Il mondo in 60 righe – la quarta potenza nucleare mondiale

Il primo e più angoscioso problema che si è posto all’indomani di una indipendenza cascata dall’alto è stato quello dell’enorme arsenale nucleare che il Kazakhstan indipendente si è trovato ad avere sul proprio territorio: circa 1.400 testate nucleari montate su missili strategici terra-terra a gettata intercontinentale – gli SS-18 –, che facevano della neonata Repubblica euroasiatica la quarta potenza atomica mondiale.

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Il Kazakhstan aveva inoltre ereditato 40 bombardieri a lunga autonomia Tu-95M equipaggiati con 320 missili cruise. Anche se altre due repubbliche ex-sovietiche – l’Ucraina e la Bielorussia – erano nella stessa situazione dopo il disfacimento dell’Urss, il fatto che degli “asiatici” fossero in possesso di armi nucleari, apparve immediatamente come un preoccupante problema internazionale, e suscitò voci – risultate poi totalmente infondate – di vendita di testate nucleari all’Iran. In realtà, come successivamente accertato, il controllo operativo di queste armi era rimanere sempre con le forze strategiche russe.

Su questo fronte, Nazarbayev si mosse con estrema rapidità, e ha cominciato il suo primo mandato presidenziale dichiarando il Kazakhstan, ‘nuclear-free’, e facendone il primo paese al mondo che ha rinunciato totalmente ad un armamento atomico già in suo possesso. Così, in meno di quattro anni, nel maggio del 1995, una vasta opera di disarmo aveva portato alla restituzione alla Russia di tutte le testate nucleari strategiche, dei missili intercontinentali, e di tutto il materiale di supporto, mentre venivano demolite installazioni sotterranee di lancio e di controllo, così come i silos situati in quatro località strategiche (Zhangiz-Tobe, a Derzhavinsk, a Semipalatinsk e a Leninsk) disseminate sul territorio kazako. Venivano poi chiusi e sigillati 178 tunnels e 13 pozzi di sperimentazione delle armi nucleari situati in zone montuose, e smantellati 7 bombardieri pesanti.

Vittima per quarant’anni di drammatiche attività di sperimentazione, il Kazakhstan ereditava inoltre i più importanti poligoni di tiro nucleare e missilistici, per l’addestramento al bombardamento e le prove di volo dei missili balistici e dei sistemi di difesa aerea. Per alcune di queste installazioni non è bastata la chiusura. Alla poco gradita eredità del poligono per le bombe atomiche e all’idrogeno di Semipalatinsk, il più importante dell’Unione Sovietica, dove in quarant’anni c’erano state non meno di 466 esplosioni nucleari, si è dovuto infatti dovette fare fronte, con misure che di gestione del danno.

Un’altra importantissima installazione sovietica a carattere tecnologico-militare in territorio kazako era il centro spaziale di Baikonur, la base del programma sovietico di esplorazione spaziale e, fino al 1994, la base di lancio di tutti i satelliti militari di spionaggio e di comunicazione. Dopo un lungo negoziato, mentre l’impianto si degradava molto rapidamente, sia per il clima che per i furti, la Russia riconobbe al Kazakhstan la proprietà dell’impianto e ne ottenne in cambio l’affitto per venti anni.

Anche per la sua posizione molto lontana dalle linee di confronto con l’Occidente, il Kazakhstan era – prima della dissoluzione – il principale centro dell’’industria bellica dell’Unione Sovietica con circa 75.000 operai, in gran parte Slavi, che vivevano principalmente nelle parti settentrionali del paese. Ma in pochi anni molte produzioni militari sono scomparse, e quelle che sono rimaste non sono molto sofisticate, anche perché la maggioranza degli operai qualificati ha potuto abbastanza facilmente trovare lavoro nella Federazione Russa, ed emigrare.
D’altra parte le forze armate del Kazakistan indipendente sono molto ridotte, ed in parte riconvertire a metodi e materiali occidentali. Il Kazakhstan, infatti, ha ormai una Partnership ufficiale con la NATO, ed un accordo di cooperazione strategica con le Forze Armate Turche.

