Il mondo in 60 righe – la Storia e il presente

Per aver ricordato l’europeismo di De Gasperi in contrapposizione agli entusiasmi mediterranei di Fanfani sono stato accusato, in un recente ed importante incontro italo-russo, di conoscere troppo a fondo la storia del mio paese.

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E anche se non mi pare un’accusa veramente infamante, ho dovuto ammettere che – di fronte all’ignoranza beota in cui la crisi del sistema universitario ha precipitato gli Italiani, e al carattere quasi bestiale di buona parte della classe politica – ci sono delle occasioni in cui mi sento come un marziano. O meglio, come quei personaggi dei racconti di fantascienza che, perduti nella dimensione spazio temporale, ritornano sulla Terra quattro cinque secoli dopo il loro tempo. E in qualche caso prima di esso: cosa che li mette in una condizione ancora più frustrante, quella di prevedere il futuro cui tutti invece corrono ciecamente incontro. 

Ma questa della consapevolezza della storia della mia gente deve essere una malattia inguaribile, contro cui non dispongo neppure di palliativi, dato che non bevo e non faccio uso di droghe. Ed è così che date prive di ogni significato per la maggior parte degli Italiani mi ricordano eventi lontani ma ancora importantissimi, nomi e fatti di cui probabilmente solo il Senatore Andreotti (cui non posso non inviare un affettuoso augurio, dopo il piccolo malore che lo ha colpito qualche giorno fa) ricorda con vivacità e precisione tutti i dettagli.
Il luogo comune della “Legge truffa”.

Ed è così anche per questo mese di Maggio 2012, in cui ricorre il sessantesimo anniversario della decisione di dare all’Italia una legge elettorale maggioritaria, quella che i Comunisti riuscirono a bollare come “legge truffa”, e che – assai diversi, come erano nel male e nel bene, dai loro odierni eredi – presero a pretesto per dare l’assalto fisico al Senato. L’attacco fallì, anche se il Presidente, l’anziani ed eroico Meuccio Ruini, rimase ferito alla testa da una pesante tavola di legno e morì l’anno dopo. 

Ma l’effetto di falsificazione rimase, tanto che ancora oggi il nomignolo allora attribuito alla legge viene usato. E soprattutto la giovane democrazia italiana ne fu indebolita, tanto da consentire, alle elezioni del 1953, una forte affermazione delle destre, che erano anch’esse – a quei tempi – assai diverse da quelle di oggi. 

L’evento fu dunque assai importante, ma nessuno degli improvvisati “politologi” che pontificano sui quotidiani nazionali sembra ricordarsene. Così come pochi ricordano il ruolo che ebbe De Gasperi – con Adenauer e Schuman – nella creazione dell’Europa. Come pochi si ricordano di Pio XII (se non per denunciarne il preteso antisemitismo), e del ruolo che ebbero i Cattolici, pur nel provincialismo dell’epoca, nel tentativo di costruire un’Italia nuova, e non semplicemente di distruggere anche la memoria di quella risorgimentale e prefascista.
E’ per questo che, pubblicato da una piccola casa editrice, un libro su Luigi Gedda, va indubbiamente classificato nella categoria dei libri anomali. Si tratta infatti della biografia di una importante e discussa personalità cattolica, assai vicina a Pio XII, e assai centrale nel successo democristiano del 18 Aprile 1948, anche se non completamente in sintonia con lo statista che quel successo tenne alla guida dell’Italia per l’intera successiva, ed importantissima, legislatura.

Si tratta perciò di un libro che non può non suscitare l’attenzione di coloro che studiano il cruciale periodo storico che si colloca all’origine dell’Italia repubblicana. Ma si tratta di un libro che ha un appeal anche di altra natura, e di assai più duraturo ed ampio interesse, e non solo per gli specialisti, ma anche per il pubblico generale.

Il libro – di cui è autore un giovane professore della Lateranense, Giulio Alfano – è uno scritto molto personale. Esso è infatti composto da due parti estremamente differenti tra loro, eppure del tutto coerenti e complementari, tanto che – per il lettore – la transizione dall’una all’altra ha carattere del tutto naturale, e non presenta nessuna vera discontinuità. Si passa infatti dalla narrazione – fondata sulla conoscenza personale che, nonostante la differenza d’età, ne ha avuto l’autore – dell’attività del leader politico ed organizzatore Gedda, all’uomo e al credente Gedda, e ad una serie di riflessioni che – traendo spunto dalla sua spiritualità e dalla sua religiosità – finiscono per coinvolgere in prima persona anche il lettore.

Il mondo odierno e il torpore del Getsemani
Questa seconda parte, in particolare, fa di questo libro un vero livre de chevet, da assaporare e meditare poco alla volta, specie da parte di coloro che non hanno avuto la fortuna di ricevere una vera educazione religiosa, ma che non per questo non avvertono, almeno intuitivamente, cosa c’è al di la del muro della loro personale ignoranza. Per coloro, cioè, cui spesso, quando ad essi capita di dover dire di sentirsi – o addirittura di essere – Cattolici, sorge il dubbio se non stiano bestemmiando. 

