Il prisma di Hezbollah
Movimento ecclesiale. Associazione caritatevole. Partito politico. Gruppo terrorista. Poliforme, ubiquo, ineffabile, Hezbollah sfugge alle facili classificazioni. Le categorie del diritto, con le loro naturali rigidità, sembrano incapaci di inquadrare il “Partito di Dio” in una definizione univoca. Può testimoniarlo la procura del tribunale di Burgos, che ha recentemente attribuito al braccio militare del movimento la responsabilità per l’attentato perpetrato nell’estate 2012 nella città bulgara e costato la vita a 5 turisti israeliani ed al loro accompagnatore. Responsabilità del braccio militare di Hezbollah, non dell’intera organizzazione, sottolineano gli osservatori più prudenti.  

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Questa impostazione ricalca quella da sempre adottata dall’Unione Europea, refrattaria ad inserire la fazione più agguerrita dello sciismo libanese nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. Attualmente, solo l’Olanda e la Gran Bretagna hanno bandito le attività del Partito dal proprio territorio, mentre Francia e Germania si oppongono, tradizionalmente, all’etichettatura di Hezbollah quale gruppo terroristico tout court. Cosa che gli Stati Uniti hanno fatto da tempo, chiedendo a gran voce a Bruxelles di seguire il loro esempio. Ma perché l’Europa adotti una simile decisione è necessaria quell’unanimità, così dura da raggiungere, da più parti indicata come fonte dell’immobilismo che affligge l’organizzazione continentale. Duri i commenti in arrivo da Israele, con il premier Netanyaou che invita il Vecchio Continente a “vedere la vera natura di Hezbollah”. L’Unione Europea, per bocca del suo Alto Rappresentante per la Politica Estera, la britannica Caterine Ashton, ha solo dichiarato che ragionerà sul da farsi basandosi sulle prove addotte dagli inquirenti bulgari.

Il movimento guidato dal carismatico Sceicco Nasrallah non nasconde la propria attitudine belligerante, che ne è anche uno dei tratti caratteristici: nacque, all’incirca trent’anni or sono, da una costola di Amal, storico raggruppamento sciita, proprio lamentandone l’arrendevolezza e la mancanza di vigore. I suoi uomini rappresentano la principale forza di sicurezza, parallela e, a volte, antagonista di quelle ufficiali, in vaste aree del sud del Paese dei Cedri, nonché nella periferia meridionale della capitale. Le sue capacità militari sono state sperimentate a più riprese, tanto negli scontri con le altre fazioni libanesi quanto nelle guerre che l’hanno opposto a Tsahal, il potente esercito israeliano. La guerra dei 33 giorni dell’estate 2006, pur segnando una sconfitta nominale per il movimento sciita e l’esercito libanese,accrescendo l’influenza del primo negli equilibri politici interni. Hezbollah dimostrò, allora, di possedere un arsenale moderno ed efficace, con missili a lunga gittata e armi contraeree di fabbricazione russa e cinese.

Accanto all’hard power, fatto di controllo dell’ordine pubblico e capacità militare, c’è però il lato prettamente “politico” della formazione: i suoi esponenti siedono in Parlamento come nel Consiglio dei Ministri, condizionando la postura internazionale e le scelte quotidiane dell’esecutivo.Il partito di Dio è preponderante nella coalizione, oggi maggioritaria nell’assemblea legislativa nazionale, conosciuta come “8 marzo”, di cui fanno parte anche i cristiano-maroniti fedeli al generale Aoun. Pur non nascondendo il proprio attivismo sul piano militare, Hezbollah non ha conquistato il potere con un colpo di Stato o attraverso l’utilizzo della violenza, ma a seguito di libere elezioni. Si tratta, dunque, di un interlocutore politico fondamentale per la comprensione e la gestione sia dell’attuale pantano istituzionale in cui versa la “Svizzera d’Oriente”, sia dei delicati equilibri regionali, scossi dal perpetuarsi della guerra civile in Siria e dalla perdurante instabilità dei Paesi che hanno sperimentato rivolte ed avvicendamenti al potere.

Il movimento può contare su una fitta ragnatela di contatti e attività ai quattro angoli del globo, anche grazie alla copiosa diaspora libanese, insediatasi un po’ ovunque: dall’Africa Occidentale al Venezuela, dall’Europa al Nord America, è impresa assai complicata tracciare i movimenti degli uomini a vario titolo coinvolti nell’operatività del movimento. Ancor più complicato risulta, poi, rintracciare i flussi finanziari che alimentano le attività, lecite e non, del movimento che reca il kalashnikov nel suo simbolo. L’inclusione nella lista nera delle organizzazioni terroristiche porterebbe con sé effetti non solo simbolici (pur significativi in diplomazia) ma anche pratici: il blocco dei movimenti finanziari su ogni conto sospetto, le restrizioni alla circolazione dei suoi esponenti, l’interruzione di ogni dialogo, almeno a livello ufficiale, con i governi europei.

La posta in gioco è alta, specialmente per chi, come Roma, ha migliaia di uomini dispiegati sul terreno, a tutela di una fragile pace. Interrogarsi sulla “vera natura di Hezbollah” sarebbe una occasione imperdibile per approfondire il significato e la portata della presenza militare italiana in Libano, a sei anni di distanza dall’inizio dell’attuale fase operativa. Il ruolo che il Partito di Dio ricopre a livello interno ed internazionale raccomanda prudenza: senza un suo coinvolgimento, le braci che covano sotto la cenere potrebbero riattizzarsi, e nuova benzina potrebbe essere gettata sulle fiamme, già alte, dell’incendio siriano.