Vent’anni di costruzione nazionale

Dal punto di vista interno, invece, la principale e più urgente sfida di fronte a cui si è trovato il governo del Kazakhstan indipendente è stata quello di mantenere l’unità del paese, compito non facile con i Kazaki etnici ridotti a meno della metà della popolazione, e con una forte minoranza slava nella quale erano diffuse idee separatiste e di ricongiungimento alla Federazione russa.

Ve detto, peraltro, che tra i due popoli è forte la convinzione di avere un destino in comune. Infatti, quando i Kazaki presero parte al referendum sul futuro dell’USSR, che si tenne in nove repubbliche sovietiche, ben l’88,2% si recò a votare, ed il 94,1% si pronunciò a favore dell’opzione di mantenere una”unione di stati sovrani dotati di pari diritti” E più tardi, nel Dicembre 1991, quando lo scioglimento dell’Urss apparve inevitabile, il Kazakistan fu l’ultimo a dichiarare un’indipendenza che ormai era nei fatti, dato che tutte le altre repubbliche l’avevano dichiarata. Un’indipendenza “subìta” più che voluta che aiuto ad evitare ogni clima di esaltazione nazionalistica, a mantenere provvisoriamente inalterato il delicato equilibrio inter-etnico,e ad evitare discussioni sui confini, in particolare quelli con la Federazione Russa.

Una transizione verificatasi in modo così passivo fu senza dubbio un successo per Nazarbayev che, nel 1994, solo tre anni dopo l’indipendenza, poté dichiararsi convinto che era ormai possibile “parlare di una percezione della propria identità comune a tutti i cittadini del nostro paese”. E si tratta di un’affermazione in cui c’é certamente una parte di verità. La cultura dei Kazaki di oggi, in particolare, ma non solo, di quelli che vivono nelle città è profondamente impregnata di elementi russi, infinitamente di più di quanto ciò non accada nei paesi confinanti dell’est e del Sud, cioè nei paesi dell’Asia centrale. Ma si tratta comunque di un’affermazione che era forse più vera allora che non quindici anni dopo. Lo scambio e l’incrocio culturale tra i principali gruppi etnici del Kazakistan avranno forse anche influenzato il modello in cui ciascuno di essi si riconosce, ma non li ha veramente fusi.

A merito di Nazarbayev va riconosciuto di aver saputo preservare nel ventennio successivo – e in una situazione a tratti assai difficile, anche se con l’aiuto della ricchezza petrolifera – il delicato equilibrio inter-etnico del neonato e fragile Kazakistan indipendente, pur favorendo una graduale riaffermazione dell’identità kazaka come tratto destinato a caratterizzare la nuova nazione. Centinaia di migliaia di Russi abbandonarono il Kazakistan negli anni novanta, sia per obiettive ragioni economiche, sia come conseguenza dell discriminazioni subite o temute da parte dei Kazaki, che solo in parte avevano buone memorie del periodo russo-sovietico. Da 6.227.549 nel 1989, la presenza Russa in Kazakistan si era ridotta nel 1999 a 4.479.618 di persone, pari a circa il 30 % della popolazione totale.

Il Kazakistan, però, è stato teatro anche di fenomeni più complessi. Come abbiamo visto, il censimento del 1999 mostrava un aumento demografico. E ciò non è dovuto solo alla fertilità tradizionalmente alta della componente kazaka della popolazione, ma anche a movimenti migratori in entrata, dalla composizione etnica complessa, e che confermano il carattere euroasiatico del Paese. La Repubblica kazaka – soprattutto la sua nuova capitale, Astana, che viene considerata come una città totalmente Europea – è infatti diventata, dopo il collasso dell’Urss, anche una delle destinazioni preferite dei Russi che abbandonavano – e continuano ad abbandonare – le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, in particolare dall’Uzbekistan, che il Kazakistan separa geograficamente dall’Europa.

