Il mondo in 60 righe – un paese fortemente euroasiatico

Pochi paesi al mondo come il Kazakistan sembrano, almeno a prima vista, rispondere meno alla massima napoleonica per cui la politica di un paese sarebbe nella sua geografia. Ancora pochi anni fa, infatti, nulla sembrava predisporre questo immenso territorio così scarsamente antropizzato, la cui popolazione totale si aggira sui 16 milioni, a diventare uno soggetto politico internazionale di notevole importanza, come è invece accaduto in questo inizio di secolo.

Il mondo in 60 righe – un paese fortemente euroasiatico - Geopolitica.info

Repubblica dell’Urss diventata, per iniziativa altrui e sostanzialmente controvoglia, indipendente nel 1991, il Kazakistan è quel che si dice un “paese transcontinentale”, che condivide con la sola Russia la caratteristica di avere una considerevole parte del proprio territorio nell’Europa geografica e al tempo stesso di confinare con la Cina. Cosa che sfugge spesso a coloro che lo considerano erroneamente un paese dell’Asia Centrale, il 13,63 % della sua superficie – 370.373 kilometri quadrati (1,2 volte l’Italia) – fa geograficamente parte del’Europa, su un totale complessivo di 2.717.300 (nove volte l’Italia). Il resto fa parte dell’Asia, dove vive circa il 90 % della sua popolazione.

La popolazione ha carattere culturalmente ed etnicamente misto, euro-asiatico. Anche se dopo il periodo sovietico, in cui i Kazaki – di etnia turco-mongola – erano ridotti a minoranza nel loro paese, la componente etnicamente europea non è più predominante (circa due milioni di Russi, Ucraini e Tedeschi hanno abbandonato il paese, e i Kazaki sono tornati, dopo molti decenni, ad essere in maggioranza) il fortissimo imprint linguistico, culturale e politico russo-sovietico rimane evidente.

All’inizio di Gennaio del 2008, i Kazaki etnici costituivano il 59 percento del totale, ed i Russi (circa 4 milioni) il 25 percento. Ma va aggiunto che del restante 16 percento, quasi la metà (il 7 percento) appartiene a nazionalità che sono anch’esse presenti nella Federazione Russa. Il resto è composto di minoranze, come gli Uiguri, condivise con la Cina e/o con le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale.

I settant’anni del regime sovietico ha lasciato un’eredita incancellabile, tanto nell’economia del Kazakistan, quanto in una élite dalla doppia identità sovietico-kazaka, che non ha rinunciato all’idea della modernizzazione e del progresso sociale ed economico

Il sistema sovietico aveva fatto nascere e crescere, in molte personalità non russe che avevano fatto carriera nei ranghi del partito e della società, e che spesso avevano fatto studi tecnici ed esperienze nel mondo produttivo, il senso di una doppia appartenenza, quella alla superpotenza imperiale, quale mai avrebbe potuto essere la loro piccola patria, e quella alla causa della modernizzazione e del progresso della etnia di appartenenza.

Dopo i cambiamenti del ventennio successivo all’indipendenza, l’eredità culturale sovietica rimane un importante collante nazionale, anche se la situazione demografico-culturale non appare ancora stabilizzata. Così, il fatto che al censimento del 2009 i Kazaki – secondo l’Agenzia Statale delle Statistiche – fossero passati al 63,1 percento e i Russi al 23,7% (cui va aggiunto un altro 2,1 % di Ucraini, che agli occhi dei Kazaki appaiono molto simili ai Russi) starebbe a significare in una certa misura la maggiore dinamica demografica naturale degli autoctoni, spiegabile col fatto che, dopo l’esodo che ha fatto seguito alla rottura dell’Urss, una quota non trascurabile dei Russi rimasti è costituita da anziani. Ma questa riduzione della percentuale degli Slavi nella popolazione è dovuta anche ad un ulteriore significativo esodo, verificatosi nei due anni immediatamente precedenti il censimento, in cui l’andamento – negli anni precedenti assai favorevole – dell’economia kazaka ha conosciuto una brusca battuta d’arresto, a causa dell’andamento del mercato degli idrocarburi, che costituiscono la principale esportazione del paese.

