Il mondo in 60 righe – il melting pot dell’homo sovieticus

La composizione della popolazione kazaka ha continuato ad essere in continua mutazione per tutto il corso dell’era sovietica, con flussi migratori successivi che hanno finito per far assomigliare il Kazakistan sempre più ad una “piccola” Urss, con un mix etnico, culturale e religioso sempre più corrispondente a quello da cui avrebbe dovuto nascere l’uomo nuovo, l’homo sovieticus, e rendendo quindi sempre più di difficile realizzazione il progetto di uno stato nazionale kazako. Queste trasformazioni demografiche sono state particolarmente intense durante la seconda guerra mondiale, quando molte famiglie di operai slavi e gran parte delle fabbriche della Russia occidentale vennero trasferite in Kazakistan, per paura che le armate naziste se ne impadronissero bloccando l’enorme sforzo di guerra dell’Unione Sovietica. Obbligati a trasferirsi verso il nord e il nord-est del Kazakistan furono soprattutto i Tedeschi del Volga, che si temeva potessero collaborare col nemico, i Tartari della Crimea, i Georgiani – che dopo la Rivoluzione si erano costituiti in uno stato indipendente e avevano combattuto contro l’Armata Rossa, e i musulmani dalla regione del nord del Caucaso.

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Una logica analoga portò poi al trasferimento verso il Kazakistan di un gran numero di Coreani tra il 1945 e la morte di Stalin. Dopo la guerra civile cinese, in cui i partigiani coreani di Kim Il-sung avevano svolto un ruolo non trascurabile anche in Manciuria – cioè fuori dal territorio dell’attuale Corea del Nord – e durante e dopo la guerra di Corea, Mosca ritenette opportuno effettuare una forte “pulizia etnica” nelle zone dell’estremo oriente russo, dove vivevano significative minoranze coreane

Un’altra ondata di arrivi di non-kazaki si ebbe durante gli anni 1953-65, come conseguenza della campagna lanciata da Nikita Khrushchev per la colonizzazione delle “terre vergini”. Si trattava di terreni indubbiamente fertili e potenzialmente utilizzabili, ma la cui messa in valore non era nella possibilità delle famiglie che venivano spostate in una strategia di colonizzazione da popolamento, come quella di cui era stato fatto oggetto il Kazakistan sotto lo Zar. La messa in valore delle terre del Kazakistan richiedeva, quindi, un’agricoltura fortemente capitalistica, come quella resa possibile dal sistema dei kolkoz. Nel quadro di quel programma, un’enorme quota delle praterie del Kazakistan venne dissodata per la coltura del frumento e di altri cereali. Infine, un numero ancora più grande di coloni, principalmente ucraini e russi, è arrivato negli anni ‘60 e ‘70, con gli incentivi offerti dallo Stato sovietico agli operai che partecipavano al programma per avvicinare l’industria pesante sovietica ai giacimenti di carbone, gas e petrolio dell’Asia centrale. Così tra sterminio della popolazione nomade autoctona, ed ondate migratorie successive di non-Kazaki, già negli anni 70 Kazakistan era l’unica repubblica sovietica in cui la nazionalità che dava il nome alla repubblica federata era una minoranza nel proprio paese.

L’arrivo in Kazakistan di un gran numero di Russi, Ucraini, Tedeschi, Coreani ha naturalmente portato ad una società costretta dalla sua stessa frammentazione ad accettare l’idea della diversità e, in una certa misura del multiculturalismo, solo in parte mascherato dalla omogeneizzazione “sovietica”. I matrimoni misti, che coinvolgono il 20 % circa delle coppie, erano ancora nel 2002 – cioè più di dieci anni dopo la fine del progetto di creare un unico “popolo sovietico” –, l’80% nel caso degli Ucraini, il 40% in quello dei Russi, ma solo il 4 % in quello dei kazaki. Due gruppi, quello asiatico e quello degli Europei (che però non coinvolgeva pienamente i tedeschi), si sono quindi formati, con un’evidente tendenza a percepire i propri interessi in termini comunitari. Alla vigilia del collasso dell’Unione Sovietica il gruppo kazako si trovava perciò non solo ad essere una minoranza etnico-nazionale nel paese che porta il suo nome, ma era politicamente diviso lungo linee di Orda, cioè lungo linee sub-etniche e di clan. E in ogni società multi-culturale come il Kazakistan, le une e le altre sono linee praticamente invalicabili per i singoli individui; linee che – dovunque esse si manifestino, in Asia, in America o in Europa – creano viziosi meccanismi di ethnic politics; e linee che ostacolano la nascita di ogni vera dialettica politica.

