0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl Medio Oriente nell’Interim National Security Strategic Guidance

Il Medio Oriente nell’Interim National Security Strategic Guidance

-

Lo scorso 3 marzo, l’Amministrazione Biden ha rilasciato l’Interim National Security Strategic Guidance, un documento provvisorio – in attesa della National Security Strategy definitiva – che traccia le linee guida dell’approccio strategico e di sicurezza nazionale che adotteranno gli Usa. Quale visione per il Medio Oriente? 

Articolo precedentemente pubblicato nel 12° numero della newsletter “Mezzaluna”

Nelle analisi predittive rispetto alla postura che un futuro Presidente degli Stati Uniti debba assumere rispetto alla regione mediorientale, dal 2008 in poi – anno della prima elezione di Barack Obama – l’approccio è stato più che mai uniforme: l’Amministrazione (qualsiasi colore abbia) dovrà disimpegnarsi dall’area. E le esperienze di Obama (specialmente nel secondo mandato), e di Trump, anche se con tattiche differenti, hanno confermato questa strategia di fondo. L’urgenza di disimpegnarsi dal Medio Oriente è andata di pari passo con la percezione crescente della gravità delle minacce in altri teatri regionali. Per queste ragioni, anche per l’Amministrazione Biden ci si aspetta lo stesso approccio strategico nei confronti della regione mediorientale, e i primi passi sembrano percorrere tale strada. Il Medio Oriente rappresenta, in ordine di importanza, la terza area per la nuova Presidenza, e segue quindi la regione europea e asiatica. Appena entrato in carica, Biden ha tenuto conversazioni private con i leader delle principali potenze europee e dell’indopacifico, oltre che con i rappresentanti delle istituzioni europee e dell’Alleanza Atlantica. In questa mappa prodotta da Axios (risalente al 19 febbraio) si può già scorgere graficamene l’ordine delle priorità dell’agenda della nuova Amministrazione.

Inoltre, nel documento strategico provvisorio richiamato nel titolo, la INSSG, il focus principale rimane l’area dell’Indo-Pacifico, che viene riconosciuto come quadrante strategico vitale per gli interessi nazionali americani. Per tale ragione, si legge, l’obiettivo è quello di “approfondire le partnership con India, Nuova Zelanda, Singapore, Vietnam e gli altri stati membri dell’ASEAN”. Viene altresì sottolineata l’importanza di una maggiore integrazione europea con l’obiettivo di rafforzare i vari partenariati transatlantici, e l’Unione Europea torna a rappresentare una regione prioritaria per gli interessi strategici americani. Nero su bianco, viene chiarito in poche righe quanto immaginato precedentemente: “la presenza più robusta sarà riservata all’area dell’Indo-Pacifico e a quella europea”.

Per il Medio Oriente, trattato marginalmente del documento, il quadro delle politiche statunitense appare piuttosto limitato: stabilizzare la regione; rafforzare il sostegno a Israele e rinnovare il proprio ruolo di promotore della “soluzione dei due stati”; fermare l’avanzata di al-Qaeda e prevenire la ricostituzione dell’ISIS; non impegnarsi più nelle “guerre eterne”, con chiaro riferimento alla questione afghana; per ultimo, risolvere il delicato dossier iraniano, vero elemento di discontinuità tra l’Amministrazione Trump e quella Obama, dove Biden svolgeva il ruolo di Vicepresidente. Nel documento strategico pubblicato il basso ordine di priorità per la questione mediorientale per gli Stati Uniti si inserisce a pieno nella cornice espressa dai principali obiettivi da perseguire: proteggere i cittadini e gli interessi americani, e difendere le fonti fondamentali della forza americana quali la democrazia e l’economia. Analizzando una possibile futura postura dell’Amministrazione Biden in base a tali indicazioni, bisogna quindi considerare come primo elemento che il Medio Oriente non contiene nessuna minaccia esistenziale per Washington. Inoltre, bisogna aggiungere che il rapporto tra le risorse attualmente impegnate (e cumulate con le ingenti risorse impegnate nel corso degli ultimi decenni) nell’area e i contributi ricevuti delinea un saldo totalmente negativo. Terzo: i dati sull’interscambio commerciale con il Medio Oriente, rispetto alle altre aree geopolitiche ritenute prioritarie, non è neanche lontanamente paragonabile. E ancora: le partnership con i principali paesi della regione non provocano nessun importante impatto nelle geometrie delle alleanze nel resto del mondo. Tradotto, nessun attore dell’area produce significativi dividendi utili all’America in termini diplomatici e di sicurezza fuori dal Medio Oriente. Al netto di quanto detto sinora, all’Amministrazione Biden – come per le precedenti amministrazioni – rimane il delicato compito di ricercare un equilibrio tra l’opportunità di spostare attenzioni e risorse (diplomatiche, economiche e militari) in altri teatri, e il conseguente costo diplomatico che segue un eventuale ritiro. Quali sono quindi le principali sfide per la nuova Presidenza in base a quanto si può interpretare dall’analisi dell’Interim National Security Strategic Guidance, che potrebbero rallentare la prospettiva del disimpegno degli Stati Uniti? 