Tenendo conto dei dati emersi nel Censimento del 2009 e delle tendenze osservate, si calcola che la popolazione del Kazakistan ascendeva a 16.372 di anime al 1 Ottobre 2010. Di questi, 8.662.400 vivevano in centri urbani, e 7.347.200 in aree rurali. rispettivamente 54,1% e 45,9%. E’ interessante notare che, rispetto al 1999, la popolazione rurale è aumentata del 12,6 % e quella urbana, solo del 2.4%.

Una natura più forte dell’uomo

Paese continentale come pochi altri, il Kazakistan ha accesso ad acque non interne solo sul Mar Caspio, che a sua volta è un mare chiuso, totalmente appropriato dai paesi rivieraschi, e oggetto di non poche dispute. Il territorio kazako si trova insomma al cuore della landmass euroasiatica, è estremamente arido ed è coperto dalla steppa in tutta la sua parte centrale, per un’ampiezza, in direzione est ovest di più di 2.200 km. Si tratta della più grande regione di steppa arida esistente sul Pianeta, con una superficie di circa 805 mila chilometri quadrati. Dall’estremità meridionale dei Monti Urali, che sono la tradizionale linea di demarcazione tra Europa e Asia, dalla zona orientale della depressione del Mar Caspio e dal nord di quel che resta del lago d’Aral, la steppa del Kazakistan si stende fino ai monti Altai. A causa della lontananza dal mare, le precipitazioni sono molto scarse, la steppa ha pochi alberi, ed è costituita da grandi praterie eternamente spazzate dal vento, e da vaste aree sabbiose.

L’ambiente naturale appare quasi dappertutto totalmente ostile e quindi, soprattutto nella parte occidentale della steppa, il Kazakistan è pochissimo popolato, con una media di due-tre persone per chilometro quadrato. Spostandosi verso est attraverso interminabili pianure, la densità di popolazione aumenta molto relativamente, a quattro e poi a sette persone per chilometro quadrato.

La steppa riceve mediamente da 200mm a 400mm di precipitazioni all’anno soprattutto nelle zone settentrionali, dove le basse ondulazioni falciformi del terreno sono spesso orlate di galaverna. Gran parte della steppa ha perciò caratteristiche semi-desertiche, che diventano deserto vero e proprio man mano che si va più a sud. Solo andando verso i confini nord e nord-est si incontra una ecoregione di pinete intervallate da praterie che annuncia le foreste della Siberia occidentale russa. La vita, insomma, è possibile solo sui margini del territorio nazionale.

I sistemi fluviali che toccano il territorio del Kazakistan accentuano questo carattere “centrifugo”, perché si trovano anch’essi tutti ai suoi confini. Attraversando la zona più nord-occidentale del Paese, il fiume Ural – che tradizionalmente segna la frontiera tra Europa ed Asia – si getta nel Mar Caspio in territorio kazako. Nel Sud del Kazakistan, il Sir-Daria – il fiume Oxus che nell’antichità segnava il limes nord dell’Impero di Alessandro Magno – , ormai quasi a secco per le derivazioni destinate ad alimentare la coltura del cotone in Kazakistan e nel confinante Usbekistan, si versa nel Piccolo Aral, poco più che una pozzanghera, un frammento settentrionale di quello che un tempo fu il Lago d’Aral. Ma il fiume nasce nell’estremo oriente dell’Usbekistan, e entra in Kazakistan solo al termine del suo corso, e solo dopo aver attraversato paesi in cui i fabbisogni idrici non fanno che aumentare. Nel Sud Est, il fiume Ili ed altri corsi d’acqua provenienti dal Xinjiang cinese alimentano il Lago Balkash, una specie di pantano immenso ma pochissimo profondo, e la vecchia capitale, Almaty . A nord est, infine, il fiume Irtysh, che viene dalla Mongolia, riceve le acque dell’Ishim e del Tobol, prima di rientrare in Russia e gettarsi nel’Ob, e quindi nel Mar Glaciale Artico. Le zone utili del paese gravitano insomma naturalmente, e quindi anche economicamente, verso i paesi confinanti, in primo luogo la Russia.

