Il progetto di Grande Albania a cento anni dall’indipendenza
Parlare del sogno politico della “Grande Albania” significa parlare, anzitutto, del fenomeno di cui costituisce una delle tante espressioni emerse in Europa tra il XIX e il XX secolo: il nazionalismo. Secondo Pietro Grilli di Cortona il nazionalismo è, al tempo stesso, un’ideologia e un movimento politico che ritiene la nazione il soggetto principale di ogni azione politica, nonché il fondamento stesso dell’identità politica. Da questa impostazione discendono tre assunti: 1) il mondo è suddiviso in nazioni, ognuna delle quali è dotata di elementi caratterizzanti in grado di distinguerle dalle altre; 2) la lealtà alla nazione sovrasta qualsiasi altra forma di lealtà; 3) ogni nazione è portatrice di un diritto internazionale all’autodeterminazione.

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In questi termini il nazionalismo traduce politicamente la volontà di far corrispondere ad ogni nazione uno Stato. Non si è sviluppato, tuttavia, in maniera omogenea sul continente europeo, da cui successivamente si è diffuso nel resto del mondo, ma ha seguito almeno due modelli principali e tempistiche differenti. 
In Europa occidentale ha preso la forma nella versione “volontaristica”, declinando l’idea di nazione quale associazione territoriale razionale di cittadini che vivono secondo un unico codice di leggi e condividono una stessa cultura politica. Il nazionalismo volontaristico ha costituito uno dei principali prodotti della Rivoluzione francese, trovando i suoi pilastri nel concetto di demos e nello ius soli, mostrandosi potenzialmente inclusivo e tendendo all’assimilazionismo. È il modello di nazionalismo sintetizzato da Ernst Renan, secondo cui «l’esistenza di una nazione è un plebiscito di tutti i giorni». In Europa centrale e orientale, al contrario, è emersa la cosiddetta versione “organica” del nazionalismo, che ha inteso la nazione come principio spirituale fondato su miti comuni e su una cultura storica condivisa. Il nazionalismo organico è scaturito dal romanticismo tedesco, trovando i suoi pilastri nei concetti di ethnos e ius sanguinis, mostrando un carattere esclusivista e tendendo a superare il dato territoriale per enfatizzare l’appartenenza di sangue.

Il nazionalismo albanese, che si pone sul solco “organicista”, si è sviluppato quale movimento politico e culturale più lentamente rispetto a quanto avvenuto nella regione balcanica. Le cause di tale ritardo possono essere ricercate nel perdurare – ancora all’alba del Novecento – di una struttura sociale clanica, di un’economia fondata su un sistema agricolo semifeudale, dell’assenza di una classe borghese (sia piccola, che media) e dell’assoluta precarietà del sistema di comunicazioni. La nascita di un senso di appartenenza nazionale albanese risultò stimolato per contrasto nel periodo delle riforme politiche, economiche e sociali promosse nell’Impero Ottomano tra il 1839 e il 1876. Il cosiddetto Tanzimat, infatti, evidenziò l’irrilevanza politica degli albanesi, cui venne rifiutato ogni riconoscimento quale gruppo etnico, anche in virtù della loro omogeneità religiosa con il resto della popolazione dell’Impero, mentre, ad esempio, nel sistema educativo dei territori balcanici venne adottato il serbo come lingua di istruzione paritaria al turco. Il progetto della creazione di una “Grande Albania”, che rappresenta il più importante prodotto del nazionalismo albanese, può essere analizzato diacronicamente attraverso una suddivisione in quattro fasi, il cui avvio può essere attribuito ad altrettanti choc storico-politici.
 
La Grande Albania (I Fase)

La prima fase costituisce una risposta alla sostanziale negazione a livello internazionale dell’esistenza di una nazionalità albanese, che esasperò la medesima condizione vissuta dagli albanesi nella dimensione “domestica”. La Pace di Santo Stefano siglata il 3 marzo 1878 tra Mosca e Istanbul in seguito alla Guerra turco-russa del 1877-1878 non aveva tenuto in alcuna considerazione l’esistenza di una nazione albanese nella suddivisione delle spoglie balcaniche dell’Impero Ottomano. I territori a maggioranza albanese, infatti, furono assegnati alla Serbia, al Montenegro e alla Bulgaria alimentando i progetti dei rispettivi movimenti irredentisti locali. Questa tendenza fu confermata anche durante il Congresso di Berlino del 1878, dove l’ininfluenza delle élites albanesi venne messa in evidenza dalla gestione delle grandi potenze delle terre abitate da popolazioni albanesi come strumenti di compensazione per gli squilibri regionali provocati dalla Pace di Santo Stefano (il Kosovo ritornò insieme alla Macedonia sotto il dominio ottomano, la Grecia ottenne una lieve modifica nel suo confine settentrionale, il Montenegro ricevette alcune terre del nord dell’Albania che erano state attribuite al vilayet del Kosovo dalla riforma amministrativa del 1876).