Dopo l’Urss

Gli anni 80 hanno segnato una svolta imprevista. Man mano che il controllo di Mosca si indeboliva andava progressivamente configurandosi come possibile l’ipotesi – sino ad allora ritenuta impensabile – dell’indipendenza politica del Kazakistan. E, di conseguenza, si acutizzavano i conflitti interni.

Nel dicembre 1986, Mikhail Gorbachev, nella sua opera di eliminazione dei quadri di partito contrari alla sua politica, costrinse alle dimissioni il segretario del PCK (Partito Comunista Kazako) Dinmukhamed Kunayev, un kazako etnico che era da più parti accusato di corruzione, favoritismo, e prevaricazione. Ma la sua sostituzione con Gennadiy Kolbin fu un errore gravissimo, che ebbe conseguenze decisive per il futuro dell’indipendenza kazaka.

In realtà, la nomina di Kolbin fa parte di un tentativo di Gorbachev di cambiare tattica, sposando la posizione dei “conservatori” sulla questione delle nazionalità, per cercare di contenere le tendenze centrifughe che il suo “liberalismo”.Questo era arrivato troppo tardi, quando non appariva più come una generosa concessione, ma come il segno di una sconfitta e, di conseguenza, invece di soddisfare e acquietare, aveva reso più estreme tali spinte centrifughe.

Kolbin era un entusiasta sostenitore delle riforme economiche ed amministrative di Gorbachev, ma era un Russo etnico senza nessun precedente in Kazakistan. L’annuncio della sua nomina provocò una vera e propria sollevazione della popolazione kazaka, non si sa in che misura pilotata dall’interno stesso del PCK, ma che trovarono nelle tensioni etniche un combustibile estremamente infiammabile.

Nei due giorni di disordini, che costarono la vita ad un numero imprecisato persone (tra 200 e 1000), la popolazione si spaccò lungo linee etniche anomale: la minoranza tedesca si schierò con i Kazaki contro Russi e Ucraini, mentre i Coreani parteggiarono – anche se meno apertamente – per gli Slavi. Assunta la carica in queste condizioni, Kolbin rimase al suo posto per tre anni, ma senza riuscire a pacificare gli animi. Anche la campagna anti-corruzione faceva però esacerbare gli animi, dato che i “favoritismi” che venivano colpiti erano quelli degli amici di Kunayev, quasi tutti kazaki della Grande Orda. 

Né Kolbin riuscì a risolvere la grave situazione economica. Al contrario, già l’anno successivo alla sua nomina la produttività del lavoro era scesa del 12, e il reddito pro-capite del 24%. Mancavano all’appello un milione di tonnellate di acciao e una gran parte della produzione agricola. La produzione agricola era crollata al punto che, poco prima di essere scacciato dal suo posto di comando, nel 1989, Kolbin tentò addirittura di raggiungere la quantità di produzione di carne prevista dal piano, facendo abbattere i milioni di anatre selvatiche migranti che ogni anni passano sul Kazakistan.

I tempi erano ormai maturi per l’avvento dell’uomo che avrebbe portato il paese, controvoglia, all’indipendenza, un leader di etnia kazaka, della Grande Orda.

Nazarbayev: una carriera tipicamente sovietica

Da figlio di un umile pastore che non sapeva né leggere né scrivere, a “Padre della Patria” di uno degli stati più ricchi e più estesi del mondo, grande quanto un continente, anche se assai poco popolato, la vita di Nursultan Nazarbayev si è identificata – in maniera crescente nel tempo – con quella del Kazakistan indipendente: una vicenda politica che merita di essere presa in considerazione con un occhio più attento, e forse meno convenzionalmente critico di quello che caratterizza la maggioranza degli osservatori occidentali, e l’opinione pubblica da essi influenzata.

Le caratteristiche di Nazarbayev sono – per i primi cinquant’anni della sua vita – quelle di un “homo sovieticus” post-staliniano. Nato nel 1940 nella regione dei Monti Alataw, tra Alma Ata e il confine cinese, egli è etnicamente appartenente alla Grande Orda, e culturalmente e politicamente forgiato dal sistema sovietico.

Non bisogna però dimenticare che il sistema sovietico aveva fatto nascere e crescere, in molte personalità non russe – che spesso avevano fatto studi tecnici ed esperienze nel mondo produttivo, per poi fare carriera nei ranghi del partito e della società – il senso di una doppia appartenenza: quella alla superpotenza imperiale, quale mai avrebbe potuto essere la loro piccola patria, e quella alla causa della modernizzazione e del progresso della etnia di appartenenza.