Da un punto di vista geografico, nulla – come dicevamo – predestinava il territorio dell’attuale Kazakhistan a formare un’entità statale. Inospitale e disabitato al centro, la parte economicamente e demograficamente più valida si trova alle estreme periferie di un paese che tende a separarle più che a saldarle tra loro, e gravitano anche da un punto di vista economico e politico sui paesi circostanti. Molto più razionale appariva invece l’organizzazione del territorio e la valorizzazione delle sue risorse come marca sud-orientale del sistema imperiale russo-centrico, che per oltre un secolo – prima del 1991 – ha effettivamente determinato lo sviluppo dell’economia, la modernizzazione culturale della popolazione, e un notevole progresso sociale. Il sistema dei forti russi e delle città di guarnigione a nord e sud delle zone desertiche consentiva infatti all’impero sia di controllare la minaccia dei nomadi delle steppe dell’Asia Centrale vera e propria e della Mongolia, sia di interporre un deserto “russo” tra l’impero degli Zar e la spinta militare degli Inglesi che risaliva verso Nord dal subcontinente indiano.

La debolezza dell’individuo

Anche la società kazaka appariva in passato poco adatta alla formazione di uno stato moderno. Con il 26% del territorio totalmente desertico, il 44% sub-desertico, il 6% coperto di foreste, caratterizzate nel Sud e nell’Est da paesaggi di montagna estremamente selvaggi, e il 24% che consiste di steppa battuta dal vento, con scarsissime precipitazioni, escursione termica talora superiore ai settanta gradi tra minime invernali e massime estive, ed in generale un clima estremamente sfavorevole, può sorprendere che, sulla sua immensa superficie, il Kazakistan abbia – all’inizio del ventunesimo secolo – una popolazione così scarsa. Né può sorprendere che il sistema sociale tradizionale del paese fosse quello di un popolo che si era adattato a questo ambiente, che vi svolgeva l’unica attività economica che esso consentiva, e che è rimasta preponderante sino alle grandi trasformazioni introdotte dal regime sovietico: la pastorizia transumante, su terre estremamente povere, e quindi incapaci di sostentare il bestiame per l’intero arco dell’anno. Politicamente, i Kazaki erano dunque nomadi tradizionalmente divisi in tre grandi gruppi, detti Orde (o Zhuz): la Grande Orda, la Media Orda e la Piccola Orda.

Ogni Orda è a sua volta una struttura complessa e ampiamente ramificata, organizzata con una duplice serie di categorie sociali parallele, e – per influenza dei Turchi – parzialmente islamizzata. Ma si tratta di un’islamizzazione molto superficiale, che copre appena le superstizioni dello sciamanismo originario. La popolazione Kazaka si suddivide dal punto di vista religioso, in un 57% Islamico ed un 40% Cristiano. Ma la superficialità dell’islamizzazione e il relegamento della religione sullo sfondo della vita sociale durante il periodo sovietico hanno fatto si che superstizioni tradizionali siano però molto diffuse, anche in ambienti dei Kazaki “modernizzati” e “declanizzati”, come e più di quanto ciò non accada presso i Cinesi.

Di fatto, né l’islàm, una religione universale, , né – come vedremo – la sovietizzazione potevano dare ai kazaki un forte senso di comune identità. E infatti l’Orda aveva un ruolo solo di fronte ad un pericolo esterno: solo la difesa da altri popoli che possono ad ogni istante invade le praterie prive di difese naturali è compito dell’ Orda. Solo sotto un profilo sentimentale le Orde e i clan percepiscono se stessi come parte di un insieme etnico-culturale kazako più vasto.

