Il mondo in 60 righe – ma chi sostiene l’agenda Monti?

Il governo Monti non avrà risolto tutti i problemi dell’Italia, ed avrà pure tollerato che l’Agenzia delle Entrate facesse la faccia feroce sempre con gli stessi, i contribuenti più poveri e tartassati. Ed avrà pure dimostrato incapacità diplomatica nel caso dei nostri marò che languiscono dimenticati da tutti in un carcere indiano. Insomma, il governo Monti non può essere completamente immune da critiche.

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Eppure Monti, con il suo governo – ma Monti ancor più che il suo governo – piace agli Italiani. E piace perché, anche se in maniera improvvisata e sotto la pressione di avvenimenti gravissimi in campo internazionale, egli ha dato ad una società spaventata e scoraggiata l’indicazione di una via da seguire, quella che nel linguaggio corrente si chiama ormai l’Agenda Monti.

Ancora una volta, nulla è perfetto. E non è una via esente da critiche, l’Agenda Monti. Non è frutto di un approccio nuovo e rivoluzionario in campo economico e amministrativo. E non è neanche tanto differente da impegni e da misure che già erano stati tentati da Tremonti, e che erano esplicitamente richiesti dalle autorità europee.

Insomma, come tutte le strategie serie nel difficile campo della gestione della cosa pubblica, l’Agenda Monti è frutto dell’arte del possibile. E non a caso ha ottenuto persino l’approvazione del Cardinal Bagnasco, che ha invitato l’irrequieto mondo della politica a non bruciare “alcun ponte dietro di se”: un’espressione che tutti hanno interpretato come un invito a un governo Monti bis dopo le elezioni che si terranno alla loro naturale scadenza.

Il consenso delle vittime

L’Agenda Monti è semplicemente dettata dal buon senso, ed è figlia – per ora – della necessità impellente di salvare l’Italia da una fallimento che – diciamolo chiaramente – la struttura economica e sociale della Nazione, assai migliore della casta politica, non avrebbero meritato. E come tale, non ha potuto ancora aggiungere alla lunga lista dei problemi da affrontare la questione che, a più lungo termine, è invece essenziale. E cioè la questione se – una volta evitato un catastrofico naufragio “a caldo” dell’Euro, cioè un naufragio in condizioni in cui sull’Italia verrebbero fatti ricadere sia la presunta responsabilità che la maggior parte del costo – non convenga una riflessione “a freddo” sull’intero progetto della moneta unica. Anche a rischio – come Monti ha già dato segno di saper fare – di andare contro gli interessi e i privilegi tedeschi tanti gelosamente tutelati dalla Signora Merkel.

Né quella larga parte della pubblica opinione che sostiene l’Agenda Monti può vantare di essere un’eroica ed illuminata avanguardia, che brillerebbe per passione civile, e si distinguerebbe così in un paese di ciechi meschinamente attaccati ai loro risparmi. No. Non è così. Anche se a prima vista proprio così sembrerebbe, perché, presso i cittadini che non traggono alcun profitto dalla politica, l’Agenda Monti piace – caso veramente straordinario – soprattutto a coloro che dalla sua appena iniziata applicazione sono stati più dolosamente colpiti.

Ma non si tratta di eroi; si tratta di persone dal doloroso buon senso. Se le cose stanno così è perché la parte dell’opinione pubblica che sostiene Monti è quella che ha sempre pagato le tasse, anche perché priva degli strumenti tecnici per evaderle; che sa che, nel caso di un’uscita catastrofica dell’Italia dall’Euro sarà ancora lei a pagare il conto: e che spera che finalmente l’Agenzia delle Entrate sia costretta a prendere nel mirino anche il proprietario della pizzeria sotto casa, il cinese del cui negozio non ha mai capito l’attività, ed il dentista che abita all’attico. C’è certo un’aspirazione a vedere realizzato un minimo di giustizia nel sostegno che i più tartassati portano all’Agenda Monti. Ma c’è anche la speranza che grazie ad essa lo Stato mantenga le risorse necessarie a pagare le pensioni e la Sanità pubblica.

E magari la speranza che – come ha osato ipotizzare il Corriere della Sera, e come è parso per un momento di poter sperare – vengano aboliti non solo le Province, ma anche quegli inutili centri di ladrocinio e di pura distruzione di ricchezza che agli occhi di tutti sono negli ultimi tempi apparse essere le amministrazioni regionali.

