Il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana

Nel dicembre 2018 è stata pubblicata la versione 2.0 del Design to Mantaining Maritime Superiority ad opera dell’Ammiraglio John M. Richardson il comandante in capo delle operazioni navali della U.S. Navy. Il documento riassume in poche pagine quali sono le linee guida della Marina alla luce dell’evoluzione del contesto strategico internazionale e delle nuove direttive da parte dell’amministrazione Trump.

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È infatti possibile leggere con maggiore chiarezza quanto scritto dall’Ammiraglio guardando alla National Security Strategy (del dicembre 2017) ed alla National Defense Strategy (del gennaio 2018), in special modo quest’ultimo documento è la base su cui si viene a sviluppare la logica che determina la prassi da seguire per i nuovi obiettivi della Marina.

La nuova visione strategica

Per comprendere appieno quali sono gli obiettivi della Marina statunitense bisogna necessariamente capire quali sono le basi su cui poggia tutto il ragionamento. A livello strategico è quanto affermato nella National Defense Strategy che dà le linee guida, quasi programmatiche, su come dovrà essere il futuro approccio degli Stati Uniti e delle loro forze marittime. Già nell’introduzione si può trovare un elemento fondamentale di tutto il nuovo approccio non solo della Marina ma di tutta l’amministrazione U.S.A.: Inter-state strategic competition, not terrorism, is now the primary concern in U.S. national security.Lo spostamento del focus strategico da attori non statali ad attori statali è la nuova sfida del futuro degli Stati Uniti.

Evidentemente i progressi fatti dalla Cina e dalla Russia nell’ambiente internazionale e nell’ambito tecnologico non possono più essere messi in secondo piano e richiedono un nuovo e più attento approccio. Sempre nel documento dell’ex ministro della difesa James Mattis non si pone lo scontro solo sul piano militare ma anche su quello del budget: il vantaggio tecnologico, che ha visto una fase di erosione progressiva ma non inarrestabile, permette di gestire le risorse economiche con più parsimonia poiché molti sistemi di aggiornamento trovano la loro allocazione in piattaforme già disponibili e a costi minori.

Il fattore del numero e della stessa tipologia delle piattaforme si pone come un secondo punto di forza nei confronti degli avversari i quali devono lavorare non solo sul livello tecnologico delle forze ma anche sul loro impiego in numeri sufficienti per renderle un problema effettivo. I cinesi sono i primi, e finora gli unici, che hanno accettato questa sfida ma stanno incontrando proprio queste difficoltà: la corsa tecnologica impone continui aggiornamenti e le nuove navi varate rischiano di divenire obsolete in poco più di un decennio, così come lo stesso armamento della flotta.

Emblematico è il fatto che le prime immagini di una ipotetica arma ad energia diretta cinese siano state pubblicate pochi giorni dopo l’annuncio della Lockheed Martin di aver ricevuto una commissione per il valore di 150 milioni di dollari dalla Marina statunitense per implementare i sistemi di difesa navale con il sistema HELIOS ad energia diretta (in sostanza un sistema laser). La domanda che viene da porsi è quanto potrebbe costare alla Marina di Pechino, rispetto a quella americana, l’implementazione di questi sistemi sulle proprie navi e se le navi cinesi abbiano una architettura sufficientemente aperta per poterli effettivamente alloggiare. Ultimo quesito è quanto tutto questo sistema vada a gravare sul totale dell’economia del paese sul medio e lungo periodo.

Allargando il discorso questi fattori potrebbero ripresentarsi per molti altri elementi necessari alla guerra marittima del futuro ed un paese che è costretto a rincorrere rischia di sperperare una fortuna in una ricerca che impone tempi ristretti con risultati che potrebbero, dato il ritmo spasmodico, non arrivare come sperato. Sul medio periodo la situazione sembra favorire gli Stati Uniti dato il vantaggio in termini di numeri, tecnologie, tempo a disposizione per la ricerca, maggiore flessibilità nell’allocazione delle risorse economiche e tradizione navale. 

Per le sue caratteristiche intrinseche la Marina statunitense ha visto un ruolo secondario nella lotta al terrorismo internazionale ma con questo shifting strategico è di nuovo in prima linea per la difesa degli interessi del paese. Il potere degli U.S.A. si estrinseca attraverso il dominio del mare ed è proprio con il mantenimento della loro superiorità su questo elemento che poggia molta della loro capacità proiettiva, per questo la Marina necessita di un nuovo approccio, di un approccio 2.0.


