Il “Nuovo Grande Gioco”: le sfide della Russia in Asia Centrale

L’Asia Centrale rappresenta una regione che ha visto recentemente l’emergere di una crescente rivalità tra Russia e Cina. Pechino sembra voler estendere la propria influenza sull’area tanto a livello istituzionale – con iniziative come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) – quanto in progetti economico-infrastrutturali come la Belt and Road Initiative (BRI). Per evitare una marginalizzazione nel proprio “estero vicino”, il Cremlino è costretto a conservare la sua egemonia stringendo i rapporti con i regimi locali filorussi, mantenendo la propria presenza militare, facendo leva sulle minoranze etniche russe e limitando non soltanto l’influenza occidentale ma anche, e forse soprattutto, quella cinese.

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La sfida cinese

Conquistata gradualmente dalla Russia nel corso dell’Ottocento, l’Asia Centrale avrebbe seguito le sorti dapprima dell’Impero zarista e quindi dell’Unione Sovietica fino alla sua dissoluzione nel 1991. L’indipendenza delle cinque repubbliche asiatico-centrali ha fatto sì che la Russia sviluppasse un rapporto complesso con l’Asia Centrale, in parte basato sulla coabitazione e sul comune sentimento di appartenenza ad una stessa civiltà e dall’altro sul rapporto diseguale di dipendenza tra colonizzatore e colonizzato.

Sebbene il Cremlino costituisca ancora il principale intermediario tra Asia Centrale ed Europa per le reti di transito energetiche, la Cina – che condivide un lungo confine con alcuni paesi dell’area e investe sempre più sulle risorse della regione – rappresenta oggi il maggiore sfidante dell’egemonia russa. Ragioni storiche ed interessi divergenti potrebbero presto condurre Mosca e Pechino verso un “Nuovo Grande Gioco”. Legata all’Asia Centrale da antiche relazioni storiche, dagli anni Novanta la Cina ha infatti riscoperto profondi interessi nella regione, manifestati soprattutto attraverso investimenti, commercio e cooperazione militare.

Il progetto di Xi Jinping annunciato (non a caso) in Kazakhstan nel 2013 di voler creare una “Nuova Via della Seta” ha rappresentato un evento epocale per gli equilibri asiatico-centrali, dimostrando l’incremento dell’influenza cinese sulla regione. In particolare, le due rotte terrestri della Belt and Road Initiative (BRI) ad avere un impatto sull’Asia Centrale saranno il cosiddetto “New Eurasian Land Bridge” – dalla Cina occidentale all’Europa – e il “China-Central Asia-Western Asia Corridor” – dalla Cina occidentale fino alla Turchia, toccando tutte e cinque le repubbliche asiatico-centrali e l’Iran. Già dal 2014, la Cina è divenuta il principale partner commerciale della regione e grazie ai massicci investimenti che sta realizzando nel settore della produzione energetica riuscirà presto a convogliare verso di sé circa metà dell’energia prodotta. Tra l’altro, nel 2015 la Cina e il Kazakistan hanno espresso la volontà di collegare la BRI con la strategia kazaka del “Sentiero Luminoso” (Nurly Zhol) quale preludio per una collaborazione economico-logistico-infrastrutturale di lungo periodo. Al contempo, anche l’Uzbekistan ha annunciato l’impegno a connettere alla BRI la propria Nuova Strategia di Sviluppo. Sebbene direttamente coinvolto nell’iniziativa, il Cremlino ha comunque interpretato la BRI come un tentativo di attirare i paesi asiatico-centrali nell’orbita geo-economica cinese, a tutto svantaggio dell’Unione Economica Eurasiatica (EAEU) a guida russa – che, tra i paesi della regione, ha assimilato soltanto il Kazakistan e il Kirghizistan. L’accesso cinese alle risorse energetiche regionali rappresenta una circostanza problematica in contrasto con l’obiettivo russo di controllo monopolistico del settore energetico della regione.

Anche a livello istituzionale, la Cina sembra svolgere un ruolo di primo piano in iniziative come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Creata nel 2001 per la cooperazione politica, economica e di sicurezza, la SCO conta oggi otto Stati membri (Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan, Uzbekistan, India e Pakistan). L’inclusione dell’India nel 2017 è stata fortemente incoraggiata dalla Russia per controbilanciare l’influenza della Cina nell’organizzazione, che ha comunque sostenuto l’adesione del Pakistan come ulteriore fonte di bilanciamento. Tuttavia, proprio attraverso la SCO, la Cina si sta proiettando come un reale leader alternativo alla Russia per la sicurezza della regione.


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“Estero vicino” o estero ormai lontano?

Mosca ritiene che le possibilità future per l’Asia Centrale siano tre: restare nell’orbita russa, cadere in una condizione di cronica instabilità o passare sotto il dominio cinese. Sicuramente, i paesi dell’Asia Centrale vantano ancora dei legami culturali e militari significativi nei confronti della Russia. Da un lato, infatti, la minoranza etnica russa – presente soprattutto in Kazakistan – rappresenta uno strumento di diffusione diretta degli interessi di Mosca. Dal punto di vista militare, invece, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) riveste un ruolo ancora importante nella regione. La Russia possiede tuttora il controllo delle basi militari di Baikonur, Sary-Šagan e Balkhaš in Kazakistan, della base aerea di Kant in Kyrgyzstan, e della base militare a Dušanbe in Tagikistan. Inoltre, sebbene possa favorire l’aumento del potere cinese, la SCO impedisce la diffusione dell’influenza occidentale. Gli stessi Stati Uniti, dopo l’espulsione dalla base aerea uzbeka di Karši-Khanabad (K2) nel 2005 e da quella kirghisa di Manas nel 2014, non sono più effettivamente presenti, almeno dal punto di vista militare, nell’area.

Sebbene però nel lungo periodo gli interessi statunitensi per la regione probabilmente scemeranno, la Cina costituirà invece una presenza incessante: in questo senso, i paesi dell’area, così come Mosca, dovranno interagire più con Pechino che non con Washington. In questo senso, se la Russia vorrà mantenere un’influenza in Asia Centrale dovrà necessariamente controbilanciare l’influenza cinese. Peraltro, è assai probabile che la rivalità sino-russa in Asia Centrale non si concretizzerà in uno scontro aperto, bensì in un confronto geostrategico e geo-economico che incarnerà il “Nuovo Grande Gioco” del Ventunesimo secolo.