I Russi, infatti, sono ormai degli sradicati, nei loro ex-possedimenti in Asia Centrale. E le condizioni che ad essi sono offerte per rientrare nella Federazione Russa non sono molto favorevoli, sia perché le minoranze russe rimaste nelle altre repubbliche costituiscono una massa assai notevole che non sarebbe facile assorbire – e soprattutto non lo sarebbe stato del primo disperato decennio, sotto Yeltzin –, sia perché le autorità russe, soprattutto dopo il 2000, ma in maniera meno coordinata anche prima, non vedono di buon occhio una eventuale azzeramento della presenza russa in paesi – in particolare nei più “russificati” tra essi – che, come l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan hanno storicamente fatto parte dell’Impero. Si tratta di paesi che non si può, e non si vuole, escludere che possano in futuro trovare qualche forma di unità con una Russia ridotta alla più piccola dimensione territoriale ed umana (come proporzione sulla popolazione del pianeta) della sua millenaria storia.

Nella sola parte orientale del paese, quella tradizionalmente da essi preferita, i Russi ammontavano, nel 2005 a circa il 45,00% una percentuale superata di poco da quella dei Kazaki etnici che sono attorno al 50,00 %, percentuali mantenute stabili dal fatto che il numero dei Russi che abbandonano il Kazakistan per la Federazione Russa è dello stesso ordine di grandezza dell’ immigrazione russa dalle Repubbliche centro asiatiche dell’ex-Urss.

Un’economia di successo

Questi flussi migratori verso il Kazakistan si spiegano anche , e forse soprattutto, con fattori economici, dato che il Kazakistan è il solo paese membro della CIS – l’unione doganale ed economica che riunisce il cuore euroasiatico della ex-Urss – la cui economia e l’occupazione erano ritornate già nel 2003 al livello del 1991, cioé dell’ultimo anno prima di quella che Puntin ha chiamato “la più grande tragedia del ventesimo secolo”.

Dopo una fase negativa, legata alla lacerazione del legame con la Russia, all’avvento a Mosca dello regime di Yeltsin e degli oligarchi, e alla successiva bancarotta dello Stato russo, il Kazakistan ha registrato nel nuovo secolo una crescita molto sostenuta, con il PIL in aumento percentuale a due cifre nel 2000-01, attestatesi poi all’8% o poco più dopo il 2002. Ciò è stato soprattutto dovuto alla forte espansione del suo settore energetico, ma anche ad alcune annate agricole favorevoli, e alla riforma economica, che ha consentito maggiori investimenti provenienti dall’estero. A partire dal 2007, con la crisi finanziaria globale, e soprattutto del declino del petrolio e dei metalli do cui il Kazakistan è esportatore, nel 2008, la crescita è rallentata al 3,3% all’anno, ed addirittura all’1,2% nel 2009. Nel 2010, però, il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari il barile e tutte le materie prime, trascinate dalla domanda cinese, hanno conosciuto prezzi record. Gli effetti si sono fatti immediatamente sentire. Secondo l’Agenzia Statistica kazaka il PIL nei primi sei mesi del 2010 (pari a 59.4 miliardi di dollari) sarebbe cresciuto dell’8 % rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente, e l’export (29.6 miliardi di dollari) del 72.2%, mentre l’import (13 miliardi di dollari) sarebbe diminuito dell’1.8%.