Ciascuna Orda è divisa in tribù che sono, a loro volta, divise in piccoli clan, famiglie allargate che, con i loro cavalli ed animali da latte e da carne, costituiscono l’unità socio-economica di base. Un unità di base importantissima, dal ruolo assolutamente cruciale, perché in assenza di essa è impossibile tenere in vita il sistema della pastorizia transumante, e non è quindi possibile estrarre dall’ambiente alcuna risorsa alimentare. Insomma, perché al di fuori del gruppo nessun individuo potrebbe sopravvivere.

Ciascun kazako può perciò concepire la propria vita e il proprio destino solo nel quadro della famiglia allargata e del clan. Pena la vita, non possono nella società kazaka esistere devianze, anticonformismi, primati dell’individuo sulla società. Il gruppo, cellula dell’economia di pastorizia transumante, è invece pressoché autosufficiente. E i suoi membri avvertono fieramente di godere collettivamente di una grande e selvaggia libertà. E la “cultura” kazaka è interprete fedele tanto di quella totale ed interiorizzata dipendenza dell’individuo, quanto di questa totale e orgogliosa indipendenza del gruppo, la cui forza sta nel fatto che gli individui che lo compongono sono stretti l’un l’altro come le dita in un pugno, e considerano sacri vincoli familiari (incomprensibili per chi viene dai paesi occidentali: i paesi della “famiglia nucleare”). Secondo le norme del diritto consuetudinario, infatti, ogni kazako dovrebbe conoscere i suoi antenati risalendo per quaranta generazioni.

Il gruppo si rafforza con la esogamia, cioè arricchendosi di sangue diverso attraverso il matrimonio di donne provenienti dall’esterno e – in un ambiente in cui i rischi per la vita sono continui – attuando forme di protezione sociale degli orfani e delle vedove con il cosiddetto “leviratico”, (una norma secondo la quale una vedova viene sposata da un fratello del marito defunto, e che quindi prevede la possibilità della poligamia). Non si può, ovviamente, né scegliere, né cambiare il proprio zhuz. Nessuna visione individualistica è mai stata possibile, e l’appartenenza all’Orda e il rispetto delle sue ancestrali gerarchie è sempre stata vista come la forma naturale della vita. La legge ferrea della natura non consente nessun dissenso nel gruppo, pena la distruzione di tutto l’insieme. Tutto ciò rimane ben presente e saldamente ancorato nella mentalità kazaka, anche dopo i violenti sconvolgimenti determinati da circa un secolo di contatti con la Russia, con il suo espansionismo verso est, e soprattutto con la modernizzazione sovietica.

L’appartenenza agli zhuz, in Kazakistan, è quindi un modo di relazionarsi al mondo esterno e alle regole che esso impone; ma anche un modo di pensare, un modo di interpretare i processi in corso attraverso il prisma della tradizione, incarnata nella genealogia della persona o del gruppo. In epoca sovietica, questo principio tradizionale di interpretare i fenomeni sociali è stata trasformato in un criterio di interpretazione di tutti processi politici. I Kazaki della Grande Orda avevano, per esempio, mitizzato la figura del Primo Segretario del Partito Comunista Kazako (PCK) Dinmukhamed Kunaev. Dato che era un membro della tribù Sty del Grande zhuz, lo vedevano come uno dei “loro”. I Kazaki delle altre zhuz, invece, lo vedevano come un estraneo, appartenente a un gruppo anche un po’ rivale.

La dislocazione della tradizionale società kazaka incominciò all’inizio dell’Ottocento, quando il controllo militare russo sottrasse ai Kazaki una parte del territorio in cui questi allevatori nomadi avevano nei secoli organizzato i loro percorsi di transumanza. Ma il colpo più duro inferto alla società kazaka tradizionale venne nel decennio a cavallo tra i due secoli, quando l’espansione russa verso oriente assunse caratteri che rassomigliano – ma molto alla lontana – a quelli della contemporanea “conquista del West” da parte degli yankees. A partire dal 1880, infatti, e soprattutto dopo la fallita rivoluzione del 1905 – quando il Governo di Petr Stolypin tentò di salvare il regime zarista con una tardiva riforma agraria – più di mezzo milione di contadini russi vennero spostati verso il Kazakistan settentrionale e nordorientale.