La principale risposta a questi avvenimenti fu la costituzione della Lega di Prizren il 10 giugno del 1878 che, già tre giorni prima del Congresso di Berlino, avanzò alcune rivendicazioni significative: a) difesa dei territori albanesi inseriti nei progetti di espansione di Serbia, Montenegro e Bulgaria; b) limitazione del servizio militare nei territori albanesi in tempo di pace; c) creazione di istituti scolastici in cui l’albanese fosse la lingua di insegnamento e venisse utilizzato l’alfabeto latino; d) utilizzo della lingua albanese negli uffici pubblici; e) diritto ad utilizzare i proventi del sistema di tassazione in ambito locale; f) possibilità di eleggere un’assemblea rappresentativa; g) creazione di una provincia autonoma per riunire all’interno di un soggetto politico unico i quattro vilayet di Kosovo, Monastir, Yannina e Scutari. Questo ultimo punto del programma della Lega ha costituito l’embrione del progetto di “Grande Albania”, in quanto pur non esprimendo la volontà di indipendenza da Istanbul propone per la prima volta l’unificazione degli albanesi in una cornice istituzionale unitaria. Nonostante in un primo momento l’Impero Ottomano avesse favorito la nascita di un sentimento nazionale albanese per bilanciare il peso politico dei progetti di “Grande Serbia”, “Grande Montenegro” e “Grande Bulgaria” all’interno di una strategia di divide et impera, negò la soddisfazione di tutte le rivendicazioni della Lega di Prizren, provocandone una radicalizzazione che portò quest’ultima su posizioni indipendentiste. Tale nuova impostazione si concretizzò nel gennaio 1881 con l’annuncio della creazione di un governo provvisorio a Prizren, che suscitò la repressione da parte della Sublime Porta e, di conseguenza, la conclusione di questo primo periodo di rivendicazioni nazionali per l’Albania.
 
La Grande Albania (II Fase)

Il progetto della “Grande Albania“ venne nuovamente rilanciato in seguito alla Rivoluzione dei Giovani turchi (1908), che impose il ripristino della costituzione del 1876 e la creazione di una camera rappresentativa. Secondo Paulin Kola da un lato l’anelito nazionalista del movimento degli Yeni Türk provocò come reazione quasi istintiva un ritorno di fiamma del nazionalismo albanese, ma dall’altro le sue istanze di modernizzazione dello Stato trovarono l’adesione di numerosi albanesi. I deputati del Movimento nazionale albanese al parlamento di Istanbul ribadirono alle autorità ottomane la necessità di soddisfare le richieste di autonomia e decentralizzazione del programma della Lega di Prizren. Il perpetuarsi dell’indifferenza nei confronti di tali esigenze determinò l’esplodere di nuove rivolte, che si susseguirono tra il 1910 e il 1911. Il salto di qualità, tuttavia, avvenne quando la dichiarazione di indipendenza del Congresso nazionale albanese del 28 novembre 1912 si saldò a livello internazionale con il precipitare della situazione politica in seguito allo scoppio della Prima guerra balcanica (ottobre 1912 – maggio 1913). Il governo ottomano optò allora per una scelta realista, giungendo a riconoscere per primo l’indipendenza albanese pur di impedire un’ulteriore espansione della Serbia.