Nel settore dell’energia, l’apertura del Caspian Pipeline Consortium, nel 2001, dal giacimento di Tengiz Kazakistan occidentale al Mar Nero, sostanzialmente aumentato la capacità di esportazione. Nel 2006, il Kazakistan completato la parte Atasu-Alashankou, e, nel 2009, la parte Kenkiyak-Kumkol di un oleodotto verso la Cina che si estende dalla costa del Mar Caspio verso l’est del paese al confine cinese, secondo i piani. Il paese ha anche intrapreso una politica industriale che mira a diversificare l’economia dalla dipendenza eccessiva dal settore petrolifero, sviluppando il suo potenziale di produzione manufatturiera, in particolare in campo automobilistico, campo in cui il Kazakistan ha ereditato dall’Urss un grande impianto, oggi caduto nelle mani della General Motors. 
E’ stata cambiata la normativa fiscale delle imprese per favorire l’industria nazionale come mezzo per ridurre l’influenza degli investimenti esteri e di personale straniero. Il governo si è impegnato in numerose controversie con le compagnie petrolifere straniere sui termini degli accordi di produzione, da ultimo, con riguardo al progetto di Kashagan nel 2007-08 e il progetto Karachaganak nel 2009. Dal 2007, Astana ha fornito sostegno finanziario al settore bancario che è stato alle prese con la scarsa qualità degli asset e grandi prestiti stranieri – problemi che sono stati amplificati dalla crisi finanziaria globale del 2009.

Anche le prospettive future sono incoraggianti. Il Kazakistan, la più vasta dal punto di vista territoriale delle repubbliche ex-sovietiche (dopo la federazione Russa) ha ereditato dalla lunga opera russa e sovietica di colonizzazione un settore agricolo assai ricco, con produzione di cotone e di cereali, e grandi allevamenti di bestiame: Altrettanto copiose le ricchezze che la Reoubblica eurasiatica possiede – e in parte ancora nasconde – nel proprio sottosuolo; ricchezze minerali enormi. Sia nel campo degli idrocarburi e del carbone, che di altri minerali e metalli ferrosi e non ferrosi, uranio, berillio, tantalio, terre rare, rame, piombo, stagno, zinco, argento, caolino, calcare per cemento.; tutte risorse il cui valore futuro non può che aumentare, e in temi abbastanza rapidi.
Il settore manifatturiero del Kazakistan e dunque soprattutto nell’industria pesante, e fondato soprattutto sull’estrazione e il trattamento di queste risorse. Ma anche sull’industria dei prefabbricati e del ferro-cemento in generale. Di materiali cioè essenziali per la costruzione delle infrastrutture gigantesche che la valorizzazione degli spazi asiatici richiedeva, e con forza lavoro locale troppo rozza per poter lavorare altrimenti che con parti da assemblare. Ne stanno a dare prova i diciotto chilometri di paravalanghe costruite da mano d’opera afghana con parti prefabbricate importate dall’Urss sul fianco meridionale dell’Indo Kush, allo sbocco del tunnel di Salang Pass, a 3.500 metri sul livello del mare. Per questo, Il Kazakistan appare ancora oggi l’avamposto che per due secoli ha proiettato la potenza della tecnologia europea nel cuore dell’Asia.

Dopo l’indipendenza, il settore estrattivo ha assunto la posizione centrale nell’economia del paese – un’evoluzione che, a parte la capacità di produrre flussi di danaro – può anche essere letta come un passo indietro – , ed ha fatto sì che il Kazakistan abbia registrato una crescita a due cifre percentuali nel 2000-01 e dell’ 8% o più all’anno nel periodo 2002-07, anche in virtù di un forte flusso di investimenti esteri, alla privatizzazione di interi settori dell’economia, e a buone annate agrarie. Successivamente – come abbiamo visto – il tasso di cresita del PIL è però crollato per due anni consecutivi – al 3.3% nel 2008, e all’1.2% nel 2009.

Ma i grandi investimenti realizzati rimangono: la pipeline dal Mar Caspio al Mar Nero; quella dalle sponde europee fino al confine cinese. E nel frattempo, una politica economica fortemente nazionalista, ha portato ad una non sempre corretta riappropriazione di risorse scoperte e messe in valore da società estere, in particolare con la revisione unilaterale delle regole del gioco a proposito del Progetto Kashagan nel 2007-08 e di quello del Karachaganak project in 2009. Ma resta il fatto che oggi il Kazakistan dispone dell’unico giacimento di petrolio della categoria “gigante” fuori dal Medio Oriente, e dell’unico di questa taglia scoperto negli ultimi vent’anni (e forse l’ultimo in assoluto).