Se gli Indiani d’America non ebbero scampo, la sorte delle tribù delle praterie kazake fu meno tragica. Scacciati dalle loro terre, e in parte, specie a partire dal 1914, arruolati di forza nell’esercito russo, molti Kazaki si ritirarono combattendo verso la Cina e la Mongolia. La resistenza si accentuò, ovviamente con il crollo militare della Russia e del regime zarista. Nel 1917, si formarono così un esercito kazako e un’embrionale entità politica indipendente, la Orda Alash (dal nome del mitico capostipite dei Kazaki), che fino al 1920 combatté con gli eserciti anti-bolscevici nella Guerra civile che aveva fatto seguito alla rivoluzione d’Ottobre.

I kazaki hanno avuto estrema difficoltà culturale ad adattarsi alle trasformazioni introdotte dai Russi sulle loro terre. Oggi la gran parte dei Kazaki sono filo-russi ed ammirano i loro ex-colonizzatori come un popolo capace di sfidare e dominare l’ambiente naturale e come una grande forza di modernizzazione e di occidentalizzazione. Ma al momento del loro incontro con i nuovo venuti, e sino a tutti gli anni settanta del secolo scorso, non è stato così, perché l’arrivo dei russi ha portato ad un drammatico restringimento di quelle che i Kazaki vedevano come le loro libertà.

La colonizzazione agricola delle steppe euroasiatiche, infatti, era – e rimane tuttora –possibile solo se preceduta dalla costruzione, e poi accompagnata dalla ininterrotta manutenzione, di grandi sistemi di irrigazione, così grandi e complessi che essi debbono essere gestiti in maniera centralizzata da una burocrazia tecnica. Né il singolo colono, né il gruppo familiare allargato ha alcuna autonomia. Essi – funzionali ad un progetto collettivo da cui dipendono totalmente – non sono più che “numeri”, per usare l’espressione con cui Lee Kwan Yaw, leader paternalista, e costruttore della ricchezza, di Singapore, nonché teorizzatore dei “valori asiatici”, chiama gli abitanti di questa linda e disciplinatissima città-Stato. La selvaggia indipendenza di cui godevano i clan kazaki sottomessi alle sole leggi della natura è andata così perduta una volta che la natura stessa del loro paese è stata sottomessa alla volontà di un soggetto politico che si vantava della propria capacità di trasformare il pianeta.

Questo conflitto culturale raggiunse ovviamente il suo massimo nella fase sovietica della colonizzazione del Kazakistan, una fase di russificazione del territorio che coincise con la creazione delle fattorie collettive in tutta l’Urss e con la lotta – voluta da Stalin – contro il modo di vita nomadico-pastorale. Due grandiosi progetti, a Sud la deviazione del Sir-Darya (e dell’Amu-Darya nel confinante Usbekistan) per sviluppare la coltura del cotone, e a Nord lo sviluppo delle terre vergini hanno confermato questa logica sino a tempi molto recenti. Ma i Kazaki, cui all’epoca di Stalin era stato imposto di entrare con i loro animali nelle fattorie collettive, preferirono sgozzare le bestie e lasciarsi morire di fame o, ancora, tentare di fuggire verso il Sinkiang cinese. Si giunse così, nel 1936, alla proclamazione di una Repubblica Sovietica del Kazakistan, con capitale Alma Ata (l’attuale Almaty), una città di guarnigione russa posta ai confini con la Cina. Il numero di morti si valuta in due milioni, circa un quarto della popolazione etnicamente kazaka.

