Il pericolo terrorismo dopo la caduta dell’Isis. Intervista a Guido Olimpio

Una lunga intervista a Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo e di Medio Oriente, per tanti anni corrispondente in Israele e negli Stati Uniti, dove ha condotto diverse inchieste sul ruolo dei narcos messicani e sul traffico di migranti e di droga. Ha pubblicato diversi libri sul terrorismo jihadista, ed è da poco in libreria con il suo nuovo lavoro “Terrorismi. Atlante mondiale del terrore”, edito da La Nave di Teseo.

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Con la sconfitta territoriale dello Stato Islamico e la caduta dei principali centri operativi del Califfato, sono destinati a scomparite i grandi attentati in Europa?

Sono sincero, è davvero complicata la realtà dello Stato Islamico. Possiamo dire due cose: c’è un difficoltà maggiore dal punto di vista operativo per organizzare attacchi eclatanti come quello del Bataclan. Al tempo stesso, quell’attacco è stato condotto da persone che avevano rapporti tra loro. Quindi potrebbe anche essere che lo Stato Islamico riesca a mettere in contatto alcune persone, magari in una città del Belgio o del Francia, che già avevano dei rapporti precedenti, e che potrebbero arrivare a compiere azioni di quel tipo. In linea generale credo però che vedremo più azioni con coltelli o veicoli, perché più semplici da organizzare.

Arrivando a questi attentati meno sofisticati, lei nel suo libro, citando l’istituto francese CAT (Centre d’analyse du Terrorisme), scrive che nel 2017 la maggioranza di attentati è stata condotta con esplosivi rudimentali, armi bianche o veicoli. Crede che la propaganda jihadista troverà sempre uomini e donne pronti a condurre questa tipologia di attacchi sul suolo europeo?

Sì, assolutamente, anche se propaganda è diminuita rispetto a un paio di anni fa.
Visto il profilo degli autori degli attacchi non serve molto, basta un appello. E’ anche vero, come detto, che questi appelli diminuiti. Teniamo conto che nel mese di Ramadan, dove si è sempre registrato un picco di attacchi, questi non sono stati numerosi. Il problema vero è che lo Stato Islamico si adatta facilmente, e sfrutta le opportunità usando i mezzi che ha al momento. Io credo che continuerà sulla strada degli attacchi più soft. Non solo, altre persone che non hanno a che vedere con lo Stato Islamico imiteranno queste tecniche. In qualche modo la propaganda fatta negli anni resta e si diffonde, e la gente non sa più ritenere se un attacco sia stato condotto dallo Stato Islamico o da una persone instabile. Tutto va a finire sotto un unico grande contenitore confuso.

A proposito dei profili degli attentatori: ultimamente le analisi sul terrorismo si concentrano sempre meno sul fattore religioso e sempre più sugli identikit di chi conduce l’attacco. Per quale motivo?

I motivi sono figli del tempo. Cominciamo a dire che i militanti dello Stato Islamico sono indottrinati in maniera molto approssimativa. Delle volte non c’è neanche un indottrinamento: vanno su internet, leggono un discorso o vedono un video di 30 secondi. Il secondo aspetto è che la tattica dello Stati Islamico è quella dell’ “agire comunque”. Non importa se sei preparato: agisci con un coltello, con un macchina o con una pietra, l’importante è compiere qualcosa sul territorio. Un terzo aspetto riguarda il profilo psicologico degli attentatori: sempre più abbiamo a che fare con elementi che sono ex detenuti o persone instabili. Con questo non voglio assolutamente dare delle giustificazioni o annullare la valenza politica degli attacchi, ma non c’è dubbio che l’aspetto personale del terrorista, e quindi non quello politico, incide in maniera prevalente. Il messaggio politico aiuta in questo cammino di violenza. Ecco perché noi vediamo degli atti, come quello di Liegi, in cui è difficile se l’uomo ha agito perché odiava la polizia come criminale comune o ha agito perché si riconosceva nello Stato Islamico. Io credo che queste due strade siano parallele, e che oramai sia difficile distinguere il motivo personale da quello politico.

E’ per questo che nel suo libro fa un paragone tra i “mass shooters” americani e i terroristi?

Esattamente. Non tutti gli esperti accademici riconoscono questo collegamento. Io nel libro faccio questo raffronto citando carte giudiziarie, raccontando le storie e gli identikit dei profili e portando dei dati. Mi rendo contro che alcuni accademici non considerano questo fenomeno come terrorismo perché manca una motivazione politica.
Ma se noi andiamo a confrontare il profilo di un mass shooters americano e di un attentatore dello Stato Islamico ci accorgiamo che è perfettamente sovrapponibile. Instabilità, odio, rivolta contro qualcosa, una forma di ribellismo in cui si inseriscono aspetti personali. C’è un parallelo anche nel loro avvicinamento all’attacco: questo avviene per fasi, e spesso è un fatto contingente che li spinge ad agire. Per un mass shooters è la ragazza che lo lascia, un brutto voto, una sospensione. Lo stesso vale per il potenziale terrorista: un decreto di espulsione, il mancato rinnovo del passaporto. Se uno mette insieme questi aspetti si può delineare un profilo parallelo.

Un’altra sovrapposizione che lei fa è quella tra i terroristi e i narcos centroamericani sul tema della violenza: come mai ha deciso di evidenziare questo aspetto?