Le sue umili e non-russe origini consentiranno a Nursultan Nazerbayev solo un’istruzione professionale, come operaio dell’industria siderurgica, prima in Kazakistan e poi in Ucraina. Ma dopo l’adesione al Partito Comunista, all’epoca di Krushev egli si era già fatto notare per le sue capacità di leadership. Nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del PCUS) non solo ebbe presto un incarico – che avrebbe potuto anche essere solo burocratico – nell’acciaieria dove lavorava, a Temirtau, ma mostrò di essere in grado di fare di più. Anche se l’epoca dello “stakanivismo” era finita, egli riusciva però a convincere altri giovani come lui a diventare “Subbotnik”, cioé a sacrificare il sabato per svolgere insieme lavori di utilità sociale.

Dotato di naturali capacità di leadership, Nazarbayev riusciva a trascinare i compagni di lavoro all’acciaieria con orgogliosi discorsi da comunista associati a humor e “distanza zero” con la base, facendo così rapidamente carriera da Segretario dei dei Giovani Comunisti dell’acciaieria fino a membro della segreteria del PCK, una carriera che mostra bene come una dimensione meritocratica fosse ancora presente in Urss negli anni in cui si affermava la “nomenklatura”. Ma si tratta di una carriera che nasce da scelte politiche tempestive e coraggiose, oltre che da sapienti rinunce.

All’inizio della sua carriera nel Partito, Nazarbayev fu scelto come Segretario del Komsomol di Temirtau, dov’era la sua acciaieria, ma lui rifiutò di lasciare il suo lavoro da operaio per far politica a pieno tempo. In realtà, egli era popolare tra gli operai, come pochi comunisti di professione. Ed essere un intermediario capace di tenere buoni rapporti con la base, che certamente lo percepiva come uno dei suoi, in una fase in cui il prestigio del partito era a pezzi, finiva per renderlo utile agli occhi di un vertice sempre più burocratico e nomenklaturista. In altri termini, era un giovane leader che piaceva ai suoi colleghi e quindi un elemento utile ai burocrati sempre in difetto di consenso. E ciò, per uno come lui, senza connessioni familiari importanti poteva essere il solo modo di avere un ruolo.

Il suo rifiuto di passare a pieno tempo nella burocrazia di partito irritò molto i boss del partito. E gli costò un richiamo formale. Ma Nazarbayev aveva metodo anche nelle sue rinunce. Più tardi, fece ancora un sorprendente rifiuto. Nazarbayev, infatti a partire dal 1979, era diventato uno degli uomini su cui puntava l’ala “riformista” del PCUS al punto che Gorbachev gli offri di diventare il numero due di un’Urss che minacciava il disfacimento, ma non vi era ancora giunta, o alla testa della Unione rinnovata che avrebbe dovuto prendere il posto dell’Urss: una poltrona che la capacità di giudizio di Nazarbayev considerò troppo traballante per sedercisi sopra.

Già dal 1984, peraltro, Nazarbayev occupava la più modesta, ma più solida, posizione di Presidente del Consiglio dei Ministri del Kazakistan ed era considerato da tutti come il probabile successore del Segretario del PC kazako, Dinmukhamed Kunayev. I rapporti tra i due si guasteranno – come accade di norma – al momento della transizione, ma sino al momento in cui Kunayes si oppose alla sua nomina, suggerendo a Gorbachev il nome di Kolbin, le innegabili qualità di Nazarbayev spingevano lo stesso vecchio burocrate sovietico a presentarlo come un suo protetto ed erede designato.

Quando Mikhail Gorbachev, nel 1986, decise di allontanare Kunayev dal potere, tutti furono sorpresi che il successore non fosse Nazarbyaev . La sua ora venne invece del tutto naturalmente nel 1989, dopo una nuova serie di disordini etnici e di morti che accompagnarono in Kazakistan i primi segni del crollo dell’Urss.

Nell’Aprile dell’anno successivo, 1990, il Soviet Supremo kazako lo elesse alla carica, appena creata, di Presidente del Kazakistan, posizione che egli si fece confermare da un plebiscito popolare alla fine del 1991, giusto prima del disfacimento dell’Urss. E si trovo cosi a capo di una Repubblica indipendente che non era mai esistita come Stato moderno, i cui confini erano stati tracciati negli anni 1920 e 1930 dalla burocrazia sovietica, e che poneva enormi problemi in tema di nation building.