Il Messico e il tragico record dei femminicidi

Il Messico non è un paese per donne, lo dimostrano i numeri allarmanti degli omicidi che nel paese hanno raggiunto picchi che vanno oltre ogni immaginazione. I movimenti femministi mettono sotto accusa la cultura machista della società messicana, la scarsa volontà di estirpare il fenomeno alla radice e condannano, senza mezzi termini, le istituzioni e i corpi di polizia.

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“Every body counts”

Nel resoconto “Every Body counts” pubblicato nel maggio 2014 sul sito della Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo, vengono tracciate le cause della diffusione della violenza nei vari paesi del mondo. Ebbene il Messico in tale rapporto si colloca al ventitreesimo posto tra i primi venticinque paesi per il più alto tasso di femminicidi registrati dal 2007 al 2012, mentre la percentuale di donne uccise con armi da fuoco in Messico nello stesso periodo, è la decima più alta al mondo. Il terzo capitolo dello stesso rapporto si concentra su Ciudad Juarez, nello Stato messicano del Chihuahua, nota alla cronaca come “città letale per le donne” per il terribile primato di donne uccise delle quali si è incominciato a tener conto a partire dal 1993, quando venne ritrovato il corpo senza vita di una tredicenne violentata e poi strangolata. Da allora si è sempre fatto più intenso il grido” Ni una màs!” della società messicana di fronte ai fiumi di sangue versati quotidianamente da sorelle, figlie, mogli, o conoscenti. Dal 2010 Ciudad Juarez ha evidenziato un leggero calo dei numeri che tuttavia rimangono al di sopra della media nazionale. Diverse possono essere le cause di questo triste primato. In primo luogo, la città ha una posizione di frontiera: situata vicino al Rio Grande, si trova proprio di fronte alla città texana di El Paso con cui forma una vasta area metropolitana che, come ogni città di frontiera, attira un enorme flusso di persone e gruppi, tra cui gang e organizzazioni criminali messicane. In secondo luogo, c’è l’aspetto economico: Ciudad Juarez è celebre per le “maquiladoras“, impianti industriali di tipo manifatturiero nelle quali vengono assembrati pezzi per costituire beni destinati all’esportazione. Questa realtà locale è andata a consolidarsi sempre più a partire dalla firma dell’Accordo Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA) tra Stati Uniti, Canada e Messico nel 1994. Molti messicani provenienti da ogni zona del paese si sono trasferiti in città con la prospettiva di un lavoro che però spesso si è rivelato essere sottopagato o comunque non conforme alla già debole legislazione lavoristica. Ciò ha indotto gli imprenditori a preferire di gran lunga giovani donne dimostratesi maggiormente disponibili, rispetto ai colleghi uomini, ad occupazioni informali e ha creato nell’area tensioni sociali e ondate di intolleranza nei confronti delle lavoratrici, in una città dove il tasso di disoccupazione maschile è davvero molto alto. Inquietante dettaglio è il dato che evidenzia come una non indifferente quantità di vittime a Juarez siano proprio impiegate in questo tipo di industrie. Terzo e ultimo indicatore è il fattore socio-economico della città: il Messico, come molte altre nazioni della regione latinoamericana, è un paese fortemente impregnato di una ideologia machista e maschilista, patriarcale e tradizionalista che continua a guardare con disprezzo qualsiasi atto di ribellione familiare alla sottomissione. Spesso questo retaggio culturale induce a giustificare atti di violenza, a normalizzarli, stigmatizzando le vittime per comportamenti e condotte ritenute immorali e contrarie al buon costume. Alcune categorie umane e sociali fragili e già poste ai margini, come spogliarelliste, prostitute e ballerine sono sempre più oggetto di tale emarginazione. Considerando i dati a disposizione, dal 2010-2011 gli Stati messicani con il più elevato tasso di femminicidi sono proprio il Chihuahua, Baia California e Nayarit, seguiti da Durango e Guerrero. Il Messico oggi dunque è al quinto posto al mondo per numero di femminicidi, con una percentuale che è balzata dal 2.4% su 100.000 persone nel 2011 al 3.2% nel 2014, come riportato da OCNF, l’Osservatorio Cittadino Nazionale sul Femminicidio. C’è da aggiungere inoltre che le indagini vengono avviate solo in minima percentuale, dal momento che gli atti di violenza sono spesso ignorati o peggio accettati, con un numero di condanne ancora troppo basso. Nel report delle Nazioni Unite “Every body Counts” il terzo capitolo analizza una particolare connessione tra i paesi con alto volume di narcotraffico (El Salvador, Honduras, Messico appunto) e l’aumento esponenziale di donne uccise. Tale macabra constatazione ha indotto gli attivisti a parlare di “guerra delle droghe” (war on drugs) e “guerra alle donne“. Infatti, le donne sono spesso usate dalle gang come corrieri per trasportare droga, ad esempio tramite la pratica diffusa di inghiottire ovuli di sostanze stupefacenti e sfuggire così ai controlli. Non solo ma spesso sono proprio le donne ad essere giustiziate nelle faide tra narcotrafficanti in regolamenti di conti, o in talune circostanze per dare un macabro messaggio alle autorità governative e indurle così a desistere dal combattere il fenomeno del narcotraffico.

