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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl Nord Africa e il “supporto” alla causa palestinese

Il Nord Africa e il “supporto” alla causa palestinese

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Gli eventi traumatici che hanno contraddistinto le ultime settimane nella Striscia di Gaza hanno attirato l’attenzione sia dei capi di governo che del popolo musulmano dei paesi del Nord Africa. Centinaia di libici in diverse città del paese hanno organizzato proteste per esprimere la loro indignazione per le operazioni israeliane contro i loro fratelli musulmani a Gerusalemme e per i bombardamenti a Gaza. Stessa situazione si è avuta a Tunisi e in diverse città tunisine così come in centri marocchini ed algerini: manifestazioni che vedevano una moltitudine di persone avvolte nella bandiera palestinese protestare a favore del popolo musulmano richiedendo l’intervento della comunità internazionale per una risoluzione immediata della questione. I sindacati degli studenti universitari dei paesi nordafricani, tra cui Marocco, Algeria, Mauritania e Tunisia, hanno organizzato manifestazioni in favore del popolo palestinese e per protestare contro Israele.

La questione palestinese ha perso da qualche tempo il suo ruolo centrale nell’immaginario arabo. Le Primavere arabe, che hanno caratterizzato la maggior parte dei paesi dell’area MENA un decennio fa, hanno chiarito che il principale campo di battaglia nella regione non è più tra gli arabi e Israele, ma tra i regimi e il loro stesso popolo o, più chiaramente, tra i regimi e i movimenti islamisti. Per gli autocrati, la sopravvivenza del regime aveva ed ha la precedenza su tutto il resto. Per i gruppi di opposizione, l’obiettivo principale rimane viceversa la democratizzazione interna. Dopo che le prospettive di democrazia si sono attenuate, anche per loro la sopravvivenza divenne la preoccupazione divorante. Il caos e la frammentazione, con le loro conseguenze, hanno reso improbabile che i palestinesi ricevessero la stessa attenzione di un tempo dai loro vicini arabi. E così è diventato possibile immaginare una serie di leader arabi avvicinarsi a Israele, beneficiando della cooperazione economica e di sicurezza.

Le immagini dei raid aerei israeliani a Gaza e i disordini nella moschea Al-Aqsa di Gerusalemme, il terzo sito più sacro dell’Islam, hanno catalizzato un’ondata di proteste filo-palestinesi in tutto il Medio Oriente e oltre, mettendo alla prova i limiti delle relazioni degli Stati arabi con quello ebraico. I governi arabi sono stati sottoposti a crescenti pressioni popolari non solo per condannare le azioni di Israele nella Gerusalemme Est occupata, ma anche per prendere provvedimenti e porre fine alla campagna militare di Israele in corso a Gaza. Le immagini televisive via satellite 24 ore su 24 degli scontri hanno ravvivato l’empatia degli arabi con i palestinesi – se non il sostegno dei loro leader – e l’antagonismo verso lo Stato ebraico. La condanna della Lega araba e della Lega musulmana non ha placato la rabbia delle persone. Il contraccolpo non si è limitato ai giovani che marciano per le strade. I leader religiosi hanno anche espresso opposizione alle azioni di Israele e criticato quei governi arabi che hanno abbracciato Israele.

Le autorità tunisine hanno più volte condannato la postura israeliana nei confronti dei territori palestinesi e hanno invitato la comunità internazionale ad assumersi le proprie responsabilità. Tunisi, che attualmente siede nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, aveva presentato una bozza di dichiarazione (non adottata) in cui invitava Israele a fermare le attività di insediamento, demolizioni ed espulsioni di palestinesi, compresa Gerusalemme Est, il settore orientale della città annessa allo Stato ebraico. Anche la Camera dei rappresentati ha ribadito la piena solidarietà ai palestinesi invitando a mobilitarsi e ad agire per portare dinanzi alla Corte penale internazionale i leader israeliani responsabili degli eventi. Il Ministero dell’Istruzione tunisino ha lanciato nelle scuole la “Settimana della Palestina” per educare le giovani generazioni alla causa palestinese. L’iniziativa è avvenuta in una scuola di Hamam Chott, sobborgo meridionale della capitale Tunisi. La città di Hamam Chott è un luogo simbolo della diatriba con Israele: viene ricordata per il raid delle forze israeliane il 1°ottobre del 1985 contro la sede dell’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina) che aveva trasferito la propria sede nel paese nordafricano a seguito della guerra del Libano del 1982.

