Il referendum costituzionale, la crisi bielorussa e il futuro del Cremlino: intervista a Mara Morini

Nel corso delle ultime settimane, l’attenzione internazionale è tornata a concentrarsi su Mosca a causa dell’esplosione delle proteste nella vicina Bielorussia e del presunto avvelenamento di Alexey Navalny, il blogger e attivista anticorruzione che da anni guida l’opposizione in Russia. Geopolitica.info ha quindi incontrato la Prof.ssa Mara Morini, docente di Politics of Eastern Europe e Scienza politica presso l’Università di Genova e autrice di un recente volume edito da il Mulino sull’evoluzione politica della Russia post-sovietica dal titolo “La Russia di Putin”.

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La professoressa Morini, oltre a svolgere un’intensa attività di ricerca sulla politica russa, è stata osservatrice elettorale dell’OSCE-ODIHR alle elezioni parlamentari (2003) e presidenziali (2018) a San Pietroburgo, Murmansk e Kazan, ed in grado di offrire un punto di vista assolutamente privilegiato su quanto sta accadendo oggi in Russia.

A quasi sei mesi dall’esplosione dell’emergenza sanitaria legata a Covid-19, la Russia sta tornando ad una cauta normalità, avendo finora registrato 17.025 morti e ben 985.346 contagiati. L’annuncio del conseguimento di un vaccino russo contro il Coronavirus è stato salutato come un grande successo nazionale, al punto che è stato rinominato Sputnik V, con chiari rimandi alla corsa allo spazio degli anni Cinquanta e Sessanta. Come è stata finora gestita l’emergenza sanitaria e, soprattutto, potrebbe aver avuto delle ripercussioni sull’immagine di Vladimir Putin?

Dopo una prima fase piuttosto caotica dove sono emersi tutti i limiti della politica sanitaria russa, soprattutto in termini di obsolescenza dei macchinari e di alcune sedi ospedaliere periferiche, la gestione della task force, guidata dal sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, è riuscita ad affrontare discretamente sia la fase della “sospensione lavorativa” (equivalente al nostro lockdown) attraverso aiuti economici alle famiglie, ai pensionati e alle imprese sia la capacità di reagire al contraccolpo economico grazie all’intervento dei fondi di riserva che consentono per il momento di evitare una grave crisi economica e, conseguentemente, sociale. 

Si stima che dei 17.025 morti i casi imputabili al Covid sono 7.037, mentre il virus ha contribuito al decesso di 1.399 pazienti con patologie pregresse e in 3.481 non ha avuto alcuna concausa.

Sebbene la curva dei contagi non segnali un’inversione di tendenza, rispetto ai valori sulla popolarità di Putin, diffusi dai più autorevoli istituti di ricerca, che si attestavano ad aprile al dato più basso da quando il presidente è in carica pari al 59%, un recente sondaggio del Levada Center (https://www.levada.ru/en/) rileva la ripresa dell’approvazione dell’attività del presidente al 66% degli intervistati. Si tratta della stessa percentuale espressa dal campione nel dicembre 2018 che dimostra quanto sia improprio e audace ritenere Putin un leader in difficoltà o “politicamente morto”, come la maggior parte della pubblicistica occidentale ha affermato in questi mesi. Complessivamente, l’immagine di Putin pare, quindi, non aver risentito negativamente dell’impatto del Covid nella Federazione russa.

Lo scorso 1° luglio, il “voto nazionale” sugli emendamenti alla Costituzione della Federazione Russa ha definitivamente confermato l’entrata in vigore delle riforme, offrendo così l’opportunità a Vladimir Putin di candidarsi nuovamente alle elezioni del 2024 e, ancora, del 2030. Rispetto alle dichiarazioni inziali, che avevano lasciato trasparire una riforma in senso maggiormente parlamentare, si è assistito, nel corso del processo di revisione costituzionale, ad una progressiva riaffermazione della “verticale del potere”, come è spiegabile questo cambiamento piuttosto repentino nel processo riformista?