Quali strumenti per rafforzare il potere sul e dal mare

I primi due punti della sezione inerente la proiezione del potere marittimo del documento di Richardson sono forse tra i più interessanti per la loro stretta somiglianza con alcune direttrici politiche storiche dell’ambiente americano. Non a caso infatti si parla di un rinnovo del deterrente nucleare sottomarino e della capacità “expeditionary di una parte importante della flotta. Punto centrale della forza nucleare strategica americana sono i sottomarini con capacità nucleare attualmente rappresentati dalla classe Ohio. Secondo le stime questi inizieranno ad essere radiati dal servizio a partire dal 2027 con il ritmo di una unità all’anno e verranno rimpiazzati dai nuovi classe Columbia.

Al di fuori dei dettagli tecnici è importante sottolineare due caratteristiche fondamentali dei nuovi sottomarini: non necessitano del ricambio del combustibile nucleare a metà vita della piattaforma (dopo circa 20 anni) come per gli Ohio e il passaggio ad un minor numero di VLS (Vertical Lauching System) da 24 a 16. Per quanto concerne la sostituzione del carburante gli aspetti economici e strategici sono evidenti, il dover maneggiare materiale radioattivo è sempre rischioso ed obbligherebbe il ritiro dal servizio per un certo periodo di tempo di una unità su 12 totali. L’8,3% della componente principale del deterrente nucleare strategico fuori servizio.

La riduzione dei tubi di lancio è accompagnata da un dichiarato displacement uguale alla classe precedente. Un’ipotesi per questa scelta di riduzione dell’armamento equipaggiabile potrebbe essere data dal fatto che si è preferito aumentare le capacità di operare per lunghi periodi in immersione e quindi favorendo il sustainment a discapito della potenza di fuoco. Vi è da dire che 16 Trident II equipaggiati possono allorggiare 8 testate nucleari ciascuno quindi non è susseguente che, ad una perdita di potenza di fuoco, faccia seguito un’effettiva perdita di efficacia, soprattutto nel suo compito di deterrenza.

Si potrebbe affermare, non senza un azzardo, che il punto di forza che darebbe un ulteriore vantaggio strategico agli U.S.A. sta nella capacità della piattaforma di non richiedere il cambio del combustibile a metà vita e di operare (quasi) costantemente per i 42 anni di servizio previsti. La lettura sul tema del deterrente sottomarino va fatta tenendo sempre presente le prospettive di crescita della Marina cinese e soprattutto l’annunciato ritiro della Russia dal trattato INF conseguente ad un nuovo investimento sulle capacità nucleari del Cremlino. Di pari importanza è l’evoluzione di parte della flotta in un corpo “expeditionary”. Per comprendere la logica dietro a questa scelta bisogna partire dalla postura delle flotte U.S.A. e la loro area operativa.

La versione 2.0 della maritime superiority assegna il ruolo di flotta “da spedizione” alla seconda e terza flotta e dalla cartina si può notare come siano le due flotte che hanno il compito di difendere le coste e le acque territoriali americane. È evidente che questo tipo di funzione sia, oggi, un compito che va stretto ad una flotta oceanica e che potrebbe essere garantito da una configurazione molto più “leggera” delle forze in loco. Non è un caso se la terza flotta abbia il comando inserito nel più vasto sistema della Pacific Fleet (a sua volta parte dell’Indo-Pacific Command) mentre la seconda flotta è stata sciolta nel 2011 e ricreata nel 2018 ma non ancora pienamente operativa. 

Proprio riguardo alle capacità della seconda flotta l’Ammiraglio Richardson esprime la volontà di renderla pienamente operativa entro la fine del 2019 con capacità d’azione, al pari della terza flotta, lontano dalle coste e dalle basi U.S.A. con il supporto dei Carrier Strike Group (gruppi d’attacco incentrati sulle portaerei) a loro assegnati.

Il messaggio dietro questa nuova configurazione mostra la volontà di avere due flotte “Jolly” da utilizzare in caso di crisi come unità dall’alta capacità proiettiva e senza andare ad impegnare i grandi gruppi da battaglia sin dalle prime fasi del conflitto. La scelta delle flotte “Jolly” è in perfetta sintonia con quanto espresso nella dottrina del Dynamic Force Employment che vede forze più agili ed imprevedibili per le loro flessibilità d’impiego. A tal proposito ecco le parole dell’ex segretario alla difesa Mattis: “A modernized Global Operating Model of combat-credible, flexible theater postures will enhance our ability to compete and provide freedom of maneuver during conflict, providing national decision-makers with better military options.”