Anche in Marocco, nonostante il processo di normalizzazione avviato con Israele, sono scoppiate proteste ovunque per supportare la causa palestinese. I manifestanti hanno condannato gli attacchi israeliani e hanno protestato contro la decisione del loro paese di normalizzare i legami con lo Stato ebraico. Centinaia di persone si sono radunate davanti al Parlamento nella capitale Rabat, intonando slogan a sostegno dei palestinesi. Hanno anche bruciato bandiere israeliane e condannato “i crimini del governo di Benjamin Netanyahu contro i fratelli di Gaza”.

Il Re Mohammed VI, presidente ad interim del Comitato Al-Quds, ha ordinato la spedizione di 40 tonnellate di aiuti (generi alimentari e medicinali) di emergenza in Cisgiordania e Gaza.  Il Marocco, che pone la causa palestinese al vertice delle sue preoccupazioni, resta fedele alla sua idea di raggiungere la soluzione dei due Stati. Considerata una causa nazionale nel regno, la questione palestinese mobilita la società civile e alcuni partiti politici e islamisti di estrema sinistra contrari al processo di normalizzazione. Il paese marocchino è stato il quarto paese arabo ad annunciare nel 2020 la normalizzazione delle relazioni con Israele, stimolato dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’accordo è stato definito strategico in quanto legato al riconoscimento americano della sovranità marocchina sul territorio conteso del Sahara occidentale.

In Libia, lo scontro tra Est ed Ovest ha caratterizzato anche la questione israelo-palestinese. Secondo molti osservatori, durante il tentativo da parte di Khalifa Haftar di mettere sotto il suo controllo l’intero territorio dell’ex colonia italiana, il feldmaresciallo libico avrebbe instaurato ottime relazioni con Israele per ottenere supporto economico-militare al fine di raggiungere i propri obiettivi. Una relazione creatasi come conseguenza dell’attivismo di Ankara nel Mediterraneo e in particolar modo sul dossier libico, ma anche per ovvi motivi di sicurezza: dalla caduta di Gheddafi, molte sono state le segnalazioni di contrabbando di armi che dalla Libia arrivavano nella Striscia di Gaza. La relazione tra Israele e l’uomo forte della Cirenaica non è mai stata confermata dai diretti interessati, soprattutto per la reazione che questa avrebbe potuto scaturire tra i libici. Ritornando agli episodi delle ultime settimane, il capo dell’Alto Consiglio di Stato libico, Khaled Al-Mishri, ha ribadito il sostegno della Libia, con tutte le loro componenti politiche, al popolo palestinese. Anche il capo del Consiglio presidenziale, Muhammad al-Menfi, ha confermato il sostegno illimitato ai palestinesi fino a quando non stabiliranno il loro Stato, con Al-Quds Al-Sharif come capitale. Condanna arrivata anche dalla discussa Najla Al-Mangoush, Ministro degli Affari esteri del governo di Tripoli, che ha sottolineato la posizione della Libia contro “l’aggressione delle brutali forze di occupazione nei confronti del popolo palestinese”. Inoltre, più di 90 membri della Camera dei rappresentanti hanno chiesto al governo di lanciare una campagna ufficiale per fornire supporto a Gaza: la dichiarazione ha esortato il Ministero degli Esteri a comunicare con gli Stati arabi e islamici e ad assumere una posizione decisa per “fermare le attività di insediamento e l’aggressione alle terre palestinesi”. I parlamentari hanno denunciato il “brutale attacco al popolo amico e l’incapacità del mondo arabo e islamico di proteggerlo”, considerando anomalo anche il progetto di normalizzazione attivato da alcuni paesi. Persone di ogni ceto sociale si sono riunite nella Piazza dei Martiri a Tripoli per mostrare il loro sostegno ai palestinesi. La protesta è stata segnata da una grande affluenza di giovani a dimostrazione del fatto che, nonostante i lunghi anni di occupazione israeliana, la causa rimane viva anche nella nuova generazione. Altresì, la Libia, attraverso il suo rappresentante presso le Nazioni Unite, Taher al-Sunni, ha partecipato al gruppo arabo all’interno dell’organizzazione internazionale per sostenere la Palestina. Al-Sunni ha affermato la chiara posizione della Libia contro tutte le violazioni commesse contro città e luoghi santi palestinesi e contro la giustizia della loro causa.

