il mondo in 60 righe – oh! I bei tempi di Rockfeller

Il 2013 si avvia – sembra – a conclusione con disordini di piazza, piuttosto spontanei che hanno preso di sorpresa la classe politica, e che in molte città italiane, soprattutto a Torino, hanno caratterizzato il periodo prenatalizio, turbandone l’atmosfera “orientata alla famiglia” e al disinteresse per vita collettiva.

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Si tratta forse di una semplice manifestazione di malumore, su cui ha certamente influito la mirata brutalità con cui la mannaia fiscale si è abbattuta sulle tredicesime, e si accanisce contro chiunque abbia un tetto sotto cui far dormire la propria famiglia. O forse no. Non è escluso che si tratti di un primo sintomo di una protesta – prima o poi inevitabile – di fronte alla continua degradazione della situazione economica dell’Italia, la cui urgenza sembra sfuggire ai partiti e ai cosiddetti “leaders”, che continuano invece a celebrare i loro riti come se nulla fosse. Il tutto in un quadro internazionale che non appare peraltro per nulla incoraggiante, specie per quel che riguarda gli squilibri tra ricchi e poveri, difficili da accettare sia sul piano economico che su quello etico.

L’ondata di scandali iniziata a metà del 2007, e che ha investito l’ambiente delle grandi aziende in tutti i paesi anglosassoni, specie nel campo della finanza e della banca, non sembra ancor oggi voler diminuire di intensità. E pone un evidente problema di credibilità dei vertici di quel mondo rispetto ai risparmiatori, così come un problema di ordine più generale che interessa tutte le imprese: il problema di come possa sopravvivere, nelle società fortemente terziarizzate, un rapporto di fiducia reciproca e di collaborazione onesta tra management e lavoratori.

Ed è questo – dicevamo – un problema di ordine generale nelle società occidentali, in cui tanto l’occupazione nel settore primario quella in campo manifatturiero-industriale sono ormai nettamente minoritarie. E ciò non solo perche gli scandali si producono anche al di fuori del mondo della banca e della finanza, ma anche perché gli ambienti della finanza hanno acquisito nell’economia e nella società un ruolo ancor più preponderante di quanto non indichino i dati sull’occupazione.

Ciò è stato  sottolineato da Paul Krugman in maniera estremamente efficace con un semplice confronto. Prendiamo – ha scritto qualche tempo fa l’economista americano – il reddito ottenuto nel 1894 da John D. Rockefeller, l’uomo più ricco d’America nella cosiddetta Gilded Age. l’età dei massimi trionfi del capitalismo liberale, e confrontiamolo con la situazione dela fine del ventesimo secolo. E diciamo subito che in tanto take reddito ci è noto, in quanto nell’anno successivo, 1895, egli ha dovuto pagare le tasse.

Ma fu quella l’ultima volta che ciò accadde! fu l’ultima volta, perché l’anno successivo, appunto, la Corte Suprema degli Stati Uniti, dichiarò incostituzionale l’imposta sul reddito, dando l’avvio ad un secolo di politiche fiscali che, tra alti e bassi, ci ha portato alla situazione odierna dell’America in cui la tassazione grava sui ceti bassi e medi (questi ultimi, peraltro in via di sparizione).

 Ma torniamo a Rockfeller. In quel fatidico anno egli ha dunque dichiarato profitti sui capitali da lui investiti, principalmente nel settore della raffinazione petrolifera, per d1,25 milioni dollari. E, sempre sulla base delle tasse pagate in nel 1895 da tutti gli Americani, questo ammontare risultava pari a circa 7.000 (settemila) volte il reddito medio pro capite negli Stati Uniti.

Se veniamo all’anno immediatamente precedente l’attuale crisi, cioè al 2006, il quadro è un po’ diverso, o meglio nettamente diverso. Tanto per cominciare i dati dell’Internal Revenue Service sulle tasse pagate dai vari contribuenti non sono – data la disparità delle aliquote e la molteplicità delle esenzioni – in grado di dare un quadro dei redditi relativi. Bisogna affidarsi a stime fatte dalle Istituzioni di ricerca o dalla stampa specializzata.

Bene! Fondandosi sui dati forniti dall’autorevole rivista Alpha Institutional Investor, Krugman ha calcolato che il reddito più alto d’America, nel 2006, è stato quello di un certo, passabilmente sconosciuto, James Simons , che ha portato a casa $ 1,7 miliardi, più di 38.000 trentottomila) volte il reddito dell’Americano medio.

Ora, James Simons non è un industriale, ma uno speculatore, un gestore di hedge funds. E non rappresenta un caso isolato; perché il primato della finanza sull’industria è confermato dal fatto che anche altri due altri gestori di hedge funds hanno in quell’anno incassato più di un miliardo di dollari di profitti, mentre i primi 25 operatori in questo campo hanno realizzato complessivamente altri 14 miliardi dollari di profitti. Ciascuno di essi ha quindi avuto un reddito pari a 16.000 (sedicimila) volte quello dell’Americano medio nello stesso anno.

I miliardari arricchitisi con operazioni speculative come gli hedge fund, o con le vere e proprie operazioni truffaldine consentite dai nuovi strumenti finanziari proliferati come conseguenza diretta della globalizzazione, sono semplicemente esempi estremi di un fenomeno di squilibrio sociale che investe anche gli altri settori produttivi, compresa la pubblica amministrazione.

Anche in questi settori infatti – grazie alle stock options e ad altri messianismi del genere – i redditi deimanagers sono stati completamente staccati dal buon andamento delle imprese che essi dovrebbero gestire nell’interesse dei cosiddetti stockholders, e sn molti casi nell’interesse collettivo della società.

Si tratta di una situazione che diventa ogni giorno più difficilmente tollerabile. In quei sacrari del pensiero manageriale che sono le business school si moltiplicano, ma senza successi veramente visibili, le riflessioni su come – in una tale situazione di disparità – sia possibile motivare i dipendenti, sensibilizzarli all’interesse dell’azienda e spingerli ad un atteggiamento cooperativo. E alcuni studiosi più coraggiosi affrontano addirittura un tema già largamente discusso dai filosofi della Grecia classica, a cominciare da Aristotele e giunti sino a Nicolò Machiavelli, quello del rapporto tra etica e leadership.

Ma la riflessione su questo binomio si impone anche fuori dalle mura delle grandi business schoolsanglosassoni, svizzere ed internazionali, e con un’ampiezza tematica assai più grande. Non s tratta solo di avere un management meno disonesto  a capo delle grandi imprese, ma di riscoprire – e in parte da reinventare – l’etica politica, le virtù che debbono caratterizzare chi possa accedere a posizioni di responsabilità nelle società oggi semiliquefatte nel minestrone della globalizzazione.

Dovunque si elaborano idee sulla società, nelle Università, presso i pochi intellettuali  indipendenti, o addirittura ad Hollywood, si impone oggi come tema che non può sfuggire all’evidenza innegabile rileva da Krugman, e imposta dai fatti con sempre crescente chiarezza. L’evidenza che ogni misura disponibile della distribuzione del reddito mostra che siamo andati di nuovo – e continuiamo ad andare – verso livelli di disuguaglianza (a livello globale come in ciascun paese) che Krugman compara quelli degli anni venti. Cioè dagli anni in cui non a caso nacquero e si consolidarono il regime comunista e quello fascista.