In un’intervista rilasciata al regista americano Oliver Stone, Putin ha dichiarato che “le mie opinioni non cambiano di fronte a nuove idee, ma solo di fronte a nuove circostanze”. Ritengo che l’unica motivazione plausibile sia riconducibile alla lotta per il potere all’interno dell’élite russa per indicare/guidare la successione al potere. Evidentemente Putin non aveva ancora sciolto la sua riserva sulle modalità, la tempistica e l’eventuale nome del suo successore e l’improvvisa dichiarazione di apportare modifiche alla Costituzione ha innescato un processo destabilizzante sia tra i suoi principali sostenitori (siloviki) sia nel suo più ristretto entourage.

Storicamente e culturalmente la Russia ha sempre sostenuto il potere monocratico e una riforma così veloce e improvvisa che conferisse al Parlamento un maggiore coinvolgimento nel processo decisionale avrebbe potuto provocare un nuovo conflitto pari a quello intercorso fra Gorbačev e El’cin. Putin ha, quindi, preferito mandare un segnale ben chiaro: la questione della successione sarà gestita in prima persona, ponendo fine, o quantomeno limitano, le eventuali ambizioni scaturite tra le fila del Cremlino. Accettando la proposta della deputata Valentina Tereškova di eliminare il limite dei due mandati, Putin ha temporaneamente bloccato le prime avvisaglie di conflitto all’interno del suo “giardino d’oro”. Le recenti vicende bielorusse costituiscono certamente per Putin un’ulteriore occasione di riflessione sulla questione della successione per il potere: un vero e proprio “manuale pratico” per evitare simili situazioni. 

Il referendum ha messo in luce un generale supporto verso le riforme costituzionali, con un’affluenza del 67% e il 74% dei voti favorevoli l’elettorato russo ha infatti approvato gli emendamenti alla costituzione. Ciononostante, sono emersi diversi livelli di supporto e partecipazione al voto, al punto che nell’Okrug autonomo di Nenets, una remota regione sul limitare dell’artico russo, le riforme sono state respinte. Come possiamo spiegare il diverso comportamento elettorale nelle diverse regioni della Federazione?

Le diverse percentuali a sostegno della riforma costituzionale hanno spiegazioni di natura economica e culturale. È noto che l’entità dei trasferimenti economici dal centro alla periferia spesso risentono del grado di lealtà dimostrata dai singoli governatori o da indicatori oggettivi che il Cremlino utilizza per premiare alcune regione e sanzionarne altre. Spesso le regioni orientali o l’artico non hanno ricevuto un sostegno economico significativo, capace di indurre, anche la popolazione, ad un maggiore supporto nei confronti delle scelte del presidente. In termini di cultura politica, esistono ancora territori dove la presenza del Partito Comunista della Federazione Russa, così come del Partito Liberaldemocratico di Vladimir Žirinovskj è piuttosto significativa e più critica verso le scelte del sistema di potere, di cui le proteste di Chabarovsk di queste settimane costituiscono l’esempio più eclatante. Il licenziamento del governatore Sergej Frugal, considerato troppo indipendente rispetto alla volontà del Cremlino, ha generato numerosi atti di protesta. Complessivamente sono ancora piccoli focolai di opposizione che non incidono in maniera significativa sul consenso elettorale a livello federale nei confronti del presidente Putin.

A seguito dell’annuncio delle riforme, Dmitrij Medvedev ha rinunciato al proprio incarico di Primo Ministro, assumendo poi il ruolo di Vicepresidente del Consiglio di Stato, una posizione quindi decisamente marginale. Pochi mesi dopo, Vladislav Surkov, l’ideologo del Cremlino e teorizzatore della “democrazia sovrana”, è stato allontanato dal potere, stimolando un acceso dibattito sull’evoluzione del supporto interno a Vladimir Putin. Per quanto è possibile apprendere e comprendere, cosa sta accadendo al Cremlino, è in corso una nuova fase della competizione tra i diversi gruppi di potere che sostengono il Presidente?