  • Il dossier iraniano: parafrasando le parole di Kissinger (“l’Iran deve decidere se essere un paese o una causa”), l’Amministrazione Biden deve capire se Teheran possa essere realmente l’avamposto della causa islamista globale o se possa essere un attore integrabile nell’equilibrio di potere regionale, e di conseguenza mutuare la propria politica. Se Obama interpretava l’Iran come “paese”, e Trump come “causa”, Biden ha davanti a sé la delicata sfida delle future elezioni iraniane, che potrebbero portare al Governo le forze maggiormente conservatrici. In tal caso, una politica maggiormente assertiva da parte di Teheran, rischia di minare la volontà americana di raggiungere una nuova base di accordo con il paese islamico.
  • Il rischio di moltiplicazione di vuoti di potere, anche a causa delle gravi conseguenze economiche che la pandemia sta portando nelle già fragili economie del Medio Oriente, che potrebbero causare instabilità e aiuti nella propaganda e per il proselitismo della causa jihadista. La domanda che gli Stati Uniti devono porsi è: un alto livello di instabilità, in una regione come quella mediorientale, può rappresentare un rischio per gli interessi vitali e diretti degli Stati Uniti? Gli ultimi 30 anni ci dicono di sì, e per tale ragione anche lo scenario afghano risulta problematico per Biden, che è fortemente restio ad attuare la promessa di ritiro dei militari di stanza nel paese fatta in sede degli accordi di Doha. Entro maggio gli Usa dovrebbero ritirare tutte le forze sul campo, ma la situazione interna al paese è tutt’altro che stabile: come dichiarato dall’attuale Presidente Usa, una “decisione arriverà, ma sarà estremamente complicata”.
  • I rapporti con Riad: sin dai primi passi, Biden ha mostrato un certo risentimento nei confronti del principe ereditario Mohammad bin Salman. Il Presidente, al momento, si è rapportato ufficialmente solo con il Re saudita Salman, nonostante il vero reggente del potere sia MBS. Nella telefonata che ha seguito l’elezione, Biden ha incentrato il dialogo sul tema dei diritti umani e dello stato di diritto interno al paese, quasi a voler chiarire subito il piano sul quale intende posizionarsi nei confronti di Riad. Inoltre, ha temporaneamente bloccato la fornitura di armi destinata alla guerra nello Yemen, e depennato gli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Una serie di azioni diplomatiche rilevanti, il caso Kashoggi e le accuse dirette a MBS rendono ancora più complicato mantenere quella relazione tra Washington e Riad ai livelli visti sotto l’Amministrazione Trump, e si rischia di assistere a un déjà-vu di quanto accaduto con la presidenza Obama. Inoltre, fattore da non sottovalutare, l’idea di Biden di avere la promozione della democrazia come perno strategico della propria politica estera (“l’Alleanza delle Democrazie” è un concetto spesso ripetuto nei primi discorsi ufficiali del neo-Presidente) contrasta certamente con una stretta alleanza acritica con il regime saudita. 
  • La questione israeliana, che si lega al primo tema, quello dell’Iran. Tornare a dialogare con Teheran porta una serie di conseguenze nei confronti delle relazioni con Israele. Il sistema regionale che Biden ha trovato in eredità rispetto a quello lasciato dall’Amministrazione Obama è totalmente differente: un accordo tra gli Usa e l’Iran che non ricomprenda limitazioni al programma missilistico iraniano sarebbe inaccettabile per Israele, che negli ultimi 4 anni ha attuato una politica di massima pressione – militare e diplomatica – nei confronti della Repubblica Islamica che ha relegato Teheran in una condizione assolutamente sfavorevole rispetto al 2015. Trovare un giusto equilibrio tra il “pieno sostegno a Israele” scritto nella INSSG e un nuovo corso di relazioni con l’Iran non sarà semplice. 

Lo scenario, quindi, non è roseo per attuare un pieno disimpegno dalla regione: un’analisi costi-benefici sul breve termine fornirebbe motivi validi, ma una visione di lungo termine obbliga ad interpretare l’area come una potenziale arena per le grandi potenze. La Russia ha raggiunto importanti risultati nella regione, massimizzando la sua influenza militare e diplomatica in Siria e in Libia. Grande attenzione va inoltre posta per la crescente influenza della Cina in Medio Oriente: Pechino, attraverso la sua iniziativa Belt and Road ha investito in diverse infrastrutture strategiche nel Golfo Persico, a Gwadar, in Pakistan, in una base militare all’ingresso del Mar Rosso a Gibuti. Hanno nelle precisioni la costruzione di una base militare a Port Sudan e a Jiwani, in Pakistan, al confine iraniano. Inoltre, va ricordata l’influenza nei nuovi impianti portuali ad Haifa e Ashdod, e le mire sull’Afghanistan quale diramazione per le Vie della Seta. Da ricordare, anche, che la Cina è il principale partner commerciale sia per l’Arabia Saudita che per gli Emirati Arabi Uniti, e che sta investendo miliardi di dollari in Egitto e stringendo importanti partnership militari ed energetiche con l’Iran. 


Il costo geopolitico di un abbandono dell’area, per gli Stati Uniti, è rappresentato dalla possibilità per Cina e Russia di tracciare nella regione un modello ostile al sistema di sicurezza globale attuale. In conclusione, il dilemma che attanaglia da un oltre un decennio gli esperti e le Amministrazioni Usa sarà predominante anche per i prossimi 4 anni, e influenzerà le mosse della Presidenza Biden.

Corsi Online

Articoli Correlati

Il nuovo rapporto di Egyptwide mette ulteriormente in luce le responsabilità italiane nelle violazioni dei diritti umani in Egitto. 

Negli ultimi anni, il deterioramento della primavera egiziana e la sua trasformazione in una nuova fase di autoritarismo sotto...

Illegal pakistani migrants sour relationship with Turkey

Ties between Turkey and Pakistan are founded on the commonality of religion and strategic animosity towards India. From a...

Turchia, il risveglio del mito imperiale e della profondità strategica

Con il crollo del mondo bipolare la Turchia ha assunto un nuovo volto: da Paese di frontiera, posto in...

Chinese frigates give jitters to Pakistani Navy

At least four Chinese frigates, F-22P commissioned in July 2009, are giving nightmares to Pakistani Navy officers and men...