A questi, come a tutti coloro che cercano, non può, infatti, non essere di grande conforto ritrovare nelle pagine di Giulio Alfano, espressi con grande chiarezza e lucidità, idee e concetti che coloro che vivono in un territorio di confine e di penombre avvertono, ma che avvertono spesso così confusamente da trarne un senso di malessere. 

Il continuo riferimento al Getsemani suggerisce un parallelo quasi blasfemo, ma di cui occorrerà tornare a parlare: un parallelo tra il sonno dei discepoli mentre Cristo veglia e suda sangue nella consapevolezza dela tragedia imminente, ed il sonno che sembra aver colpito la società in cui viviamo, in un’ora in cui è la condizione umana appare tanto fragilee debole quale mai era forse stata nella storia.

Il coraggio con cui Cristo supera lo sgomento e vanifica il terrore della morte, finisce – indubbiamente – per trasmettere al lettore un senso di conforto, la sensazione di non essere soli a dover combattere contro la sonnolenza che ci circonda e ci minaccia. Sensazione che che è di grande conforto se si considera la prima alla seconda parte del libro alla luce della seconda, che è diversissima, ma che pure presenta sorprendenti elementi di logica continuità 

La prima parte presenta infatti un notevole spunto di riflessione a chi ha interessi terreni: assai terreni, come quelli dei politici, e come quelli di coloro che hanno avuto la cattiva idea di specializzarsi nello studio della politica. E si fa leggere con avidità, perché molto più vicina ai loro interessi professionali e alle loro conoscenze.

L’equivoco sui Patti Latranensi
La prima parte del libro, infatti, è anch’essa assai istruttiva, pur se in un altro modo, e per ragioni diverse. Basterà un esempio per tutti, quello dell’analisi dei motivi per cui Togliatti favorì l’inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione. 

Non si era veramente mai pensato – e bisogna dire che non si trova mai spunto per pensarlo negli scritti più noti su questo argomento – che l’obiettivo fosse quello di far ereditare alla Repubblica democratica le misure antireligiose e liberticide del Fascismo. In particolare, di farle ereditare i vincoli imposti all’attività delle organizzazioni cattoliche nella società, in modo da handicappare la presenza politica dei Cattolici nella vita politica italiana, presenza più che mai indispensabile in quel frangente.

La più logica interpretazione di quella mossa, e l’interpretazione più confortata dai fatti e dai documenti, è sempre stata quella che la faceva apparire come qualcosa di analogo alla svolta imposta da Togliatti (e quindi da Stalin) ai comunisti italiani nei confronti della Monarchia. Una manovra, quella relativa ai Patti Lateranensi – che però, nel 1947-48, era diventata tanto più utile in quanto la precedente era ormai fallita dopo il referendum istituzionale del 2 giugno. Ed una manovra che ha un’ispirazione non diversa da quel “compromesso storico” che i Comunisti italiani tenteranno negli anni di Paolo VI, di Carter e della “sindrome del Vietnam”.

Stalin era consapevole che l’Italia sarebbe finita nell’area di influenza anglo americana, ed aveva detto lui stesso a Milovan Gilas che ciascuna potenza vittoriosa avrebbe imposto ai paesi occupati il proprio sistema sociale. Ed in tale contesto, egli aveva dato istruzioni a Togliatti perchè seguisse una strategia “gramsciana”. Perché – almeno per il futuro prevedibile – rinunciasse alla conquista del potere politico a Roma, anche se poteva averlo per via elettorale e democratica, perché dal Governo di Roma dipendevano le alleanze internazionali che interessavano gli Americani, e perché questi -se gli uomini del PCI fosse arrivati al potere, comunque vi fossero arrivati – avrebbero certo organizzato un colpo di forza che avrebbe tolto ogni ruolo ai Comunisti per un lungo periodo. 

Egli doveva, invece, cercare di “essere accettato” nell’Italia post-bellica, e perciò doveva cercare un compromesso con la Monarchia ed un accordo con la Chiesa, il che avrebbe reso possibile cercare l’egemonia teorizzata da Gramsci attraverso la conquista e il controllo dei poteri non elettivi della società (magistratura, università, ambienti intellettuali, pseudo-cultura e media) ed ovviamente dei più gran numero di poteri locali possibile, a tutti i livelli di decentramento possibile.

Il perseguimento di questo obiettivo spiega infatti tanto la scelta della Giustizia come ministero da farsi affidare, quanto la totale indipendenza della Magistratura dai poteri democraticamente eletti, ottenuta dai Comunisti in sede di Assemblea Costituente, e infine l’introduzione dell’ordinamento regionalistico che ampliava al massimo lo spazio politico-amministrativo che un partito che faceva riferimento al blocco dell’Est potesse conquistare all’interno di un paese facente parte del blocco dell’Ovest. 

Ma se ora si aggiunge a questo quadro l’aspetto sollevato da questo libro, cioè il fatto che con la sussunzione dei Patti Lateranensi nella Costituzione si potesse anche ottenere l’obiettivo di ostacolare l’impegno politico dei Cattolici, che erano l’unica forza che poteva contrastare il disegno togliattiano, tutta la vicenda appare in una luce completamente nuova, ed anche una prospettiva strategica di assai più lungo periodo.

E questo libro diventa perciò un importantissimo contributo alla comprensione di quella cruciale fase della storia d’Italia. Perché, come si vede, non si conosce mai abbastanza la storia del proprio paese.