Quali tecnologie impiegare nella Marina del futuro

Il secondo filone di pensiero seguito dalla Marina è quello del mantenimento del primato tecnologico su tutti gli altri attori mondiali, in questo campo gli Stati Uniti sono leader mondiale e difficilmente potranno vedere questa posizione messa in discussione nel medio termine. La spesa militare e le capacità di ricerca e sviluppo di un paese che ha fatto del primato tecnologico il suo cavallo di battaglia dalla fine della seconda guerra mondiale rendono praticamente impossibile pensare un confronto in questi termini ad armi pari, la ricerca cinese in campo navale sta ottenendo buoni risultati sul piano dimostrativo ma lascia ancora molti dubbi sulla reale qualità dei sistemi e piattaforme utilizzate.

I dati di fatto non sono comunque bilanciati dai sentimenti in seno alla difesa statunitense che, attraverso i suoi documenti, lascia trasparire un senso di inquietudine per le capacità tecnologiche raggiunte dai suoi competitor e per la proliferazione delle tecnologie avanzate. L’idea che se si vuole mantenere il primato ancora per lungo tempo si deve continuare a mantenere la macchina militare migliore del pianeta per distacco non giustifica appieno i toni d’allarme con cui si affronta questo tema. La sensazione è che si vuole far percepire, almeno in parte, che il potere americano è attaccabile e che continuando con enormi investimenti questo possa essere eroso definitivamente. Ciò non solo comporterebbe un lento dissanguamento economico degli avversari ma anche ad una errata percezione della realtà che gioverebbe solo agli obiettivi statunitensi.

Due date sono ridondanti nei progetti della Marina: 2023 e 2025. Entro il 2023 devono essere assegnati i contratti per diverse unità ausiliarie di superficie e a guida remota (USV) di diverse dimensioni subito dopo aver stabilito ed assegnato le commissioni per la nuova classe di Fregate. Sarà invece il 2025 l’anno di svolta in cui il futuro volto delle forze navali prenderà forma e segnerà, forse, l’ingresso in una nuova era del naval warfare. Quell’anno segnerà la deadline per i contratti inerenti i mezzi sottomarini autonomi (USV) ma soprattutto l’ingresso in forze di una nuova generazione di armamenti: armi d’attacco ipersoniche ed armi ad energia diretta come i laser.

Anche se non ve ne è la certezza questi nuovi sistemi potrebbero portare ad una nuova logica di condotta delle operazioni e produzione dottrinale per l’impiego della flotta e, contemporaneamente, segnare un nuovo solco con tutti gli altri attori. Diversi autori americani come Michael G. Vickers, Robert C. Martinage (con particolare riferimento da pagina 63 a pagina 68) e Robert Work hanno azzardato come l’ingresso nei teatri operativi di queste armi possa segnare una nuova fase della RMA iniziata negli anni ’90, una fase di risposta alla controrivoluzione attuata dai competitor degli Stati Uniti.
La domanda che si solleva è se si è ad una risposta nei confronti della controrivoluzione o ad una nuova rivoluzione negli affari militari.

Quale bilancio per il futuro

La U.S. Navy si trova in un periodo cruciale che impone una risposta necessaria su tutte le direttrici d’azione, il rinnovato confronto con potenze dalle ambizioni globali impone il contrasto puntuale ad ogni nuova minaccia. Tutta la dottrina e la tecnologia statunitense degli ultimi anni hanno chiaramente mostrato come ad ogni nuovo sistema d’arma nemico, progettato per colpire o interdire le capacità di movimento della flotta (e della sua componente aerea), si sia risposto con una sua controparte che serva a contrastarlo. Esemplificativo in tal senso è lo scontro nel Pacifico tra le capacità proiettive della flotta e il raggio di interdizione delle bolle A2/AD (Anti Access/Air Denial) cinesi.

Storicamente la Marina statunitense è stata un indicatore della visione strategica che ha caratterizzato le diverse fasi della storia del paese, la sua struttura e postura riflettono come gli Stati Uniti vogliono muoversi nello scacchiere internazionale e secondo quali logiche. Dalla dottrina del contenimento della guerra fredda alla proiezione di potenza dei primi anni ’90 la Marina è stata lo strumento privilegiato per mostrare la forza statunitense e la sua postura ha indicato verso quale direzione si intendeva indirizzarla.

La lotta al terrorismo internazionale ha segnato una fase storica in cui lo strumento navale è stato impiegato come supporto in un ruolo profondamente diverso da quello centrale avuto dal 1941 sino a quel momento. Oggi quella centralità sembra essere stata riacquisita grazie al nuovo approccio strategico che vede il confronto focalizzarsi di nuovo tra entità statali ed all’emergere di nuovi competitor sufficientemente credibili da poter essere considerati una minaccia all’intero sistema.

Nei prossimi anni sarà possibile comprendere se le minacce paventate dall’amministrazione prenderanno una forma più concreta e se quindi prenderà forma a tutti gli effetti il nuovo (vecchio) ruolo della Marina americana.