La posizione dell’Albania fu rafforzata dal sostegno accordato alla scelta indipendentista sia dall’Italia, che dall’Austria-Ungheria. Roma e Vienna vi intravidero la possibilità di eliminare la presenza dal Mar Adriatico di una grande potenza (l’Impero Ottomano), impendendo al tempo stesso l’accesso al mare della Serbia e, con esso, l’allargamento della sfera di influenza della Russia fino ai tanto agognati “mari caldi”. Alla tesi italo-austriaca di un’Albania che coincidesse con i suoi confini etnici, si contrappose l’anti-tesi degli Stati balcanici di un’Albania “minimale”, ridotta ad una striscia di terra lungo il Mar Adriatico. È in questa fase che venne formulato compiutamente il progetto di “Grande Albania”, in quanto lo Stato indipendente riconosciuto internazionalmente con il trattato di Londra – i cui confini furono sottoscritti definitivamente con il trattato di Bucarest – nacque privo di una parte consistente dei territori rivendicati e che erano stati occupati dalle truppe serbe, montenegrine e greche durante le Guerre balcaniche. Gli albanesi del Kosovo, della Valle di Preševo e della Macedonia occidentale divennero parte integrante del Regno di Serbia, quelli Malesija, Ulcinij, Krajina e Plav furono inglobati nel Montenegro, mentre la regione della Chameria fu ricompresa nella Grecia. La mobilitazione degli albanesi, quindi, conseguì parzialmente i suoi obiettivi, includendo all’interno dei confini del nuovo Stato solo una parte della nazione che aveva dato vita al processo di State-building: se i cittadini dell’Albania indipendente erano circa 740.000, gli albanesi restati al di fuori dei confini del nuovo Stato superavano il mezzo milione, con circa la metà dei territori abitati da maggioranze albanesi rimasto sotto la sovranità di Stati stranieri.
 
La Grande Albania (III Fase)

La terza fase di sviluppo del progetto di “Grande Albania” prende le mosse dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e, in particolare, dall’apertura del fronte balcanico con l’ingresso nel conflitto dell’Italia nel giugno 1940. L’Albania, che il 7 aprile 1939 era stata amministrativamente accorpata al territorio metropolitano italiano e aveva offerto la sua corona a Vittorio Emanuele III, divenne formalmente indipendente durante la guerra. Un accordo raggiunto a Vienna tra il ministro italiano degli Affari esteri Galeazzo Ciano e la sua controparte tedesca Joachim von Ribbentrop decretò la creazione di uno Stato etnico albanese, così come avvenuto per lo Stato indipendente di Croazia: ai territori appartenenti all’Albania dal 1912 vennero accorpati il Kosovo e le altre zone jugoslave popolate da albanesi, incluse quelle in Macedonia e in Montenegro, che vennero poste sotto il governo di Mustafa Kruja, mentre le zone di guerra come la Chameria furono affidate all’alto commissario albanese Xhemil Dino pur restando sotto il controllo del comando militare italiano.

Molti albanesi sostennero entusiasticamente questa esperienza, in quanto la contemporanea trasformazione della Serbia in un protettorato tedesco ne annientava la politica espansionista ribaltando i tradizionali rapporti di forza tra le due entità statuali. Dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre 1943, i tedeschi mantennero i confini etnici creati dagli italiani sostenendo il nazionalismo albanese. Nella prospettiva di continuare ad utilizzare il fattore etnico per mantenere il controllo della regione, crearono una divisione di Waffen SS – denominata “Skanderbeg” – composta da soli albanesi (principalmente kosovari) utilizzati – con modesti risultati – nella lotta contro i partigiani jugoslavi e quelli del Partito Comunista di Albania di Enver Hoxha e nell’eliminazione o nell’espulsione dei serbi dal Kosovo. Durante le ultime convulse giornate di guerra i partigiani di Xoxha collaborarono con quelli del maresciallo Tito nella repressione dei nazionalisti albanesi – soprattutto in Kosovo – accusati di aver collaborato con le truppe di occupazione italo-tedesche: i confini dello Stato albanese, messi tacitamente in discussione dagli alleati che non avevano escluso l’opzione di ricomprendere l’Albania in una nuova Federazione jugoslava, tornarono a ricalcare quelli precedenti la guerra.
 
