Il processo di integrazione regionale in America Latina tra emancipazione e antiamericanismo
Il processo di integrazione regionale in America Latina è caratterizzato da un grande numero di organizzazioni che si sovrappongono nei compiti, nelle delimitazioni geografiche, nelle finalità, e, ovviamente, negli Stati nazionali che le compongono. Nonostante siano comunque presenti due grandi aggregati continentali come l’Organizzazione degli Stati Americani (Oas) creata nel 1948, e la Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (Celac) fondata nel 2011, operano molte altre organizzazioni che prediligono o l’integrazione economica o quella politica. 

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Comunità economiche come il Mercosur o l’Alleanza per il Pacifico (Ap) sono completamente parallele negli intenti – una atlantista, l’altra rivolta all’Asia, la prima guidata dalle aspirazioni egemoniche del Brasile sui Paesi latini, la seconda dalla volontà degli Stati Uniti di installare un’area di libero scambio con Cile, Perù, Colombia e Messico – e perciò divergenti negli interessi; nonostante questo i membri associati sono intercambiabili. Ancora maggiore interconnessione è visibile tra le comunità e i gruppi. Ad esempio la Comunità Andina (Can) che per logica geografica dovrebbe annoverare solo Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù, ha come membri associati principali Argentina e Brasile. Oppure molti aderenti alla Comunità Caraibica (Caricom) fanno parte anche di un’altra alleanza commerciale: la Petrocaribe alimentata dal Venezuela, fondatore della populista Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), i cui membri comunque volgono lo sguardo altrove alla ricerca di altri gruppi economicamente più convenienti. Come l’Ecuador, alfiere del socialismo, ideologia ispiratrice dell’Alba, ma fortemente interessato ai vantaggi del proprio mercato sulle rotte pacifiche che si aprirebbero con l’ingresso nell’Ap ideologicamente agli antipodi.

L’incoerenza che sembra caratterizzare l’America Latina è il risultato di una storia dell’integrazione del continente che non ha rispettato una vocazione panamericana unitaria, ma si è basata e sviluppata lungo una linea di tensione costante: l’affermazione di una completa egemonia statunitense contro l’instaurazione di una cultura latinoamericana indipendente difesa dai singoli Stati. I paesi del subcontinente hanno provato nei secoli diversi modi per rispondere alle spinte dominatrici statunitensi: prima attraverso presidenzialismi autoritari, poi, attraverso la democratizzazione e cooperazioni multilaterali che trovavano la propria forma negli istituti delle organizzazioni regionali dedite all’integrazione economica e politica. 

Del resto già la storia stessa dell’America Latina repubblicana è stata influenzata dalla presenza dell’ingombrante vicino come il fattore primario determinante per gli Stati nell’affermare le proprie politiche di potenza. Se si guarda ai rapporti interamericani tra il 1870 e la fine della seconda guerra mondiale – in ottica militare – si potrà facilmente notare come ci sia stato una progressiva e costante corsa alle armi da parte dei paesi latinoamericani che si preoccuparono già dalla seconda metà del XIX secolo della politica di espansione commerciale statunitense in Messico, Caraibi e Centro America. Difatti, conquistata l’indipendenza da Spagna e Portogallo e instaurate le prime repubbliche, gli Stati del Sud America credettero di mantenere la propria autonomia attraverso un’autarchia mutuata dalla dottrina della frontiera naturale: mantenere unita la nazione significava avere nei propri confini tutto il necessario allo sviluppo e al benessere del paese.

Le zone di frontiera più ricche economicamente divennero così oggetto di forte contesa: al 1915 praticamente tutti i paesi avevano pendenze confinarie con tutti gli Stati limitrofi. La dottrina Monroe applicata dagli Stati Uniti, già agli inizi del XX secolo aveva portato ad una forte asimmetria nei rapporti di forza delle due macroaree del continente, impedendo una cooperazione economica e politica paritaria tra Nord e Sud.

L’antiamericanismo dei paesi del sottocontinente si attenuò, ma non cessò, con la “politica del buon vicinato” (1933) di Franklin D. Roosevelt fondata sul principio di non ingerenza negli affari interni dei paesi americani. Il panamericanismo ebbe successo nei limiti della nona Conferenza degli Stati Americani (1948) che diede avvio al primo organismo internazionale identitario americano: l’Organizzazione degli Stati Americani che raccolse tutti e 35 gli Stati del continente. Il tentativo di matrice wilsoniana di cooperazione tra nazioni per coordinare uno sviluppo americano tale da rendersi totalmente competitivo con l’Europa – sotto ovviamente la guida degli Stati Uniti – non arrestò però la voglia dei paesi latini di affermarsi singolarmente, cercando di non farsi schiacciare allora tra il liberalismo angloamericano e il socialismo sovietico; ciò si compì attraverso un nazionalismo intransigente – necessario a compattare il popolo su un’idea di espressione di potenza necessaria a difendere l’unità territoriale e ad avere voce in capitolo nel contesto internazionale – e esplicato con modi autoritari.

La via al panamericanismo venne di nuovo interrotta dall’incomunicabilità tra gli Stati Uniti – fautori di un sistema concorrenziale e liberale di capitale e lavoro – e le aree latino-americane impegnate in una crescita autonoma finalizzata alla conservazione della sovranità. L’Alleanza per il Progresso (1961) fu l’ultimo tentativo, da parte statunitense, di inglobare sotto la sua ala protettiva l’intero continente con un approccio assistenzialista prima di lasciar spazio a quello realista (ingerenza negli affari interni) poiché le relazioni con i propri vicini vedevano la minaccia dell’infiltrazione sovietica, del resto già riuscita con Cuba (1962). 