Gli sradicati

La ricchezza presente, e il potenziale ancora più promettente per il futuro, hanno certamente avuto un ruolo ad attrarre verso il Kazakistan flussi di immigrati di origine sia europea che asiatica. Ma a spingere molti ex-sovietici etnicamente europei ad emigrare verso il Kazakistan gioca anche il fatto che nelle repubbliche dell’Asia Centrale i Russi non sono che sparute minoranze, in un ambiente in cui i caratteri centro-asiatici ed islamici stanno gradualmente tornando a prevalere. In Uzbekistan, per esempio, c’é un milione di Russi, ma essi costituiscono solo il 4% della popolazione, una percentuale molto minore di quella dei Russi in Kazakistan.

L’evoluzione del Kazakistan mostra dunque la preservazione del suo carattere euroasiatico. I dati disponibili mostrano che nel primo e più difficile decennio d’indipendenza – tra il 1989 e il 1998 – il Kazakistan aveva concesso la cittadinanza a 13.133 Russi, in maggioranza provenienti dalle repubbliche non russe della ex Urss, e si calcolava in almeno il doppio il numero degli immigrati Russi venuti in maniera più o meno irregolare dall’Asia centrale e che non avevano ancora ottenuto la cittadinanza. Successivamente il fenomeno è andato ampliandosi, e il saldo netto tra emigrazione russa dal Kazakistan ed immigrazione nel Kazakistan è stata di 26.668 anime nel 2003 e di 32.228 nel 2004. Si tratta certo di numeri non enormi, ma abbastanza significativi per far percepire un fenomeno che testimonia delle favorevoli condizioni che il governo kazako è riuscito a creare già nel primo periodo di indipendenza. Per i Russi etnici, ottenere la cittadinanza kazaka non è semplicissimo, ma neanche eccessivamente difficile. Il Kazakistan, pur in un periodo di recupero della identità kazaka, applica infatti lo jus soli, per cui basta aver vissuto in Kazakistan 5 anni, ed avere in banca almeno l’equivalente di 6.000 euro.

I Russi non sono peraltro i soli a ripiegare dall’Asia centrale verso il Kazakistan, ci sono anche molti Uzbeki, Coreani e Tatari. Del resto, la comunità definita “russa” attualmente presente in Kazakistan non è una comunità etnica bensì una comunità di lingua russa, che include la grande maggioranza dei Ucraini, dei Tedeschi del Volga, dei Tatari, degli Ebrei (che nel mondo post-sovietico vengono ancora percepiti come una nazionalità, secondo la classificazione staliniana, e non come i credenti di una religione) e persino i Kazaki russofoni, educati nelle scuole di lingua russa in Kazakistan o nelle altre Repubbliche sovietiche. Tutte queste nazionalità formano ancora un gruppo socio-economico importante nella vita pubblica, culturale, politica ed economica. Nella burocrazia, in particolare, il numero dei Russi è pari a quello dei Kazaki.

Naturalmente, non tutto è pacifico nella comunità russa in Kazakistan. La memoria lasciata dai sanguinosi scontri a carattere altrettanto etnico quanto politico del 1986 era stata ravvivata tre anni dopo, nel giugno del 1989, quando i disordini e i morti di Novy Uzen, una cittadina del Sud-Ovest del paese, spinsero Gorbachev a nominare Nazarbayev alla testa del PCK . E lo stesso Nazarbayev fece subito dopo (Settembre 1989) approvare dal Soviet Supremo kazako la legge che riduceva ufficialmente la lingua russa a un rango leggermente inferiore a quello del Kazako: solo ufficialmente però, sia perché tutti Kazaki conoscono il Russo, mentre pochi nelle altre comunità conoscono abbastanza il Kazako da poterlo usare nel sistema educativo, nell’amministrazione e negli affari, sia perché la lingua kazaka non è mai diventato uno strumento linguistico moderno adatto a un uso di questo tipo.