Per capire, invece, perché l’Algeria è così fermamente contraria alla normalizzazione dei legami con Israele, dobbiamo considerare la sanguinosa guerra d’indipendenza dell’ex colonia francese. Questa esperienza di lotta contro il dominio coloniale conserva uno status speciale non solo nella psiche algerina, ma anche nella coscienza collettiva di quasi tutti i paesi arabi musulmani. È difficile misurare quanto questo capitolo della storia del paese nordafricano modelli l’identità e le prospettive algerine sulla causa palestinese.  Gli algerini credono di servire da modello per le persone nel Sud del mondo che lottano contro il potere occidentale e che nel corso della storia hanno lottato contro il colonialismo e l’imperialismo. Non c’è dubbio che quando il Presidente algerino, Abdelmadjid Tebboune, ha definito qualche tempo fa “sacra” la causa palestinese, stava veramente parlando a nome del suo popolo. La storia in qualche modo eccezionale del paese rende la resistenza contro le potenze coloniali una narrazione cruciale per lo Stato. Nel 1988, quando la Palestina dichiarò la sua indipendenza, l’Algeria fu il primo paese al mondo a riconoscere ufficialmente la sua statualità. Questa decisione ha ulteriormente contribuito alla profondità delle relazioni algerino-palestinesi. Anche quando altri Stati arabi – in particolare quelli che hanno firmato gli accordi di Abramo lo scorso anno – hanno accantonato i loro impegni panarabi per la lotta palestinese, l’Algeria ha sostenuto la causa. In Algeria, come anche nel paese limitrofo tunisino, era stato proposto un disegno di legge che vieta la promozione della normalizzazione dei legami con Israele, ma ad oggi non è stato ancora approvato.

Al di là del sostegno umano e politico ai palestinesi e dei tentativi di mediazione nel conflitto, la maggior parte degli Stati del Nord Africa e dell’intera area mediorientale sembra non avere mezzi praticabili per intervenire al fine di risolvere la questione. È improbabile che quei paesi che oggi hanno relazioni con Israele le recidano, abbandonando i propri interessi strategici e commerciali. Il sostegno alla questione palestinese è profondamente radicato in tutti i paesi arabi e nel loro popolo, ma l’azione dei governi di questi paesi è condizionata da fattori economici e di sicurezza. La questione palestinese suscita passioni. Lo ha fatto in passato e lo farà sempre. È una delle ultime questioni rimaste in grado di raccogliere un sostegno ampio e genuino al di là dei confini arabi. Questo è il motivo per cui la comunicazione deve essere gestita con attenzione dai governi arabi. La solidarietà transnazionale – sia sotto forma di panarabismo che di islamismo – è una minaccia. Non può essere facilmente controllata. Per i vari regimi, quindi, il riemergere di sentimenti di solidarietà nei confronti dei palestinesi è un problema.

La natura del sostegno dei paesi arabi si è frammentata. Questo cambiamento riflette la frammentazione più generale che affligge la regione dalle rivolte del 2011. In quegli Stati convalescenti dalle Primavere arabe, una conseguente prioritarizzazione della sicurezza interna e delle preoccupazioni economiche, così come le controversie intra-arabe che continuano a sobbollire o ad intensificarsi, hanno preso il sopravvento a scapito della causa palestinese. Tuttavia, bisogna stare attenti a interpretare la natura del sostegno arabo ai palestinesi come declinante. Molti paesi hanno continuato a sostenere apertamente e generosamente i palestinesi, finanziariamente e politicamente, a partire dal Qatar. Tra i paesi nordafricani, ad esempio, la Tunisia, dove la costituzione del 2014 ha sancito la dedizione della popolazione alla causa palestinese, e dove la volontà è quella di adottare una legge che criminalizza i legami con lo Stato ebraico. Il sostegno arabo ai palestinesi potrebbe non venire più dai forum tradizionali come la Lega araba e in maniera compatta come negli anni passati, ma il supporto rimane se si sa dove cercarlo.

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