Il principale obbiettivo della conservazione della piena sovranità per i paesi latinoamericani durante la Guerra Fredda ¬si attuò con una maggiore proiezione internazionale concorrenziale agli Stati Uniti. A livello di integrazione questa pulsione centrifuga poté consolidarsi solo attraverso accordi multilaterali che escludessero gli Stati Uniti. Nel tentativo, seppur modesto per l’ingerenza statunitense, di una cooperazione allo sviluppo tra nazioni paritarie, nacquero le prime istituzioni economiche regionali come l’Associazione Latinoamericana di Libero Scambio (1960), il Mercato Comune Centroamericano (1960), e il Patto Andino (1969).

La proliferazione delle istituzioni regionali si ebbe però solo sul finire degli anni ’80 quando il retaggio populista legato al nazionalismo venne mitigato dalla democratizzazione nel sottocontinente e gli Stati Uniti tornarono a relazioni diplomatiche più distese per la dissoluzione dello spettro comunista. Questi aspetti facilitarono la mondializzazione del commercio latinoamericano e la diffusione della forma politica liberale che riavvicinò i paesi latinoamericani sia agli Stati Uniti che all’Europa. Le forme di integrazione che si susseguirono si caratterizzarono per la facile creazione di blocchi commerciali capaci di dare maggiore competitività a precise aree geografiche accomunate da fattori culturali, economici e politici, e creare istituti democratici continentali in grado di appianare le rivalità storiche. Così sono nati il Gruppo dei 3 (Venezuela, Colombia, Messico), il Mercosur e il Sistema di Integrazione Centro Americano nel 1991; e tra il 1992 e il 2002 sono stati formalizzati il Trattato di Libero Scambio dell’America del Nord (Nafta) che ingloba il Messico, il Gruppo dei quattro paesi dell’America Centrale (Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua), l’Associazione degli Stati caraibici (Aec) e la Zona di libero scambio delle Americhe (ultimo tentativo panamericano con George W.Bush di scarso successo).

Il multilateralismo dei trattati e degli accordi sopracitati hanno avuto una doppia finalità: il primo, quello di ridimensionare il potere degli Stati Uniti nei loro confronti aprendo al mercato europeo; il secondo, rivedere i rapporti economici con gli Stati Uniti da una posizione meno svantaggiata. Il filo conduttore dei rapporti tra emisfero Nord e Sud dell’America è rimasto dunque, come nel XIX secolo, la riduzione delle asimmetrie da parte dei paesi latinoamericani con il “grande vicino”. Caduto il socialismo reale, e ridimensionata la morsa egemonica imposta dagli Stati Uniti come sorta di cordone sanitario al socialismo sovietico, l’integrazione sudamericana è andata progressivamente emancipandosi da quella nordamericana e si appresta ad una piena affermazione della latinità sempre in funzione antiamericana. La forte accelerazione del primo decennio di questo secolo lo testimonia.  La salita al potere in gran parte del sottocontinente di élite politiche di sinistra, sia moderate (Brasile), che radicali (Argentina, Venezuela, Uruguay, Ecuador, Bolivia) sta dando al percorso di integrazione, da una parte, una rinnovata matrice populista volta all’elogio dell’indipendenza latina e della sua storia gloriosa contro il giogo coloniale, e dall’altra, definendo fortemente i leader regionali deputati alla guida di un Sud America visto a livello internazionale come un’unica macroarea economica.

Il socialismo venezuelano e cubano hanno infatti predisposto un mutuo assistenzialismo per i paesi più piccoli del Sud America e dei Caraibi per convogliarli sotto la propria influenza attraverso un’integrazione marcatamente ideologica e nostalgica ispirata alla Grande Colombia presieduta da Simon Bolivar dal 1819 al 1830; un mito fondativo non nuovo se si pensa che, prima dell’Alba, il Parlamento Centroamericano nel 1991 (composto dagli Stati continentali El Salvador, Guatemala, Honduras e Nicaragua) aveva intenzione di ricreare la versione moderna degli Stati Uniti dell’America Centrale: repubblica attiva dal 1823 al 1840. Le forme integrative che si stanno però manifestando più durature e profonde sono quelle economiche dal respiro continentale. Frutto graduale della fusione dei componenti del Mercosur e della Comunità Andina, l’Unione delle Nazioni Sudamericane nata nel 2008 ha l’obbiettivo di divenire un mercato comune entro il 2019. Sul piano politico la Celac avrà le stesse funzioni. Il minimo comun denominatore è l’esclusione statunitense, per lasciar spazio al leaderismo del Brasile.

Ad oggi sono attivi in America 14 tra gruppi e comunità finalizzati all’integrazione. Ad eccezione dell’Oas, tutte le istituzioni tendono ad includere, anche come membri associati, il maggior numero dei paesi latini fino alla pletora delle funzioni. A livello geopolitico servono a demarcare la diversa crescita economica e politica avvenuta a seguito della democratizzazione dell’area. Se però il multilateralismo negli affari economici, ridotte le asimmetrie tuttora persistenti nel sottocontinente, confluirà nella definitiva occidentalizzazione dei paesi latinoamericani attraverso una integrazione totale (Unione Europea), allora America Latina avrà trovato la totale emancipazione a discapito dell’egemonia degli Stati Uniti e dell’utopia panamericana.