L’Agenda Monti – anzi un’Agenda Monti “accresciuta”, da completare con più ambiziosi obiettivi – gode insomma di un largo e ragionato consenso, un consenso maggioritario e più che maggioritario, nell’opinione pubblica. Anche perché con l’avvento a Palazzo Chigi – per un’imposizione da parte del Presidente della Repubblica – dell’uomo che all’Agenda conferisce il nome, sono un po’ diminuiti le beffe e gli insulti con cui, da parte dei cosiddetti “partners comunitari” venivano accompagnati i danni che essi disonestamente ci facevano, e ci fanno, quotidianamente subire in sede UE. E che i potenti della finanza e del mondo bancario moltiplicano, trattandoci in campo economico finanziario internazionale come sell’Italia fosse una specie della Spagna, che è invece un paese in disfacimento, e che non ha ancora risolto i problemi sociali “sospesi” dall’insurrezione militare del 1936.

Un’agenda da completare

L’avvento di Monti ha posto termine a questa umiliante situazione. E ciò non dispiace agli Italiani. Perché è vero che questi – non è una novità – non sono molto patriottici. Ma ciò non significa che fossero disposti ad accettare l’aperto disprezzo per l’Italia e gli Italiani che accompagnava il vero e proprio linciaggio internazionale cui è stato sottoposto Silvio Berlusconi, talora per aver fatto troppo lo spiritoso ed irresponsabilmente prestato il fianco ai suoi nemici, ma più spesso perché l’ENI aveva osato ottenere il Progetto South Stream e perché in Libia le imprese italiane avevano troppo successo.

Monti e la sua”Agenda” godono dunque del consenso degli Italiani. E ciò significa che, in un paese in cui le decisioni politiche venissero prese dalla maggioranza degli elettori, toccherebbe a lui, dopo la regolare scadenza elettorale, tornare a Palazzo Chigi e scegliere, col consenso del Presidente Giorgio Napolitano, i nuovi Ministri, tra personalità elette nei due rami del Parlamento, o anche o non elette.

Ciò, nel caso dell’Italia odierna, presenta però una difficoltà non piccola. Perché, una volta entrata nella cabina elettorale, la maggioranza che sostiene l’Agenda Monti rischia di non trovare – o almeno non troverebbe oggi – il modo di esprimere questo consenso. Indipendentemente dalla legge elettorale – che sia quella immonda oggi in vigore, o un’altra – non c’è infatti nello spettro dei partiti quello di cui questa maggioranza andrà alla ricerca: il partito, o il movimento, che sostiene l’Agenda Monti.

Esiste – si – un gruppo di circa quindici personalità provenienti dal PD che a suo favore si sono esplicitamente pronunciate per iscritto, e che hanno di recente riaffermato questo impegno in una manifestazione pubblica che ha visto un certo ampliamento delle adesioni. Ma non è un gruppo abbastanza numeroso per pesare nella “casta” politica, e non è per niente sicuro che l’elettore troverà sulla scheda un simbolo che si riferisca inequivocabilmente ad essi. D’altro canto, ancor meno chiaro è come dovrebbe votare chi voglia dare consenso e forza a quegli elementi che, provenendo dal centro-destra, intendono onestamente sostenere l’Agenda Monti. Per questi, si fa per ora un solo nome, quello dell’ex-Ministro Frattini.

Questi però usa come fossero sinonimi le espressioni “Agenda Monti”, “Agenda per l’Europa” ed addirittura “Agenda Europea”. Ebbene, come è facile intuire, non si tratta della stessa cosa. Identificare l’Agenda Monti con una linea politica “eterodiretta” da Bruxelles – e in definitiva da Berlino – significa renderla molto meno flessibile ed audace di quanto essa può essere, e dare per accettabile il profilo di un’Italia assai più remissiva alle prepotenze e all’arroganza altrui di quanto a nessun paese può convenire di essere. Significa, in altre parole, dimenticare che la popolarità di Mario Monti è in gran parte dovuta all’aver posto termine al burlesque, ed all’averci fatto ritrovare un minimo di dignità internazionale.

Per di più, negli strati meglio informati dell’opinione pubblica, è presente e vivo il ricordo dell’audacia con cui il Commissario Europeo Mario Monti osò in passato sfidare poteri economici mondiali che è assai pericoloso, nel senso letterale del termine, avere contro di se. E pensare che l’Agenda Monti possa essere la stessa che sarebbe seguita da un qualche Plenipotenziario nominato da Bruxelles, significa non tenere conto che, nel futuro delle relazioni tra i partners dell’Eurozona, sono inevitabili ed imminenti scontri assai duri, che richiederanno da parte dell’Italia altrettanto coraggio e fermezza di quella mostrata in passato dal Commissario alla Concorrenza.

