Il peso delle elezioni europee per la politica tedesca

Tutti sanno quanto sarà importante l’esito delle elezioni europee per gli equilibri del governo italiano. Il 27 maggio i risultati usciti dalle urne sarà materia di studio per tutti gli analisti che si occupano di politica. Tuttavia, non è solo l’Italia a guardare alle elezioni europee come a un appuntamento fondamentale per la politica interna, anche in Germania il risultato delle europee potrebbe innescare dei meccanismi che porterebbero a cambiamenti più rapidi del previsto.

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Le elezioni europee sembrano destinate a consegnare un risultato poco soddisfacente sia ai cristiano-democratici della CDU/CSU che ai socialdemocratici della SPD, i partiti della Grande Coalizione (GroKo) che sostiene il governo di Angela Merkel. La nuova leader della CDU, Annegret Kramp-Karrenbauer (AKK), ha convocato un vertice speciale per il 2-3 giugno, pochi giorni dopo le europee del 26 maggio. Non è una consuetudine, l’ultima volta che la CDU ha fatto un vertice del genere è stato quando Angela Merkel ha annunciato l’abbandono della leadership del partito.

La notizia riportata da Die Welt ha generato speculazioni sulla possibilità che Merkel intenda annunciare le sue dimissioni da Cancelliera dopo le europee, o che la CDU abbia intenzione di prepararsi a cambiare il partner di coalizione in vista della possibile uscita della SPD dalla GroKo. Negli ultimi tempi si è parlato molto dell’eventualità che Merkel lasci la cancelleria per andare in Ue a rivestire una carica – si parla della presidenza al Consiglio europeo – ma lei ha sempre negato e detto che continuerà a essere la Cancelliera della Germania fino alla scadenza naturale della legislatura nel 2021, per poi abbandonare completamente la politica (ma nessuno crede seriamente che andrà in pensione).

Merkel però ha anche detto che non ha intenzione di restare in carica se l’attuale GroKo dovesse rompersi a causa dell’uscita della SPD, mentre la SPD dal canto suo ha detto che non continuerebbe a sostenere la GroKo se al posto della Merkel dovesse subentrare AKK. Il fatto quindi è che se venisse meno uno qualsiasi di questi due elementi gli attuali equilibri salterebbero: se Merkel si chiama fuori, il governo e la maggioranza si dissolvono. Se la SPD si chiama fuori, anche.

Mentre sulle scelte della Merkel si può solo speculare (anche se gli indizi che fanno pensare a un’uscita prematura sono molti), la SPD va verso un destino più vincolante. Il partito dei socialdemocratici dovrà valutare “lo stato della GroKo” a dicembre, in un vertice di partito in cui dovranno essere esaminati e giudicati i risultati del governo. La revisione di metà mandato del contratto di coalizione è un appuntamento prestabilito fin dall’inizio, è successo anche nelle GroKo precedenti, e da essa dipende la decisione se continuare a sostenere la maggioranza o uscirne. Un risultato particolarmente negativo alle europee – un 15% o meno – potrebbe accelerare questo processo e scatenare la resa dei conti in un partito sempre più diviso tra dirigenti (ben piazzati al governo e in parlamento) e i militanti, alle prese con una inarrestabile decadenza dei consensi che pregiudica il futuro di molte carriere politiche.

Quindi, se cadesse il governo si aprirebbero due scenari: una nuova maggioranza a sostegno di AKK o elezioni anticipate. In teoria una maggioranza alternativa nel Bundestag c’è già: la Coalizione Giamaica (JaKo) composta da CDU/CSU, i Verdi (ambientalisti) e la FDP (liberali).

All’epoca i colloqui della JaKo fallirono perché il leader della FDP non voleva Merkel come Cancelliera, ma questa volta Merkel non sarebbe nell’equazione. AfD e la Linke, rispettivamente estrema destra ed estrema sinistra, resterebbero fuori dai giochi, mentre la SPD diventerebbe il primo partito dell’opposizione.

Il problema però è che tra elezioni nei Lander e sondaggi risulta che i Verdi hanno raddoppiato il consenso, mentre la FDP rischia di scendere sotto il 10% ottenuto nel 2017. Una JaKo adesso non rispecchierebbe i nuovi rapporti di forza, che in parte saranno verificati proprio con le elezioni europee. Anche la CDU/CSU dai sondaggi non promette bene, secondo le rilevazioni di Forsa e INSA del 29 aprile, alle politiche la CDU/CSU è quotata al 27-28%, tra i valori più bassi di sempre (alle politiche prese il 33%). Per quel che riguarda gli altri, Forsa e INSA danno la SPD al 17-18% (nel 2017 era il 21%) 2017), i Verdi al 20-19% (in crescita), la destra di Afd al 14% (stabile), la FDP al 8-10% (leggermente in calo) e la sinistra della Linke al 9% (molto stabile).

Un altro appuntamento elettorale del 26 maggio è il voto per il governo della città-Lander di Brema. La consultazione normalmente non susciterebbe particolare interesse, ma Brema è una roccaforte della SPD in cui i socialdemocratici potrebbero perdere la leadership. Per la prima volta i sondaggi danno la CDU sopra la SPD. Attualmente la SPD governa Brema insieme ai Verdi, ma stavolta potrebbe trovarsi a dover aprire il governo locale anche alla Linke, dando vita a un altro “esperimento” potenzialmente replicabile a livello federale (in Germania il sistema elettorale è proporzionale con correzioni anche nei Lander, le maggioranze si formano dopo le elezioni).

Ecco quindi perché è difficile pensare che davanti a una crisi di governo si decida di formare la maggioranza alternativa alla GroKo senza aver prima portato i nuovi equilibri di forza direttamente dentro al Bundestag. Con 5-6 partiti sopra il 10% la situazione tedesca ha anticipato una condizione sempre più comune nella maggior parte delle democrazie europee. Come abbiamo appena visto con le elezioni in Spagna (ben 5 partiti sopra il 10%). I giorni in cui la politica nazionale era più o meno monopolizzata da un grande partito di destra e uno di sinistra sono finiti, forse per sempre, sicuramente ancora per anni o addirittura forse un decennio.

Bisogna abituarsi ad avere a che fare con un panorama politico frammentato, caratterizzato da una tendenza verso il centro dei tradizionali partiti di destra e sinistra, e una presenza significativa di almeno una formazione di estrema destra e/o una di estrema sinistra eventualmente da sdoganare per mettere insieme maggioranze fragili e imprevedibili, specchio delle spaccature sempre più nette in ogni paese. Governi contraddittori, pronti a rompersi in qualsiasi momento. Anche in Germania, nonostante la CDU sia ancora il partito insostituibile attorno al quale costruire una maggioranza. Almeno per ora.