La nuova legislazione in campo linguistico incontrò, ovviamente, l’opposizione di molti cittadini di origine non kazaka, tanto che, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza è stata attiva una sezione kazaka dell’organizzazione nazionalista russa “Yedinstvo,” che svolse una campagna per l’annessione delle regioni settentrionali del Kazakistan al vicino del Nord, ma con scarso successo. Del resto, già nel Settembre del 1990 – quindi prima che l’Urss entrasse in fase di dissoluzione – una proposta di A. Solzhenitsyn di ridisegnare i confini interni e di trasferire parti di territorio kazako alla Russia aveav provocato ferme dimostrazioni di protesta.

L’emigrazione di molti russi – ed il terribile crollo economico della Federazione – avevano a lungo fatto apparire la questione come sopita. Ma ancora dieci anni dopo, nel 2000, 22 persone sono state arrestate ad Oskemen (nel Kazakistan nord-orientale) sotto l’accusa di sovversione e di far parte di un complotto separatista filo russo. E poi, nel 2005, il governo ha dichiarato persona non grata l’uomo politico russo Vladimir Zhirinovsky, che in Kazakistan c’è nato, e che aveva messo in discussione – in un discorso pubblico – il tracciato dei confini russo-kazaki e la stessa legittimità storica della Repubblica nata dal crollo dell’Urss.

Con il miglioramento delle condizioni economiche in Russia, e con la rinascita dell’orgoglio russo dopo la profonda umiliazione degli anni di Yeltzin è indubbio che il separatismo russo in Kazakistan sarebbe rinato, se la situazione politica ed economica non fosse stata gestite con grande abilità da Nazarbayev – che non nasconde di essere un kazako fortemente europeizzato –, e se non fosse stato per il discredito del politico russo – Vladimir Zhirinovsky – che è stato ancora sino a poco tempo fa il principale “nostalgico” dell’Impero russo-sovietico, Questi, infatti non fa campagna solo per l’annessione alla Russia del Kazakistan nord-orientale, ma ancora nel 2009, in occasione dell’uscita del film Taras Bulba, ha dichiarato che “chiunque abbia visto questo film capisce che Russi ed Ucraini sono un solo popolo, e che il loro nemico è l’Occidente”, e nel Febbraio dell’anno successivo ha lanciato la previsione che l’Ucraina sarà parte della Russia “nel giro di cinque anni”. Così, anche l’Ucraina lo ha dichiarato nel 2006, subito dopo il Kazakistan, persona non grata. Ma mente la situazione politica ucraina ha fatto sì che la dichiarazione sia stata revocata un anno dopo, perché molti Ucraini sono d’accordo con lui, nel caso del Kazakistan la condanna è tuttora in vigore.

Nel complesso, insomma, bisogna tenere conto del fatto che le aspirazioni separatiste dei Russi rimasti nelle ex-Repubbliche sovietiche non hanno mai trovato vero sostegno in Russia, sia – nel periodo Yeltzin – per il totale disfacimento ed asservimento del governo russo agli oligarchi e ad interessi stranieri, sia nel periodo di Putin e di Medviedev, per il timore – comprensibile data la composizione della Federazione Russa – che per favorire l’idea del separatismo presso le minoranze russe in altri paesi si potesse finire per legittimare il separatismo delle minoranze nazionali della stessa Russia, provocando una catastrofe ulteriore e ancora più terribile della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

D’altro canto, va anche notato che i Russi e i russofoni della cosiddetta “diaspora” sono andati acquistando caratteristiche ed auto-identificazioni particolari, un pò come i “cinesi d’Oltremare” rispetto ai Cinesi del Continente. E ciò sia per influsso dell’ambiente culturale, sia per reazione a come essi sono percepiti dale maggioranze etniche dei paesi in cui vivono, sia per le peculiari esperienze che hanni attraversato nell’ultimo ventennio. Pur non cessando, anzi essendo costretti a vedersi, come “Slavi postsovietici” (ad esempio in Lettonia, un paese della UE dove essi costituiscono il 48% della popolazione, ma non godono del diritto di voto).