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TematicheMedio Oriente e Nord AfricaIl Marocco negli Accordi di Abramo

Il Marocco negli Accordi di Abramo

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Tra i cambiamenti geopolitici più importanti degli ultimi anni, gli Accordi di Abramo rivestono sicuramente un ruolo di primo piano. L’accordo, firmato nel settembre del 2020 a Washington dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dal Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti (EAU) Abdullah bin Zayed al-Nahyan e dal Ministro degli Esteri del Bahrain Abdullah bin Rashid al-Zayani, fu anche uno dei più importanti lasciti dell’amministrazione americana di Donald J. Trump, ardente sostenitore di questo inatteso capovolgimento delle alleanze che segnava se non la fine, quanto meno l’assopimento del “fronte del rifiuto” di retaggio novecentesco che contrapponeva Israele a diversi Stati arabi.

In un certo senso gli Accordi di Abramo hanno contribuito a portare la regione nel nuovo millennio, ponendo le basi per un superamento di preconcetti datati e infondendo un nuovo spirito di collaborazione di cui la regione è cronicamente carente (Nicolucci e Profazio, 2021) [1]. Allo stesso tempo, occorre riconoscere l’impronta fortemente politica dell’operazione abilmente condotta dall’amministrazione americana. L’inattesa convergenza tra Abu Dhabi, Manama e Tel Aviv va infatti inquadrata nelle direttrici di politica estera seguite da Trump durante il suo mandato. Da una parte la creazione di un sistema di alleanze che fungesse da contrappeso all’ascesa di Teheran e al tempo stesso facesse da coadiuvante alla strategia della ‘pressione massimale’ adottata da Washington; dall’altra, il consolidamento del fronte contro-rivoluzionario volto al ripristino dello status quo ante dopo i sollevamenti delle Primavere arabe, in nome di una stabilità di stampo prettamente autocratico e fortemente avversa all’Islam politico il cui dilagare nella regione è stato un tratto distintivo del periodo successivo al parziale e reversibile rovesciamento dell’ancien régime.

Un’inclusione transazionale

Tra i diversi Paesi che sono stati accostati alla lista degli Stati interessati a partecipare agli Accordi di Abramo, il Marocco rappresentava certamente un candidato potenziale. Da tempo, la diplomazia personale di Trump stava preparando il terreno per il ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Rabat e Tel Aviv (Chtatou, 2021) [2]. L’azione svolta dal principale architetto degli Accordi di Abramo, il consigliere speciale nonché genero del Presidente americano Jared Kushner, è indicativa dell’interesse di Washington affinché il Marocco potesse ripercorrere le orme di Bahrain ed EAU. A pochi giorni dall’annuncio del sopraggiungere degli Accordi di Abramo ad agosto 2020, Kushner era atteso a Rabat e Riyadh, mentre l’ex Segretario di Stato americano Mike Pompeo iniziava il lungo tour regionale che lo avrebbe portato in Arabia Saudita, Bahrain, Israele, Oman e Sudan (Profazio, 2020) [3].

Mentre fonti ufficiali americane insistevano sulla possibilità che almeno un altro Paese si potesse aggiungere alla lista dei partecipanti, l’esigenza di consolidare tale fronte prima della scadenza elettorale rappresentata dalle presidenziali americane del 3 novembre 2020 costrinse Washington ad adottare un approccio puramente transazionale, piuttosto congeniale all’impostazione strategica dell’allora inquilino della Casa Bianca. Il 23 ottobre 2020 quindi fu la volta del Sudan, in piena transizione a seguito della caduta del presidente Omar al-Bashir dopo il sollevamento popolare del 2018-2019, a dare il proprio assenso per l’inclusione negli Accordi di Abramo. Il Consiglio Sovrano accettò di normalizzare i rapporti diplomatici con Israele solo dopo aver ottenuto rassicurazioni riguardo la rimozione di Khartoum dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo internazionale (Steinhauser, Bariya, 2020). La relativa debolezza del regime transitorio sudanese fu quindi condizione necessaria e sufficiente per la sua inclusione nel fronte della normalizzazione, essendo Khartoum alla disperata ricerca di riconoscimento internazionale a seguito della sopraggiunta crisi istituzionale. 

