Il Nuclear Signalling e la “coercizione” nella strategia russa

Erede della superpotenza sovietica, la Federazione Russa si considera una grande potenza e come tale ritiene di dover essere considerata sullo scacchiere internazionale. Dopo l’umiliazione subita negli anni Novanta, il Paese ha quindi cercato di ripristinare il suo prestigio perduto. A questa preoccupazione d’immagine se ne associa una più immediata: l’avvicinamento delle strutture NATO ai confini della Federazione, un fatto divenuto fonte di ossessione costante per i decisori strategici russi, che vedono la NATO come una vera e propria minaccia esistenziale per il Paese.

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Nel tempo il loro obiettivo è quindi diventato quello di salvaguardare l’influenza russa nell’Estero Vicino, visto come propaggine fondamentale per la sicurezza del territorio della Federazione. Se Sergej Primakov aveva indicato la via di questo ripensamento strategico, Valerij Gerasimov ne ha illustrato l’implementazione nella sfera militare. Infatti, secondo la concezione olistica del New Generation Warfare, tutti gli strumenti di coercizione a disposizione, militari e non, possono essere funzionali ad implementare questa rinnovata volontà strategica, di cui l’arsenale nucleare rappresenta la garanzia ultima.

La dottrina nucleare russa

A differenza di altri Paesi, come Stati Uniti e Francia, che hanno costantemente avuto interesse ad adottare a livello dichiarativo una nuclear policy estremamente chiara, la Federazione Russa ha invece sempre preferito adottarne una estremamente più nebulosa, che le permettesse di avere maggior libertà di manovra e che le consentisse di alimentare al contempo dei timori negli avversari. A titolo di esempio, fino al giugno 2020 non esisteva alcun documento non classificato che illustrasse la dottrina nucleare russa. Gli esperti dovevano perciò decifrarla dai documenti a disposizione (come la Dottrina Militare del 2014), dalle dichiarazioni del Presidente e di altri alti ufficiali, dagli articoli scientifici degli specialisti russi e dalle esercitazioni militari già svolte. Tuttavia, il 2 giugno 2020 il Cremlino ha reso pubblici per la prima volta i principi base che sottendono alla deterrenza nucleare russa. Sebbene tali principi si limitino a confermare posizioni già enunciate in altri documenti, il documento è molto importante perché, pur non mancando di lasciare una voluta ambiguità, riassume ed esplicita la posizione ufficiale russa sulla deterrenza nucleare. 

La dottrina nucleare russa prevede l’uso di armi nucleari esclusivamente per fini di deterrenza. La deterrenza nucleare russa dichiara uno scopo difensivo inteso a garantire la sovranità e l’integrità territoriale della Russia e/o dei suoi alleati. Adottando una first use policy, la Federazione Russa si riserva dunque il diritto all’uso di armi nucleari, come mezzo di ultima istanza, al fine di dissuadere un’aggressione – anche convenzionale – qualora la stessa esistenza dello stato sia messa in pericolo. Ne deriva quindi una concezione di deterrenza che si avvicina più al concetto di deterrence by punishment che di deterrence by denial. Più che impedire al nemico di raggiungere i suoi obiettivi, si preferisce quindi minacciare severe punizioni in caso di attacco. È importante infine ricordare che, rispetto alle precedenti, la Dottrina Militare russa del 2014 attribuiva sempre più importanza alla dimensione non-nucleare della deterrenza attraverso armi convenzionali.

Tuttavia, proprio a partire dal 2014 la connotazione “difensiva” dei documenti ufficiali russi sembra venire costantemente smentita dall’atteggiamento intimidatorio di nuclear signalling effettuato dal Cremlino. Tale discrepanza può venire in parte spiegata in termini di una reinterpretazione russa del concetto di extended deterence. Mentre l’extended deterrence statunitense porta gli Stati Uniti ad estendere il proprio ombrello nucleare ai loro alleati nelle varie regioni del globo, la Russia sembra intenzionata a perseguire una deterrenza regionale intesa come estensione dello spettro nucleare oltre i suoi confini solo su un territorio che giudica vitale per la sua sopravvivenza. Secondo questa interpretazione, il nuclear signalling russo non è altro che uno degli strumenti adottati dalla Russia per proteggere i propri interessi nell’Estero Vicino a fronte di quella che viene percepita in Russia come la costante minaccia NATO. Una minaccia la cui portata potrebbe essere fraintesa nelle reali intenzioni ed esagerata nella valutazione del reale calibro del pericolo. D’altra parte, va tuttavia considerato che la presenza di truppe NATO lungo i confini con gli Stati Baltici, la consapevolezza della superiorità convenzionale e tecnologica dei sistemi d’arma NATO, nonché l’installazione di componenti del sistema di difesa antimissile in territori prossimi alla Russia, come quello polacco e rumeno, hanno acuito quella ben radicata paura di accerchiamento che da sempre caratterizza l’orizzonte strategico russo.