La Grande Albania (IV Fase)

Sebbene la fine della Seconda guerra mondiale abbia segnato una lunga fase di stallo per il progetto della “Grande Albania”, il fin troppo longevo regime comunista non cercò mai di attenuare i sentimenti nazionalisti della popolazione trasformando silenziosamente il modello marxista di riferimento da internazionalista in nazionalista, attraverso l’esaltazione del modello comunista albanese come campione della coerenza con i principi originali dell’ideologia ufficiale e della lotta contro qualsiasi forma di deviazionismo. Questa riformulazione nazionalista del marxismo servì l’esigenza di arginare la rinnovata politica egemonica di Belgrado sui Balcani: ma se nel periodo compreso tra l’estromissione del Partito comunista jugoslavo dal Cominform e la morte di Stalin produsse alcuni risultati significativi sul piano internazionale, successivamente la sua trasformazione nella delirante prospettiva di un Paese ultimo baluardo dei principi originali del comunismo e messo per tale ragione sotto assedio dai regimi deviazionisti (la Jugoslavia) e dagli Stati capitalisti (l’Italia e la Grecia), condusse il Paese in una situazione di isolamento internazionale i cui effetti negativi vengono ancora scontati dagli albanesi. Più acceso e più abile a sfruttare le contraddizioni del regime di Tito, al contrario, fu il nazionalismo albanese in Kosovo, che durante tutto il periodo della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia continuò ad alimentare la richiesta di autonomia politica (da provincia autonoma a repubblica autonoma) e culturale da Belgrado e che non di rado produsse vere e proprie sommosse popolari. Il quarto snodo fondamentale per lo sviluppo del progetto di “Grande Albania” è rappresentato dal crollo dei regimi comunisti in Albania e in Jugoslavia nel 1991.

Il timido avvio del processo di democratizzazione ha prodotto nei due Paesi risultati molto diversi. Se la ex-Jugoslavia è sprofondata in una serie di guerre tra i nuovi Stati, il cui epilogo è stata la guerriglia in Kosovo e il bombardamento della Nato sulla Serbia nel 1999, l’Albania si è trovata alle prese con la difficile trasformazione di un sistema statale ricco di disfunzioni e creato per sopravvivere in un regime d’isolamento, con il passaggio al sistema di mercato della più fragile economia del mondo socialista, con l’ambizione di entrare a far parte delle organizzazioni più prestigiose della comunità internazionale (Nato, Ue) e, infine, con una fase di vera e propria anarchia che ha colpito il Paese nel marzo 1997. Questi elementi, dunque, hanno trasformato l’Albania in un attore politico internazionale favorevole alla conservazione dello status quo, che per quanto riguarda la condizione del Kosovo ha cercato di marcare la sua distanza dell’Esercito di liberazione del Kosovo (Uck) sostenendo la posizione della Lega democratica del Kosovo di Ibrahim Rugova. Al contrario il rinnovato sentimento nazionalista si è sviluppato principalmente tra gli albanesi del Kosovo e può essere spiegato evidenziando tre fattori: 1) demografico – la presenza di un gruppo nazionale legato ad uno Stato estero che si profila come più che maggioritario – oltre il 90% della popolazione – all’interno di un territorio circoscritto appartenente ad uno Stato identificabile con un’altra gruppo nazionale, con cui i rapporti hanno storicamente registrato il ciclico emergere di tensioni; 2) linguistico e religioso – tra il gruppo nazionale maggioritario nel Paese e quello maggioritario nella regione intercorrono tre cleavages netti di ordine linguistico (serbo/albanese; alfabeto cirillico/alfabeto latino) e religioso (cristiani ortodossi/musulmani sunniti); 3) internazionale – l’appoggio offerto in funzione anti-serba (e di conseguenza anti-russa) dagli Stati Uniti e dai membri della Nato alla ricostruzione di un sistema statale su base etnica della regione balcanica e il sostegno fornito da alcuni Paesi islamici (e forse di al Qaeda) all’Uck.

Il principale risultato di queste dinamiche è stata la proclamazione di indipendenza della Repubblica del Kosovo del 17 febbraio 2008. Non è possibile intravedere attualmente spazi politici significativi per la realizzazione del progetto di “Grande Albania”, che a differenza di altri processi “tipo” di integrazione nazionale presenta alcune difformità evidenti: 1) ideologica – nella regione “periferica” è più radicata l’adesione al progetto politico di realizzazione di una comunità nazionale unitaria; 2) politica – è la regione periferica a risultare meno imbrigliata dai rapporti internazionali; 3) militare – è la regione periferica ad essere più pronta all’opzione “violenza” per la realizzazione del progetto di unificazione nazionale; 4) economica – è la regione periferica che, nonostante i guasti provocati dalla guerra, ha conosciuto nel corso della seconda metà del Novecento un modello economico e un sistema di conoscenze maggiormente integrabile al sistema economico regionale.