Stato Shan potrebbe essere perso. 

Il ruolo cinese ed il futuro della rivolta
Anche negli ultimi anni, la Cina ha mantenuto rapporti sia con la giunta militare al potere sia con le varie fazioni ribelli operanti a ridosso dei propri confini. Non è certo una novità che, data anche la porosità dei confini birmani e la corruzione dilagante, dal territorio cinese provengano non solo investimenti, ma anche traffici illeciti ed economicamente proficui. Le preoccupazioni cinesi per la propria popolazione operante in territorio birmano e l’incapacità delle forze fedeli al governo di Naypyidaw di gestire le forze operanti nel loro territorio, hanno spinto le autorità cinesi a sostenere un cambio di Leadership, trovando nell’MNDA non solo un valido sostituto, ma anche un attore altamente influenzabile. Nonostante le vittorie militari dell’Alleanza nello Stato Shan possano portare a presagire una futura campagna delle forze insurrezionali oltre i confini regionali, Pechino ha tutto l’interesse nel ristabilire l’ordine una volta che gli attori locali non allineati con il dragone saranno neutralizzati. Il grande impegno cinese nel cercare di far raggiungere un accordo tra governo e ribelli sembra avere un duplice scopo: da una parte limitare la violenza, per garantire la ripresa dei traffici tra i due lati del confine, dall’altra mostrarsi al SAC come l’attore regionale di riferimento, unico vero garante dello status quo. Una dimostrazione di forza di cui la giunta militare birmana deve prendere atto per non cadere vittima della sua stessa arroganza, nonostante le chiare intenzioni della Repubblica Popolare Cinese di interferire nella politica interna degli Stati ai suoi confini sulla base dei propri interessi e delle proprie aspirazioni. 

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