Obiettivi e caratteristiche della coercizione nucleare russa

Per fronteggiare il pericoloso avanzamento delle strutture NATO verso i confini della Federazione, e avendo ormai perso la tradizionale superiorità convenzionale dei tempi della Guerra Fredda, fin dagli anni Novanta il Cremlino ha fatto largo affidamento sul suo arsenale nucleare – oggi primo al mondo per numero di testate (6375) e secondo per numero di testate effettivamente dispiegate (1326). A partire dall’annessione della Crimea nel 2014, il richiamo costante all’arsenale nucleare si è fatto ancora più frequente. Una strategia della coercizione permette di influenzare i calcoli e il comportamento dell’avversario attraverso la minaccia, inducendolo o costringendolo a scegliere un corso di azione che avrebbe altrimenti rifiutato di seguire. Facendo leva sullo spettro nucleare, il principale comportamento che il Cremlino cerca di indurre negli avversari è, innanzitutto, dissuadere qualsiasi ulteriore interferenza da parte NATO nell’Estero Vicino. Inoltre, la leva psicologica del nucleare permette di fomentare ulteriormente le divisioni all’interno dell’Alleanza fra i membri orientali, che più risentono delle minacce russe, e quelli occidentali, che invece le avvertono assai meno.

In terzo luogo, lo spettro nucleare diventa garanzia ultima di potenziali fait accompli, assicurando così al Cremlino che le vittorie politico-militari ottenute attraverso blitz a sorpresa vengano riconosciute dagli stati colpiti come un dato di fatto screditando ulteriormente la capacità di reazione NATO. In ultimo va anche aggiunto che la componente psicologica intrinseca alla paura di un’escalation nucleare rende lo scontro più simile a una battaglia di nervi che a una basata sull’uso effettivo della forza, che premia piuttosto chi si dimostra maggiormente determinato nel perseguire il proprio obiettivo. L’immagine che emerge dall’insieme di queste situazioni è dunque quella di una Russia rafforzata, nuovamente assertiva, ed in grado di ottenere ciò che vuole, anche sfruttando i tentennamenti e le divisioni in campo avversario. Lo status di grande potenza così caro alla Federazione – o perlomeno l’impressione di essere tale – appare così ripristinato e spendibile internamente in termini di consenso. 

Gli strumenti della coercizione nucleare russa

La volontà di coercizione viene esplicitata da una prolifica campagna di nuclear signalling attraverso strumenti sia “operativi” che “dichiarativi”. Fra i primi, esempi di grande impatto sono le esercitazioni militari su larga scala o a sorpresa che, nelle simulazioni, prevedono anche l’attivazione della componente nucleare. Un intento provocatorio viene rivestito inoltre da voli e navigazioni di ricognizione da parte di bombardieri e sottomarini nucleari, o a tecnologia dual-use, lungo le zone di confine o mediante infiltrazioni nello spazio aereo di membri o alleati NATO. Infine, si ricorda lo sviluppo di sei nuove armi strategiche altamente innovative annunciate dal Presidente Putin nel marzo 2018 durante l’intervento annuale davanti l’Assemblea Federale. L’annuncio estremamente plateale di un simile programma di modernizzazione strategica è stata la chiara risposta russa alla pubblicazione avvenuta un mese prima della nuova Nuclear Posture Review statunitense in cui, per la prima volta dalla Guerra Fredda, gli Stati Uniti rimettevano al centro il ruolo fondamentale della deterrenza nucleare.

Di natura dichiarativa sono un esempio le frequenti asserzioni intimidatorie, più o meno esplicite, di alti ufficiali russi che minacciano quei paesi che, come la Danimarca, hanno mostrato disponibilità ad ospitare sistemi di difesa antimissile americani. Vi sono poi le minacce di schieramento di missili dual-use in zone ad alto valore strategico come la Crimea o l’exclave di Kaliningrad – dove effettivamente sono poi stati effettivamente dispiegati dei missili Iskander nel 2018.

L’utilizzo concertato e costante di tutte queste forme di nuclear signalling è funzionale a trasmettere l’idea dell’alto grado di prontezza dell’arsenale russo, mandando così un chiaro monito agli stati più piccoli limitrofi alla Federazione, ma anche e soprattutto agli Stati Uniti. Ne emerge uno scenario che trova il Cremlino in una posizione di forza – o almeno apparentemente tale – che risalta soprattutto se contrapposta al sentimento di malessere e difficoltà degli stati limitrofi nell’arginare il comportamento provocatorio di Mosca.


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Come detto, la Russia è alla ricerca di un rinnovato riconoscimento internazionale del suo status di grande potenza dotata di una sfera di influenza esclusiva. Facendo leva anche sul suo formidabile arsenale nucleare, Mosca ha così orchestrato un ricatto strategico che, sfruttando l’indecisione, la frustrazione e le divergenze in campo NATO, la porta a rivendicare in maniera opportunistica, là dove giudicato fattibile, interessi ritenuti vitali, costringendo al contempo gli avversari ad accettare un nuovo status quo congeniale a tali interessi. 

Giulia Ginevra Nascetti
Geopolitica.info