Il secolare contatto con i Russi ha peraltro avuto un ulteriore effetto di frammentazione sociale, perché ha sortito effetti diversi sulle varie componenti del popolo kazako, a seconda della loro collocazione geografica. Dato che la Piccola Orda controllava il Kazakistan occidentale e la Media Orda aveva i suoi percorsi di transumanza in quello che oggi è Kazakistan settentrionale ed orientale, questi gruppi hanno subìto l’influenza russa prima della Grande Orda, nel periodo pre-sovietico, quando la politica coloniale di San Pietroburgo tendeva a stabilire una sorta di indirect rule, analoga a quella inglese in India. I nobili tradizionali di queste due Orde sono perciò riusciti a mantenere molti dei loro privilegi e a mandare i loro figli in scuole russe. Da questa “seconda generazione” di Kazaki russificati sono nati i primi nazionalisti del Kazakistan; su di essa si è perciò abbattuta, durante le purghe degli anni 30, tutta la violenza repressiva di Stalin, deciso a sradicare l’intellighenzia conservatrice.

La mentalità e il modo di vedere dei Kazaki (soprattutto di quelli della Piccola e della Media Orda) poté sopravvivere abbastanza facilmente al dominio zarista, formalizzato con l’Atto del 1731, e sostanziato di un forte flusso migratorio di popolazione slava che, pur avendo rotto l’unità etnica del paese, diede vita ad una economia a due settori – uno moderno, russo, e uno tradizionale, kazako – tra loro scarsamente comunicanti. Quella che ha causato drammatici cambiamenti è stata invece la Rivoluzione del 1917, poco dopo la quale prese il via non solo un processo di industrializzazione e di urbanizzazione, ma anche di sedentarizzazione dei Kazaki, coinvolti nella creazione dei kolkoz, le fattorie collettive, e poi nell’industrializzazione del Nord est del paese.

La Grande Orda, dominante nel lontanissimo Sud e Sud Ovest dell’attuale Kazakistan, non è infatti entrata che molto più tardi sotto l’influenza russa, quando già si era nel periodo sovietico. Ma questo punto, il colonialismo di Mosca aveva cambiato natura, diventando più simile a quello francese post-rivoluzionario. Nel 1830, infatti, Parigi – che aveva perduto tutto il suo impero americano durante l’avventura napoleonica – iniziò con l’occupazione dell’Algeria una fase di acquisizione di territori oltremare che non poteva essere presentata se non come una mission civilisatrice, eversiva delle società tradizionali ed esportatrice dei diritti dell’uomo.

Analogamente, il regime sovietico mise da parte le élite della società tradizionale, che stavano esprimendo una generazione di nazionalisti, ed assunse in peino il proprio congeniale compito di esportare in Asia i principi egalitari del socialismo. Fu per questo che, tra i Kazaki della Grande Orda, che prima del contatto con i sovietici non avevano ancora idea di cosa fossero la politica e le ideologie moderne, pochissimi reagirono al contatto con i Russi diventando nazionalisti, mentre quelli che si lasciarono implicare nella sono diventati socialisti anziché nazionalisti. A sua volta, ciò ha fatto sì che la Grande Orda diventasse politicamente dominante e fedele alleata di Mosca nel periodo sovietico, e ciò spiega anche perché, quando il Kazakistan è diventata una delle 15 Repubbliche dell’Urss, la capitale sia stata trasferita dalla città di Orenburg (che si trovava nel territorio della Piccola Orda, e che ora è addirittura rimasta nella Federazione Russa) ad Almaty (in Russo, Alma Ata), dove i clan della Grande Orda portavano le loro bestie a passare l’inverno.

E spiega anche perché sia stata la Grande Orda a trovarsi ad ereditare il potere quando l’Urss si è dissolta. Sia Kunayev, il corrotto e riluttante segretario del PC kazako destituito da Gorbachev, sia Nazarbayev – il primo e sinora unico Presidente del Kazakistan indipendente – appartengono a clan della Grande Orda.

Ovviamente, questi aspetti “politici” della cultura tradizionale kazaka, gli aspetti legati alla solidarietà di clan, sono usciti rafforzati dalla perdita di forza, se non dal crollo, del comunismo come ideologia e, come vedremo, sono andati crescendo di rilevanza dopo l’indipendenza.