Il marzo del cambiamento climatico: Trump e la sicurezza americana

Il marzo 2019 ha visto un evolversi improvviso della questione climatica a livello globale. Da un lato la mobilitazione dei “Fridays for Future” dei giovani e giovanissimi di tutto il mondo quale pacifica protesta contro il particolarismo degli interessi e l’immobilità dei governi nelle trattative internazionali sull’ambiente; dall’altro, meno visibile, una presa di posizione sempre più decisa da parte delle élite della difesa e della politica estera statunitense nei confronti del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale e “moltiplicatore di minaccia” a livello globale. Soffermiamoci, per un attimo, proprio su quest’ultima posizione.

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Cambiamento climatico: anche una questione militare

Il 5 marzo due think tank bipartisan, Center for Climate and Security e American Security Project, pubblicano una lettera firmata da cinquantotto personalità in pensione, tra militari e leader nel campo della difesa: da esponenti dell’amministrazione Obama quali John Kerry e Chuck Hagel fino a nomi noti al panorama militare internazionale, come l’ammiraglio James Stavridis, già comandante supremo alleato in Europa, o a quello più specificamente americano, come gli ex comandanti della Guardia Costiera americana e della Quarta Flotta, ammiraglio Paul Zukunft e ammiraglio Sinclair M. Harris.

La lettera, indirizzata al presidente Trump, oltre a ribadire espressamente il contributo antropogenico al cambiamento climatico fin dalle prime righe, conferma il pieno supporto dei firmatari al Congresso americano, che nel dicembre 2017 dichiarò il cambiamento climatico “minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. In realtà, non è la prima volta che mobilitazioni simili vengono intraprese da alti esponenti dei servizi armati e della sicurezza americana, in particolar modo dalla fine dell’amministrazione Obama.

Che il cambiamento climatico influisca sulla sicurezza nazionale americana è ormai un dato di fatto – dallo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ai danni alle basi su suolo americano e non – sul quale a partire dagli anni 2000 sono proliferati sempre più intensamente documenti e report di agenzie governative e servizi delle forze armate, tanto quanto sono aumentati i cosiddetti extreme weather events, a sottolineare la frequenza e intensità crescente con cui uragani e ondate di caldo/freddo colpiscono ecosistemi e infrastrutture.

La lettera del 5 marzo, ad esempio, cita gli ingenti danni provocati dall’uragano Florence a settembre alla base dei marines di Camp Lejeune, che ospita le expeditionary forces, ovvero unità di rapido spiegamento su teatri richiedenti forze anfibie – storica punta all’occhiello della strategia americana. Come affermato dal comandante dei Marines generale Robert N. Neller, il pagamento di tasca propria dei Marines dei danni imprevisti causati da Florence mette a repentaglio l’impiegabilità della loro forza. Soprattutto poiché i tagli alla difesa messi in pratica da Obama e poi promessi da Trump, e dedicati in particolar modo alle infrastrutture militari, sono stati riversati a febbraio verso la costruzione del muro al confine sul Messico nell’ambito di un non così condivisa emergenza nazionale.

Non sorprende dunque che la lettera del 5 marzo sia a tutti gli effetti la risposta all’istituzione voluta dal presidente di comitato di dodici persone, tra cui William Happer, fisico di Princeton che ha più volte dichiarato pubblicamente il biossido di carbonico benefico per l’umanità e criticato i dati di diverse agenzie scientifiche federali. L’istituzione del comitato è a sua volta causata dalla decisione di Trump di rivedere il National Climate Assessment, sottoposto alla peer-review, voluminoso rapporto pubblicato a novembre 2018 e frutto della collaborazione di più di dieci agenzie federali, sugli impatti del cambiamento climatico sulla sicurezza nazionale.

Una comunità della sicurezza sempre più divisa

L’atteggiamento del presidente Trump tende a dividere ancora di più la comunità della sicurezza nazionale. Non solo stiamo osservando uno scollamento dell’élite militare (tra cui quello tradizionalmente espresso nei confronti di candidati repubblicani in campagna elettorale: 500 generali e ammiragli in pensione sostennero Mitt Romney; Trump fu sostenuto da 88), espresso anche da ripetuti appelli al presidente, di cui ultima è la lettera del 5 marzo.