Indubbiamente, come ho già spiegato, è in atto una lotta di potere all’interno dei suoi sostenitori, ma sarebbe errato ritenere che Putin abbia congedato Surkov. Difficilmente Putin licenzia i propri collaboratori: semplicemente li trasferisce ad altre mansioni, uffici o progetti. A conferma di ciò vi è il fatto che Surkov attualmente sta organizzando la nascita di un nuovo “partito del potere”, capace di raccogliere i consensi che si presume Russia unita perderà alle prossime elezioni parlamentari previste per settembre 2021. Quindi, un compito decisamente delicato che dimostra la fiducia che Putin ancora ripone nei confronti di Surkov.

Nelle ultime settimane, il “caso Furgal”, ovvero la sospensione di uno del Governatore della Regione di Khabarovsk nell’Estremo Oriente Russo, ha portato migliaia di persone in piazza in supporto del leader locale e, soprattutto, contro le autorità di Mosca, responsabili di aver abbandonato le regioni più periferiche del paese. Cosa sta accadendo quindi in quelle province? La vittoria al referendum nasconde un’insoddisfazione più diffusa che stenta ancora ad emergere?

La vittoria al referendum può avere ulteriormente amplificato una situazione preesistente in una regione dove il malcontento per lo status socioeconomico è piuttosto forte, ma, soprattutto, il governatore Frugal ha saputo creare e rafforzare il proprio consenso personale negli anni. Certamente la notizia che Putin ha “licenziato” Frugal è stata considerata come un ulteriore prova di forza di questa “verticale del potere”, dopo gli emendamenti costituzionali che potrebbero consentire a Putin di governare sino al 2036 (ipotesi che ritengo improbabile). L’insoddisfazione è presente in diverse realtà locali. Bisognerà capire quanto la tenuta economica della Russia nei prossimi mesi e nella primavera 2021 inciderà in una maggiore ondata, più organizzata e diffusa, di protesta/sommossa locale.

Il recente sospetto avvelenamento di Alexey Navalny ha riportato l’attenzione sull’uso della violenza nella politica russa, un elemento questo che non è nuovo nella storia della Russia post-sovietica. Secondo la moglie e il comitato sostenitore del dissidente russo, il Cremlino è da considerarsi il mandante politico del sospetto avvelenamento, che sembra essere stato confermato dai medici tedeschi, è però possibile che Vladimir Putin abbia avallato il tentativo di omicidio di una personalità così in vista o potrebbe essere il risultato dell’azione di altri soggetti?

Si tratta di capire cosa vogliamo intendere con il termine “il mandante è il Cremlino”. La struttura del potere non è così monolitica, come può sembrare. Diversi sono i livelli di gestione di potere e molte le persone, anche al di fuori del Cremlino, che possono avere un qualche interesse alla fuoriscena di Navalny. Certamente i casi di avvelenamento sono considerati una “tradizione zarista/sovietica” ovvero un’eredità negativa del passato che la Russia postcomunista pare non aver cancellato dalla sua prassi politica. Si è soliti fare riferimento agli omicidi più noti, anche in Occidente, della giornalista Anna Politkovskaja e dell’oppositore Boris Nemtsov, per avallare questa opinione. Tutto è possibile e nulla è da escludere, ma non credo che Putin possa trarre vantaggio, soprattutto in termini di immagine internazionale, a commissionare questo “presunto avvelenamento”. In primo luogo, gli emendamenti costituzionali hanno già de facto eliminato la possibilità per Navalny di competere alle prossime elezioni presidenziali per alcuni anni di formazione professionale trascorsi all’estero. In secondo luogo, Navalny ha dimostrato di avere grande capacità di organizzare proteste e mobilitazione nelle piazze attraverso l’uso dei social, ma non è conosciuto dalla maggior parte dell’elettorato che forma la propria opinione elettorale seguendo i mass media nazionali dove la figura di Navalny non è assolutamente presente. In terzo luogo, i soccorsi sono stati veramente efficaci per la tempestività e la decisione da parte del primario, Aleksander Muraknovsky, dell’ospedale di Omsk di trattare il paziente con l’atropina, l’antidoto standard nei casi di avvelenamento. Perché, quindi, non utilizzare una sostanza che può indurre l’infarto senza lasciare le tracce nel sangue e consentire, invece, ai medici tedeschi di affermare che Navalny è stato avvelenato?