Tra i simboli che l’elettore favorevole all’Agenda Monti troverà sulla scheda c’è poi quello di un partito – l’UDC – che in questi ultimi tempi ha provato, con varie capriole, a posizionarsi per tentare di raccogliere il consenso di questa larga fascia di elettorato. Ma più che all’Agenda Monti – a quanto il governo tecnico ha già fatto o messo in cantiere, e a quanto sa di dover fare nel prossimo futuro – questa forrza, erede della Democrazia Cristiana, pensa ad un GovernoMonti 2, non più tecnico, ma politico, in cui spera di inserire i propri uomini.Un’operazione intelligente, perché in politica ogni cambiamento – anche un cambiamento piuttosto radicale,  quale sarebbe passaggio dal mondo del Trota e di Fiorito a quello di Mario Monti – deve inevitabilmente passare attraverso strutture che facciano da passerella tra il vecchio e il nuovo.

A condizione naturalmente che si tratti di una passerella leggera, e non di un ponte che rischia ad ogni momento di crollare sotto il peso di strutture decrepite e di vecchie cariatidi in cerca di un ennesimo riciclaggio. Perché quella della UDC è infatti un’operazione che – almeno per ora – sembra suscitare principalmente quello che gli Americani chiamano un “effetto band wagon”. Sembra cioè raccogliere soprattutto i tentativi di arrembaggio di ambizioni politiche ripetutamente frustrate, e di molti personaggi della vecchia politica ormai senza fissa dimora, e soprattutto senza seguito né voti. E’ perciò assai probabile che Monti tenterà di non lasciarsi identificare con questa composita armata.

Largo ai giovani ?

C’è infine, ancora una volta in provenienza da quella “nebulosa” che gravita attorno al PD, un’iniziativa – quella del Sindaco di Firenze Matteo Renzi – che sembra sposare a fastidiosi toni “giovanilisti” una sostanziale adesione alle grandi linee dell’Agenda Monti. Ed è questa iniziativa – per aver sfidato alle primarie il segretario del PD e quindi aver messo in gioco addirittura la premiership – il fenomeno più interessante, anche se, per il momento, quello meno definito. La dinamica innescata dal Sindaco di Firenze può rivelarsi risolutiva. Ma non perché metta “giovani” contro “vecchi”.

Si può infatti sorridere sullo slogan stantio del “largo ai giovani”,  al termine di una ventennale fase politica in cui – tra figli, nipoti, veline e igieniste dentali – e non è stato il numero dei “giovani” a far difetto, ma la loro qualità. Cioè al termine di una fase politica ventennale (e per i “vecchi partiti” molto più lunga) in cui i giovani sono stati selezionati ed ammessi nella casta politica sulla base del principio che fossero incapaci di fare ombra ai pochi manovratori, quegli stessi che alla fine si sono garantiti con il cosiddetto porcellum”. Ed infatti, lo slogan del “largo ai giovani” rischia di essere altrettanto catastrofico quanto è stato, vent’anni, fa la cosiddetta “apertura alla società civile”. Tanto più se si tien conto del fatto che una situazione di generale umiliazione, che si sarebbe altrimenti trascinata chi sa per quanto, e con quali effetti, è stata salvata da un’iniziativa di Giorgio Napolitano. il quale è – purtroppo – meno giovane di quanto sarebbe storicamente opportuno per l’Italia.

Il fenomeno Renzi va però preso in attenta considerazione. Ponendo la propria candidatura a leader del partito cui molti attribuiscono la possibilità di uscire primo alle prossime elezioni, e mettendo l’accento sull’Agenda Monti, cioè sugli aspetti programmatici, Renzi spariglia infatti le carte della complessa strategia di Bersani, che prevede due fasi. Dapprima una fase tendente a ottenere consensi, e un eventuale premio di maggioranza, tramite un’alleanza con Ventola. E poi una seconda fase, di alleanze finalizzate a governare, con Casini e con chi sa chi altro.

Ovviamente, se per differenziarsi dalla linea Bersani-Vendola, il Sindaco di Firenze si schiera tra i sostenitori dell’Agenda Monti, la sua candidatura a premier finisce per essere una mossa sostanzialmente contraddittoria. Ci vuole infatti  una certa audacia per assumere che questa “Agenda” possa già da domani essere portata avanti anche da una persona diversa dall’ex Commissario Europeo alla Concorrenza,.

L’Agendo Monti avrà ancora bisogno , per un periodo difficile da determinare, dell’uomo da cui prende il nome. E ciò non solo all’interno dell’Italia, ma anche e soprattutto a livello internazionale. Dove, ci sia consentito dirlo, Monti conquista per l’Italia e gli Italiani un rispetto ed una considerazione che pochi altri riuscirebbero a strappare.