Tra le altre, due anni fa, in campagna elettorale, cinquantacinque alti ufficiali, in pensione e non, in una lettera definirono Trump come inadatto al suo futuro ruolo di comandante in capo a causa del suo atteggiamento aggressivo e misogino che avrebbe minato il delicato rapporto tra esercito americano e la sua componente femminile, a cui si aggiunge un rapporto controverso e a volte addirittura antagonistico con le compagini di transgender, veterani e componenti etniche dimostrato già in campagna elettorale.

Non solo. La comunità scientifica, la cui veridicità delle affermazioni per la prima volta nella storia americana viene messa pubblicamente in discussione da parte dell’apparato della sicurezza, ha tradizionalmente partecipato attivamente ai progetti di sicurezza nazionale, con agenzie quali la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) o la National Aeronautics and Space Administration (NASA), dai tempi del progetto Manhattan fino a un’epoca (oggi) sempre più caratterizzata dal complesso rapporto tra sicurezza e Rivoluzione in Affari Militari e alla sempre più complessa integrazione dei sistemi strategici, operativi e tattici.

Problema più complesso è quello del rapporto con il Congresso. Proprio quest’ultimo sta diventando un supporto sempre più solido, sostenuto dall’apparato militare, verso una definizione condivisa del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale. Circa un anno fa, a gennaio 2018, centosei membri del Congresso di entrambi gli schieramenti scrissero a Trump per includere nella National Security Strategy (NSS) anche il cambiamento climatico quale vettore di minaccia (la NSS a partire da ora sostituisce la Quadrennial Defense Review, un passo verso la semplificazione del complesso sistema di documenti strategici americani. Tuttavia, a differenza della Quadrennial Defense Review, la National Security Strategy è classificata) assieme alle armi di distruzione di massa, minacce biologiche, migrazioni, cyberwarfare e terrorismo.

Se i principali documenti strategici della superpotenza non passano più attraverso il Congresso, ma da organi più o meno dipendenti dalla nomina presidenziale (la Quadrennial Defense Review è del Dipartimento della Difesa, la National Military Strategy dagli Stati maggiori riuniti – Joint Chiefs of Staff), ciò accentua ancora di più lo scollamento all’interno dell’apparato della sicurezza americano. Infatti, la legge federale, poi firmata dallo stesso presidente, che specifica il budget allocato per il Dipartimento della Difesa per l’anno fiscale, oltre a definire il cambiamento climatico come “direct threat” alla sicurezza nazionale e ad elencare le aree geografiche maggiormente colpite, chiede anche la futura redazione di un report sugli effetti del cambiamento climatico sulle installazioni militari e i comandi combattenti unificati dislocati a livello globale; cosa che è stata fatta e puntualmente è stata resa pubblica da parte del Dipartimento della Difesa nel gennaio 2019.

Il 12 marzo giunge un’altra risposta alla sfida: il comitato delle Relazioni estere del Senato americano (Senate Foreign Relations Committee) propone il Climate Security Act del 2019, contenente una serie di indicazioni per un approccio interdipartimentale e scientifico per la sicurezza, anche se principalmente dedicato al Dipartimento di Stato, ma con la collaborazione espressa, tra gli altri, della NOAA, il Dipartimento della Marina, il Dipartimento dell’Aeronautica. L’obiettivo del comitato è di consigliare il Presidente sulle dinamiche complesse che legano cambiamento climatico, i suoi effetti e le azioni da intraprendere, oltre a ridurre l’impatto antropogenico e migliore l’adattamento e la resilienza.

Degna di nota è anche la proposta di istituzione di un Rappresentate Speciale per l’Artico. Si prospetta dunque un ulteriore banco di prova per testare le relazioni tra potere presidenziale, civili e militari negli Stati Uniti nei mesi a venire.

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