Il modello negoziale adottato, che può essere ricondotto ad una revisione contemporanea del do ut des, fu applicato successivamente con il Marocco. Nel caso specifico, ampie rassicurazioni vennero date a Rabat sul Sahara Occidentale, pietra angolare della politica estera marocchina e già oggetto di negoziazioni con l’amministrazione Trump. Infatti, nel 2018, il Makhzen aveva dato il suo assenso all’interruzione dei rapporti diplomatici con l’Iran, dopo che il governo marocchino aveva accusato il gruppo paramilitare sciita libanese Hezbollah (che funge da proxy di Teheran nel Levante) di aver rifornito il Fronte Polisario di armamenti (Cafiero, 2021) [4]. Nonostante quest’ultima decisione di Rabat potesse soddisfare pienamente i desiderata americani, l’ulteriore pressione diplomatica di Washington al fine di spingere il Marocco verso la normalizzazione con Israele risultò quantomeno inefficace. Emblematica fu in questo caso la visita di Pompeo a Rabat il 5 dicembre 2019: nonostante l’agenda prevedesse un incontro tra l’allora segretario di Stato americano e Mohammed VI, il colloquio non avvenne, presumibilmente per non dare adito alle speculazioni di stampa circa un riavvicinamento tra Rabat e Tel Aviv (Profazio, 2019) [5]. Bisogna notare infatti che il giorno prima della sua visita in Marocco, Pompeo ebbe un inatteso incontro con Netanyahu a Lisbona, che avrebbe sollevato molti interrogativi a Rabat, soprattutto nella coalizione di maggioranza governativa, dove il Parti de la Justice et du développement (PJD) aveva ed ha tuttora grosse riserve su ogni ipotesi di riavvicinamento a Tel Aviv.

Le ambiguità dell’opposizione interna

Evidentemente nel corso del 2018-2019 i tempi non erano considerati ancora maturi dalle autorità marocchine per ogni ipotesi di normalizzazione dei rapporti con Israele, anche in considerazione della prevedibile opposizione interna. Sul piano domestico, occorre sottolineare la forte ambiguità della leadership del PJD di fronte alla questione della normalizzazione dei rapporti con Israele. L’allora partito di maggioranza aveva notevoli difficoltà a digerire tale riavvicinamento, in considerazione della sua estrazione islamista e, di conseguenza, della sua sensibilità alla causa palestinese (Ketti, 2021) [6]. Al riguardo occorre ricordare la polemica successiva alle parole pronunciate dal Primo Ministro, nonché Segretario Generale del PJD Saadeddine el-Othmani nel corso dell’incontro congressuale del partito il 23 agosto 2020. In tale occasione, commentando sui preannunciati Accordi di Abramo, Othmani dichiarò di essere contrario ad ogni ipotesi di normalizzazione con Israele, aggiungendo che una tale mossa potrebbe incoraggiare Tel Aviv “a spingersi oltre nel violare i diritti del popolo palestinese” (Profazio, 2020). Sorprendentemente, alcuni giorni dopo, il Primo Ministro ritrattò, affermando che i suoi commenti erano stati fatti in qualità di leader del PJD e non come capo del governo in carica.

Il parziale rovesciamento della precedente posizione trova spiegazione nella centralità del Makhzen all’interno del sistema istituzionale del Marocco. Nonostante le riforme adottate sull’onda lunga del sollevamento popolare del 2011, la monarchia alauita continua a rivestire un ruolo importante nell’elaborazione delle politiche del regno, soprattutto in ambito di politica estera. Per tale motivo, nonostante il mandato popolare ricevuto in diverse tornate elettorali, il PJD ha sempre preferito adottare una posizione accomodante nei confronti delle scelte di Mohammed VI, evitando ogni genere di contrapposizione che potesse nuocere al partito islamista, anche in considerazione di una congiuntura regionale nettamente sfavorevole ai partiti vicini alla Fratellanza Musulmana dopo il 2013. 

Nel caso specifico, Othmani ed il PJD furono costretti a fare buon viso a cattivo gioco, soprattutto a seguito dell’annuncio da parte di Trump della normalizzazione delle relazioni diplomatiche bilaterali tra Israele e Marocco congiuntamente al riconoscimento americano della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, avvenuto il 10 dicembre 2020. Evidentemente, agli occhi della leadership del PJD, un approccio conflittuale al problema della normalizzazione con Israele avrebbe sicuramente compromesso ogni chance di ottenere un risultato soddisfacente alle elezioni generali del settembre successivo, oltre a far sfumare ogni ipotesi di riconoscimento internazionale del controllo di Rabat sul territorio conteso, sul quale il PJD non ha mai manifestato alcuna contrarietà. I calcoli si sono tuttavia rivelati errati, come dimostrato dai risultati della tornata elettorale dell’8 settembre 2021, che hanno segnato una sonora sconfitta del PJD, relegando il partito islamista all’opposizione per la prima volta in dieci anni.

