Il mediterraneo cinese

Il bouleversement della politica mondiale verso Oriente, e in particolare verso la Cina, ha relegato il timido isolazionismo nella quale la RPC si era chiusa ai libri di storia. La politica estera cinese subisce una svolta nei primi anni 2000, quando viene inaugurata la peripheral diplomacy, con la quale la Cina ha cercato di trovare soluzioni che potessero continuare a garantire la tutela dei crescenti interessi nazionali, senza logorare i rapporti con i vicini, resi ostili da rivendicazioni del gigante asiatico su territori e risorse energetiche, e senza venire meno all’imperativo della non interferenza. La presa di coscienza del peso sempre maggiore che stava assumendo nello scacchiere economico mondiale, ha successivamente reso evidente a Pechino la necessità di allargare la propria “zona sicura”.

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È proprio in questo schema di stabilizzazione progressiva per macro-aree che si inserisce il Mediterraneo.

L’interesse geopolitico per l’area mediterranea è aumentato esponenzialmente con il lancio della “One Belt, One Road Initiative” (la Nuova Via della Seta) lente con la quale è diventato possibile spiegare molte delle scelte strategiche di Pechino, ma che rappresenta solo una delle componenti del disegno geoeconomico cinese.

Innanzitutto, va tenuto sotto osservazione il vuoto creato dalla presidenza Trump con la decisione di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele, vuoto nel quale la Cina ha subito avuto premura di infilarsi, organizzando con rappresentanti israeliani e palestinesi un “simposio di pace” (21-22 dicembre 2017). Tale evento, anche senza aver fatto compiere reali passi avanti al processo di distensione tra i due Paesi, rende evidente l’importanza rivestita dal Medio Oriente, area nella quale Pechino sponsorizza un aumento degli investimenti infrastrutturali. Principale obbiettivo è la costruzione di una rete ferroviaria (la Red-Med) tra i porti di Ashdod e di Eliat, che colleghi Mar Mediterraneo e Mar Rosso, creando in questo modo uno sbocco alternativo al canale di Suez.

La volontà di proporsi come attore di pacificazione in una regione così delicata e storicamente ad influenza anglo-americana, oltre a sottolineare la spinta verso il multipolarismo, mostra la diffidenza della Cina per la politica statunitense nel teatro mediterraneo e mediorientale, dimostratasi in più occasioni non efficace. In questa chiave va analizzato, per esempio, l’avvicinamento della Cina al Marocco. Il partenariato economico tra i due paesi, il cui fine è la creazione di un parco industriale per le multinazionali cinesi, ha infatti subito un’accelerazione nel 2016, in seguito alle condanne dell’ONU a Rabat riguardo alla gestione del Sahara occidentale. Parallelamente all’avvicinamento al Marocco, anche i rapporti con la vicina Algeria rimangono più che mai stabili, fortificati dalla cooperazione per la costruzione di un enorme porto a Cherchell, destinato a diventare uno snodo cruciale per il Nord Africa.

È intenzione della Cina, inoltre, farsi carico di buona parte della ricostruzione della Siria, per una spesa complessiva prevista di più di 2 miliardi di dollari. Il finanziamento cinese è accettato di buon grado dal regime di Assad, dato che gli aiuti di UE e USA sono condizionati alla realizzazione di una transizione politica. Il maggior guadagno di Pechino, invece, deriva dall’investimento diretto in una zona centrale per lo sviluppo della Belt and Road Initiative (BRI). In vista di questo obiettivo, i due Paesi hanno iniziato a rafforzare i rapporti commerciali, tanto che l’ambasciatore di Damasco a Pechino ha organizzato un Syria Day Expo, al quale hanno partecipato numerosi esperti cinesi.

Rimangono però per ora aperti degli interrogativi di non poco conto. Primo fra tutti è quello riguardante le future relazioni con le monarchie del Golfo, fondamentali per le forniture energetiche cinesi. Il secondo riguarda invece le possibili reazioni di Russia e Iran, che dopo anni di impegno diretto nel conflitto potrebbero improvvisamente vedere il loro campo di influenza restringersi.

In terzo luogo, non è da trascurare l’avvicinamento di Pechino ad Ankara, che potrebbe portare all’adesione della Turchia alla Shanghai Cooperation Organization, ente intergovernativo eurasiatico. Se il governo turco dovesse decidere di volgere maggiormente l’attenzione a Oriente, l’Unione Europea potrebbe veder dissolversi completamente le possibilità di adesione della Turchia.

Tutto questo avviene però dietro quel velo di ambiguità che caratterizza i rapporti sino-turchi. Il principale motivo di discordia sono gli aiuti forniti dal regime di Erdogan agli Uiguri, una minoranza musulmana e turcofona che abita la regione autonoma dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina. Le già pesanti restrizioni imposte dalla Cina agli Uiguri si sono inasprite a causa dei sospetti riguardo l’esistenza di un legame fra il terrorismo di matrice islamica e i movimenti indipendentisti presenti nella regione.

Infine, va ricordata l’inclusione del Gibuti nella “Collana di Perle” creata dalla Cina per garantire la sicurezza dei propri approvvigionamenti provenienti dal Medio Oriente.

Posto all’ingresso del Mar Rosso e del canale di Suez, grazie alla sua sorprendente stabilità il Gibuti ricopre un ruolo cardine non solo all’interno del progetto BRI, ma per buona parte dell’economia mondiale. Non stupisce dunque che sia qui che la Cina abbia recentemente (agosto 2017) deciso di installare la sua prima base militare all’estero. Xi Jinping ha subito voluto precisare che non è in atto nessuna espansione militare, affermando però che è opportuno iniziare a prendere le giuste misure al fine di garantire la protezione adeguata ai crescenti interessi cinesi in Africa e nel Mediterraneo.

La RPC avanza e sembra inarrestabile. L’Europa dovrà elaborare al più presto una strategia che le eviti di essere schiacciata su sé stessa, in un mercato che va stringendosi e in un Mediterraneo che guarda sempre più a est.