Certo, un’analisi costi/benefici potrebbe aver indotto Putin e il suo entourage a ritenere maggiori i benefici rispetto al danno dell’immagine, ma potrebbe anche significare che i “servizi di protezione” ritengono che il Cremlino non sia più capace di risolvere eventuali minacce contro il sistema di potere e sia il caso di intervenire in prima persona, senza, quindi, chiedere il permesso a Putin.


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L’esplosione delle proteste in Bielorussia, a seguito delle elezioni dello scorso 8 e 9 agosto, ha portato molti osservatori a ritenere che un cambiamento di regime ai confini della Russia possa essere effettivamente possibile. È secondo lei verosimile tale esito?

Dipende cosa intendiamo per cambiamento di regime. Rispetto alla gestione decisamente autoritaria di Lukashenko, è possibile che nell’ipotesi di una sua esclusione dal nuovo corso, ad esempio con l’esilio, si creino quelle condizioni necessarie per avviare un processo di democratizzazione che porti ad una maggiore liberalizzazione nel paese e ad un ruolo più incisivo dell’opposizione. Questo scenario implica la volontà di tutti gli interlocutori di negoziare il percorso di transizione politica che sancisca la necessità di indire nuove elezioni presidenziali e/o modificare la Costituzione per fondare un nuovo regime politico, auspicabilmente più democratico. Questo scenario è quello maggiormente condiviso dalla leadership russa, che già nei mesi scorsi aveva puntato su un suo candidato, Viktor Babariko, per sostituire la “variabile impazzita” Lukashenko con il quale lo stesso Putin negli ultimi anni ha avuto diversi scontri politici.

Un recente studio condotto da Daniel Treisman sulle principali cause del crollo dei regimi autoritari afferma che i 2/3 dei casi di democratizzazione dal 1800  ad oggi sono imputabili agli errori di valutazione dei leader autoritari. E i numerosi errori politici commessi da Lukashenko in questi ultimi anni hanno avvalorato ulteriormente questa tesi e dimostra quanto sia difficile trovare una soluzione “indolore” nelle successioni al potere. Una lezione di cui Putin dovrà tenere conto nel breve periodo. 

Negli ultimi giorni, circolano molti video che ritraggono convogli russi in movimento verso la Bielorussia, alimentando i sospetti di un possibile intervento militare del Paese. Come Mosca sta effettivamente gestendo la crisi? Un intervento militare è un’eventualità verosimile o la Russia potrebbe accettare una soluzione alternativa a Lukashenko? 

Se ci limitiamo alle dichiarazioni dei ministri della Difesa e degli Esteri, non è un’ipotesi da escludere, soprattutto perché è la minaccia/decisione politica su cui Lukashenko sta puntando e, al momento, il Cremlino non vuole opporsi al presidente bielorusso. Da un punto di vista strategico la Russia non ha alcun beneficio nell’intervento militare perché innescherebbe un conflitto anche con l’Occidente. Tuttavia, in chiave di stabilità politica interna Putin non può permettersi di perdere la Russia dalla sua “sfera di influenza”. In questa situazione avremo modo di valutare ulteriormente le capacità decisionali di Putin che deve “gestire” un determinato e testardo Lukashenko, riuscire a guidare “la transizione politica” di questo paese, sperando di ottenere il medesimo risultato ottenuto in Armenia nel 2018.