Il nuovo volto peronista dell’Argentina

A pochi giorni dal risultato delle elezioni presidenziali, l’Argentina ha cambiato volto. E torna al comando il peronismo, la celebre ideologia nazionale argentina che deriva dalla “politica giustizialista” di Juan Domingo Perón. Alberto Fernandéz, con il 48,1% dei voti, è il nuovo Presidente dell’Argentina, il nono dell’era democratica iniziata nel 1983.

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Laureato in legge alla UBA, avvocato e professore universitario di diritto, Fernandéz è il leader peronista di centro sinistra del Frente de Todos, la coalizione nata il 12 giugno di quest’anno proprio per sostenere la sua candidatura. Con uno scarto di oltre 8 punti percentuali dal secondo classificato, il Presidente uscente Mauricio Macri, Fernandéz vince le presidenziali senza dover ricorrere al ballottaggio. Nel sistema elettorale argentino infatti, le elezioni vengono vinte al primo turno se si raggiunge la soglia del 45% dei voti validi oppure il 40%, ma a condizione che ci siano almeno dieci punti di differenza dal secondo candidato più votato.

Alberto Fernandéz, 60 anni, non è nuovo alla scena politica argentina. Il 25 maggio del 2003 viene nominato Presidente del Gabinetto sotto la presidenza di Nestor Kirchner, posizione che manterrà anche in seguito, durante la presidenza della first lady la senatrice Cristina Fernández de Kirchner, il 10 dicembre 2007. Si dimette dal secondo mandato dopo soli sette mesi, non condividendo le decisioni economiche prese in merito all’introduzione di imposte sull’esportazione di prodotti agricoli che causò uno sciopero contadino di enorme portata nell’agosto del 2008. Soltanto lo scorso anno si è avuto il riavvicinamento tra Fernandéz e la Kirchner, in un momento, fra l’altro, in cui incombeva su di lei un arresto per arricchimento illecito. Il legame si rafforza ulteriormente nel maggio 2019, quando Cristina lo presenta ufficialmente come candidato alla Presidenza, e lei come sua vice.

Il kirchnerismo – l’ideologia che lega il neoeletto Presidente ai Kirchner – è il movimento politico nato durante la presidenza di Nestor Kirchner ed ispirato ai principi del peronismo che si contraddistinse soprattutto per il suo rifiuto delle politiche neoliberali dei Presidenti Menem e de La Rúa, ritenute colpevoli di aver provocato la devastante crisi economica del 2001. Fernandéz ne rappresenta ora il nuovo leader, che si instaurerà alla Casa Rosada il prossimo 10 dicembre.

“Un processo di transizione democratica, che vada a beneficio di tutti gli argentini”: con queste parole il Presidente uscente ha parlato alla folla, dopo gli exit pool. Per Macri, che era stato eletto nel 2015, si tratta di una sconfitta pesante, benché prevista. La corsa al secondo mandato aveva già subito una forte battuta d’arresto durante le primarie dell’11 agosto scorso, quando raggiunse solamente il 32,23% dei consensi, contro il 47,37% di Fernandéz. A poco è servita la campagna elettorale che ha visto l’ex Presidente impegnato nelle diverse province argentine per allargare la massa di elettori dietro lo slogan del “Si, se puede!”, riuscendo a conquistare il consenso soltanto nelle province della Ciudad Autónoma de Buenos Aires, Córdoba, Entre Ríos, Mendoza, San Luis e Santa Fe. Resta a lui il primato di essere stato l’unico leader non peronista giunto fino al termine di un mandato presidenziale.

Il voto in Argentina arriva in un momento difficile. Da agosto il mercato è crollato nuovamente, sprofondando fino al -48%. Le borse hanno risentito della fine dell’epoca della stabilizzazione registrando il crollo più significativo dal 1950. Le politiche liberali di Mauricio Macri avevano riaperto la via al commercio internazionale, abolendo le tasse sulle esportazioni dei prodotti agricoli ma riducendo fortemente le importazioni. Negli ultimi mesi, però, le misure di austerità del governo Macri, dopo la richiesta dell’ultimo prestito di 57 miliardi di dollari al Fondo Monetario Internazionale, avevano ancora di più esasperato un Paese già allo stremo, che vede il 35% della sua popolazione al di sotto della soglia di povertà. Macri lascia il comando con un bilancio commerciale positivo e un terreno fertile per le attività di export, ma con un forte aumento della disoccupazione giovanile e un’inflazione – giunta ormai al 60% – che sembra non mostrare segni di arresto.

Le sfide che aspettano il nuovo Presidente sono dunque molteplici. A livello internazionale, la vittoria di un candidato di sinistra potrebbe alterare gli equilibri regionali latinoamericani e slittare verso posizioni sempre più autoritarie. La vittoria di Fernandéz è stata già aspramente criticata dal Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ma potrebbe aprire una nuova via di dialogo con Caracas, sempre più politicamente isolata, e con la Bolivia che, in seguito alla rielezione di Evo Morales non riconosciuta come legittima da Macri, ha visto vacillare le sue relazioni diplomatiche con l’Argentina. Da una prospettiva interna, Fernandéz ha mostrato fin dalla campagna elettorale posizioni meno intransigenti rispetto alla sua vice Cristina, dichiarandosi pronto a rinegoziare le clausole del prestito con il Fondo Monetario per costruire “un’Argentina solidale, egualitaria, che difende l’educazione pubblica, la salute, che privilegia quelli che producono e lavorano”.

 

 

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