Femminicidio, NU e movimenti femministi: un fenomeno globale

Le Nazioni Unite hanno dichiarato apertamente che il femminicidio è un fenomeno globale e che ogni Stato ha il dovere di impegnarsi per combatterlo, usando qualsiasi strumento politico e internazionale, favorendo una collaborazione regionale e globale, avvalendosi di esperti e soluzioni in modo da prevenire e porre termine ad esso. Negli ultimi anni ovunque sono esplose le proteste e le dimostrazioni della società civile contro tale forma di violenza, accompagnate da un riemergere dei movimenti femministi in concomitanza con l’intensificarsi a livello globale del numero di omicidi. I movimenti femministi internazionali specie in America Latina, protestando e riportando i crimini commessi, hanno costruito le basi per un framework analitico da cui partire per studiare il fenomeno nell’area, hanno sviluppato una metodologia per investigarlo nella maniera più scientifica, e hanno infine posto l’accento sulla assoluta necessità di trasparenza. Diana Russell è la prima studiosa che a partire dagli anni Novanta utilizza questa nuova categoria criminologica del femminicidio descrivendolo come “una violenza estrema nei confronti della donna in quanto donna”. Senza dubbi questa sociologa ha costituito una guida teorica per il filone di ricerca e di protesta nel mondo e dunque anche nella regione latinoamericana. Per esempio, si è costituito negli ultimi anni un Osservatorio Centro Americano per l’eradicazione del femminicidio che è sostenuto da una intricata rete di networks, associazioni e movimenti civili e femministi. Il lavoro purtroppo rimane difficile, poichè non sempre risulta agevole distinguere un femminicidio da un omicidio che ha per protagonista un individuo di sesso femminile. Le difficoltà permangono anche nel tracciamento delle circostanze e delle dinamiche dietro ad ogni episodio, aggravate dalla sempre maggiore scarsità di numeri e dati.


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Messico tra impunità e vuoto informativo

Sin dagli anni Novanta il Messico si è guadagnato il triste primato di essere un paese ad alto rischio per le donne. I numeri di Juarez infatti hanno sostenuto negli anni tale tesi. Marcela Lagarde y de lo Rios, accademica, antropologa, politica messicana e figura di spicco del femminismo latinoamericano, è stata una delle prime studiose a condurre un progetto di ricerca sul femminicidio in 10 Stati e da tale studio sono emersi i primi dati ufficiali e attendibili sul Messico. Nel 2004 ad esempio 1205 donne messicane sono state uccise per motivi di genere, il che equivale all’incirca a 4 donne al giorno. Dalla ricerca effettuata emergono alcuni rilevanti fattori. In primo luogo, c’è il disprezzo da parte delle autorità circa l’investigazione dei crimini commessi ai danni delle donne, seguito dalla disparità informativa e infine dalla sempre maggiore dilagante impunità degli assassini. Il vuoto informativo e la mancata giustizia applicata vengono sempre più giustificate dalle autorità governative come causate dalla mancanza di un framework legale esistente. Ciononostante, degli sforzi in questa direzione sono stati fatti. La “General law on women’s access to a life free of violence” (LGAMVLV) del 2007 ha costituito una risposta a tale mancanza. Infatti, questa legge ha dato mandato al governo federale di compilare un database nazionale dei casi di violenza contro le donne (BANAVIM). Tuttavia, tale banca dati, sebbene abbia fornito preziose informazioni, non è riuscita a risolvere l’annosa questione della negligenza istituzionale che ruota intorno ai femminicidi. I dati raccolti, difatti, non sono stati utilizzati per lo scopo per cui sono stati accumulati, ovvero orientare le autorità ad una politica pubblica efficace volta all’eradicazione del fenomeno. C’è da dire che molti governatori messicani hanno mostrato la tendenza a nascondere i dati sulla diffusione della violenza sulle donne per evitare di essere “identificati” dall’elettorato femminile come entità per così dire “pericolose” e perdere dunque la loro fiducia e il loro appoggio. Un altro dato allarmante è la percentuale di denunce a seguito di aggressioni. L’Executive Commission for Attention to Victims sulla base di una ricerca realizzata nel 2016 riporta che solo sei su cento aggressioni sessuali vengono denunciate e solo la metà ricevono la debita attenzione. Le autorità locali infatti spesso non riconoscono alle vittime alcuna credibilità. Dalla promulgazione della LGAMVLV le azioni delle autorità si sono caratterizzate per una condotta inefficace, frammentaria e debole. Come risultato la vita di migliaia di donne e ragazze continua a non ricevere adeguata protezione sociale e giuridica di fronte all’endemica diffusione della violenza machista. “VivasNosQueremos”, ovvero ci vogliamo vive, è lo slogan protagonista delle proteste di piazza in ventisette delle trentadue entità federali della Repubblica Messicana nell’aprile 2016. Il mezzo che le associazioni e i movimenti femministi hanno usato maggiormente sono stati i social media, collante e megafono che hanno riportato al centro dell’attenzione le voci e il malcontento di chiunque mostrasse insofferenza verso la passività governativa dinanzi a questo quotidiano spargimento di sangue. Attraverso i social moltissime donne sono infatti scese in piazza invocando la fine dell’impunità e della criminalizzazione della legittima difesa, spesso contestata alle vittime. La strada da fare per estirpare questa piaga sociale, politica e umana si prospetta ancora lunga e insidiosa. C’è un urgente bisogno di instaurare un dialogo politico tra le parti, che sia costruttivo e che induca alla definizione di strategie per una politica di genere efficiente e valida, che eradichi dalla società l’ineguaglianza sociale e il retaggio culturale machista, che combatta ed elimini qualsiasi forma di giustificazione della violenza nei confronti delle donne. E chissà se proprio i media possano essere la chiave globale di questa necessaria trasformazione.

Ilenia Giannusa
Geopolitica.info