Il nuovo corso di Taiwan

Poco meno di due mesi fa ci si chiedeva quali novità avrebbe portato il nuovo corso politico di Taiwan, dopo che, a inizio 2016, i taiwanesi, con le elezioni presidenziali, avevano optato per una decisa svolta politica. Una svolta, quantomeno potenziale, se vista soprattutto in relazione al tema caldo par excellence della politica taiwanese: le relazioni con l’altra sponda dello stretto, ovvero la Repubblica Popolare Cinese.

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Ci si è chiesti, quindi, quali cambiamenti o nuove linee guida sarebbero nati a Taipei dopo che, per la prima volta, il partito progressista e indipendentista (Dpp) alla guida aveva conquistato sia la presidenza della Repubblica che lo Yuan legislativo, il parlamento di Taipei. È evidente che le risposte al dubbio iniziale avranno bisogno di tempo per essere completate e approfondite, ma dopo circa due mesi di mandato si possono cominciare a intravedere i contorni della politica estera della nuova Amministrazione taiwanese.


Per quanto riguarda i rapporti con la Cina comunista,
Tsai Ing-Wen, la nuova Presidente di Taiwan, non ha esitato a creare una cesura con la precedente amministrazione (quella guidata dal Kuomintang di Ma Ying-jeou) nelle relazioni tra Taipei e Pechino. Molto attiva in politica internazionale, del resto come il suo predecessore, la Presidente Tsai Ing-Wen, si è subito mostrata decisa sul fronte caldo delle relazioni con Pechino, apparendo più netta e meno accondiscendente nei confronti dell’altra Cina rispetto al suo predecessore. L’ultima vicenda che ha raffreddato i rapporti tra le due sponde dello stretto di Formosa è stata la polemica della Repubblica Popolare contro Taiwan a seguito del non riconoscimento esplicito della presidente Tsai del cosiddetto 1992 Consensus”, cioè l’accordo sul quale si è sviluppata negli ultimi anni la tregua diplomatica tra Taipei e Pechino. In base a quell’accordo le due parti avevano riconosciuto l’esistenza di una “unica Cina”, lasciando tuttavia le porte aperte a diverse interpretazioni. Con questa formula, infatti, da una parte la Cina popolare non aveva lasciato spazio a soluzioni indipendentiste da parte di Taiwan e, dall’altra, Taipei non aveva legato il suo destino a progetti di riunificazione con Pechino. Oggi, invece, potremmo trovarci di fronte alle avvisaglie di una svolta.


La scelta di Tsai
di non menzionare il Consensus nel suo discorso di insediamento non è da considerarsi una scelta puramente retorica. Pur riconoscendo pubblicamente l’importanza dei negoziati e del dialogo avviatosi tra le due sponde dello stretto nel 1992, Tsai ha marcato la sua distanza rispetto a politiche troppo aperturiste verso Pechino, evitando di negare esplicitamente l’accordo del ‘92, ma evitando anche di supportarlo esplicitamente. La Cina Popolare, dal canto suo, non solo non ha particolarmente gradito questa dimenticanza, ma non ha esitato a calcare la mano sul punto, aprendo di fatto una situazione di tensione tra le due Cine. Nonostante gli appelli al pragmatismo e alla ragionevolezza da parte di Taiwan, la Cina Popolare, il 20 maggio scorso, pare abbia interrotto le comunicazioni con Taipei, svoltesi principalmente attraverso le fondazioni China’s Association for Relations Across the Taiwan Straits e la Taiwan’s Straits Exchange Foundation. Anche la “hotline” tra le due capitali, instituita nel dicembre 2015 dall’ex presidente Ma, sarebbe stata sospesa.


È difficile prevedere quali saranno gli sviluppi. Da una parte Twai Ing-Wen sta investendo in una nuova politica estera molto dinamica, ma soprattutto poco tenera se si guarda a Pechino. E da Pechino pare non vi sia alcuna intenzione di perseguire una strategia più flessibile. D’altronde, la Repubblica Popolare, negli ultimi mesi, ha mostrato un
atteggiamento aggressivo e spregiudicato non solo nei confronti dei taiwanesi, ma nei confronti della comunità internazionale nel suo complesso, Un ulteriore elemento di complessità in una situazione, quella dello stretto di Taiwan, di stallo, i cui sviluppi rimangono ancora avvolti nell’incertezza.