Per l’elemento politico che si rileva nelle azioni di alcuni narcos colombiani o messicani: la volontà di controllare il territorio e  di imporre il loro “contro-stato”. L’obiettivo è quello di evidenziare la loro forza. Il secondo aspetto è il carattere militare di alcune formazioni: abbattono elicotteri, organizzano imboscate contro l’esercito, dimostrando di avere un braccio militare armato e molto preparato. Poi c’è l’aspetto della propaganda: esattamente come lo Stato Islamico, alcuni cartelli fanno propaganda sul web. Video di torture, decapitazioni. Il tutto per intimorire, per trasmettere un’immagine di violenza e di potenza che ricorda molto la strategia qaedista: uccidere per annientare il nemico.

Con un terrorismo che si sovrappone sempre più alla dimensione della criminalità, quali sono le cose da fare per sviluppare una strategia di contrasto alla radicalizzazione?

E’ un tema molto complesso. Bisognerebbe trovare un messaggio più forte di quello dello Stato Islamico. Paradossalmente la scarsa preparazione dei militanti di base potrebbe aiutare: non hanno studi alle spalle o una preparazione approfondita. Hanno una “verniciata” di islamismo. Però al tempo stesso è difficile trovare un messaggio che sia così immediato e universale, abbracciato da giovani in tutte le parti del mondo, con il quale contrastare la radicalizzazione sul piano ideologico. E’ un percorso che richiede molto tempo, perché fortemente legato alla società: la nostra è una società che in generale tende alla violenza e all’aggressività. Purtroppo i social non aiutano in questo, c’è la tendenza a voler sopraffare sull’altro. Bisognerà insistere su questa strada, io non credo molto alle scelte che cadono dall’alto.
C’è da fare tanto sulle carceri, questo sì: sono diventati veri e propri luoghi di addestramento e reclutamento, dove persone deboli dal punto di vista psicologico possono essere facilmente cooptate e indirizzate verso una strada  di violenza.

Come mai l’Italia al momento non è stata vittima di attacchi terroristici?

Sono diversi i motivi che hanno permesso all’Italia di non venire colpita. Il primo riguarda essenzialmente la sfera sociale: noi non abbiamo ancora le seconde generazioni di immigrati musulmani, al contrario di Belgio e Francia. Soprattutto non abbiamo quartieri-ghetto tipo Molenbeek a Bruxelles o le banlieu francesi, con una enorme concentrazioni di musulmani e che presentano problematiche di alienazione e di identità ai giovani che nascono in queste aree. Sono quartieri che causano difficoltà di riconoscimento che portano la singola persona, come si è visto negli anni ’90 nelle banlieu, a domandarsi: “sono francese o maghrebino?”.
Inoltre in Italia non ci sono i numeri di militanti dello Stato Islamico che si riscontrano in negli altri paesi d’Europa. Secondo la polizia sono partiti, per arruolarsi con il Califfato, circa 120 militanti dall’Italia, e solo una minima parte di questi è cittadina italiana. Da Trinidad e Tobago sono partiti 125-130 militanti: un paragone, forzato, che però fornisce un’immagine chiara dei numeri di cui parliamo.
Un altro aspetto è quello della propaganda: quella in italiano è partita dopo rispetto a quella inglese o francese. Inoltre non ci sono italiani che hanno fatto carriera all’interno dello Stato Islamico, mentre inglesi e francesi hanno ricoperto ruoli di rilievo per la propaganda sul web. C’è inoltre un problema di lingua: un militante francese può diffondere il messaggio in Belgio, in Francia, in Nord Africa, un italiano si rivolge ad un’area territorialmente ristretta. Questo è un aspetto che non va sottovalutato.
Sicuramente le inchieste hanno funzionato: iniziate negli anni ’90, hanno indotto alcune comunità musulmane che in quegli anni simpatizzavano per gli ambienti radicali a moderarsi. 
Tutti questi motivi chiaramente valgono per minacce e realtà più organizzate: non spiegano i pericoli legati al singolo individuo radicalizzato. Su questo io non ho una risposta precisa, continuo a pensare che ci sia un problema legato alla nostra percezione. In Italia c’è una percezione del rischio terrorismo molto più alta della realtà: interessante è stata una ricerca pubblicata dall’Ispi, che ha chiesto a diverse persone quante vittime avesse fatto l’Isis ed evidenziando come le risposte riportassero dei numeri molto superiori alla realtà. L’immedesimazione porta le persone ad avere una percezione del pericolo molto alta.
Al tempo stesso, come mai nessun militante o potenziale tale decide di fare in Italia un’azione simile a quelle viste negli altri paesi europei? C’è sicuramente una percezione diversa dell’Italia. Non escluderei, però, che un domani, in caso di aumento delle tensioni, soprattutto in questa fase dove i toni sono molto alti, qualcuno potrebbe passare all’azione. Per questo io dico sempre che i governi, di qualsiasi colore siano, sul tema del terrorismo debbano sempre tenere un profilo basso pensando alla sicurezza del cittadino, senza fare annunci o proclami. Non si deve usare il terrorismo come elemento di battaglia politica.
Per finire c’è un fattore logistico: io credo che ci sia un giro di trafficanti di uomini e di droga che considera l’Italia troppo importante geograficamente. Mi spiego, rifiuto la teoria che vede nella mafia un argine al terrorismo, che è evidentemente una bufala perché non spiegherebbe l’assenza di attacchi in tutte le parti d’Italia. Credo invece che una certa forma di criminalità organizzata nordafricana sia molto attenta, in quanto un attentato metterebbe in crisi gli affari. Siamo sempre in un contesto molto fluido, perché questi discorsi potevano essere fatti anche per Moleenbek o per altre zone che invece sono state basi organizzative di attentati. Quello che dico sempre, e che tengo a far emergere, è che questo è un tipo di terrorismo occasionale, non scientifico, fortemente legato al singolo. Il singolo può agire per motivi che sfuggono al controllo della polizia, da qui la difficoltà nell’intercettarlo e nel prevenirlo.