Lo scongelamento del conflitto nel Sahara Occidentale

La débâcle elettorale del PJD in Marocco e le difficoltà a cui sta andando incontro il partito post-Islamista Ennahda in Tunisia, a seguito del manifestarsi di pulsioni autoritarie nel Paese considerato culla delle Primavere arabe, sono sintomo di un malessere diffuso all’interno della variegata galassia dell’Islam politico (Bobin, 2021). Fenomeno comune a tutta la regione, il lento declino delle formazioni politiche legate alla Fratellanza Musulmana fa da contraltare all’emergere di un nuovo paradigma rappresentato dalla normalizzazione dei rapporti con Israele, attorno al quale si vanno configurando nuove geometrie regionali. A tal fine occorre ricordare come ben prima della scelta di Trump di riconoscere la sovranità di Rabat sul Sahara Occidentale, l’azione diplomatica degli Stati del Golfo era già ampiamente volta in questa direzione. La decisione degli EAU di aprire un consolato a Laayoune, nel Sahara Occidentale, il 4 novembre 2020, costituiva un precedente ben preciso in materia, che preparava al tempo stesso il terreno di coltura per un improvviso innalzamento delle tensioni regionali (IISS, 2021) [7].

L’esempio degli EAU, primo stato arabo a riconoscere implicitamente il controllo di Rabat sul territorio conteso, fu immediatamente seguito dal Bahrain e dalla Giordania, a conferma del profilarsi di un fronte regionale i cui fattori comuni erano non solo la normalizzazione dei rapporti con Israele e la comune propulsione contro-rivoluzionaria, ma anche la matrice monarchica dei partecipanti. Gli stessi governi diedero immediatamente sostegno alle operazioni militari condotte dalle Forces Armées Royales (FAR, l’esercito marocchino) contro membri del Fronte Polisario a Guerguerat, nella zona tampone tra il territorio occupato dal Marocco (conosciuto con il nome di Provincie Meridionali) ed il confine con la Mauritania. Fu solo a seguito di tali operazioni che il Fronte Polisario annunciò il 14 novembre 2020 la fine del cessate il fuoco in vigore dal 1991 e la ripresa dei combattimenti per la liberazione del Sahara Occidentale. Come era abbastanza prevedibile, l’approccio transazionale alla normalizzazione da una parte e le tensioni sotterranee tra il Fronte Polisario e Rabat dall’altra, posero quindi le premesse per lo scongelamento del conflitto nel Sahara Occidentale (Profazio, 2021) [8], con inevitabili ripercussioni nei rapporti bilaterali tra le principali potenze del Maghreb: l’Algeria (in qualità di principale e storico sponsor del Fronte Polisario) da una parte e il Marocco dall’altra.

Il graduale deterioramento dei rapporti con l’Algeria

L’estrema volatilità della situazione politica interna in Algeria, a seguito del sollevamento popolare dell’Hirak che nel corso del 2019 causò la fine della lunga presidenza di Abdelaziz Bouteflika, fu tra le principali cause della flebile reazione di Algeri di fronte al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra Israele e Marocco da una parte ed ai primi segnali di una ripresa del conflitto nel Sahara Occidentale dall’altra. Preoccupato principalmente di condurre una rapida transizione che soddisfacesse appieno la domanda di rinnovamento proveniente dalle proteste popolari, e che sfociò nella revisione costituzionale approvata dal referendum del 1° novembre 2020, il regime algerino sembrò in un primo momento poco preoccupato da questo improvviso rovesciamento delle alleanze regionali. Evidentemente, il riavvicinamento tra Rabat e Tel Aviv era considerato puramente strumentale e volto al riconoscimento diplomatico puramente formale della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, mentre la ripresa di un conflitto a bassa intensità veniva giudicato come l’esito più probabile della fine del cessate il fuoco tra il Fronte Polisario e il vicino regno alauita. 

Tuttavia, il progressivo consolidamento dell’asse tra Israele e Marocco ha iniziato a sollevare ben più di qualche preoccupazione ad Algeri, specie a seguito della visita del Ministro degli Esteri israeliano Yair Lapid a Rabat nel corso dell’agosto del 2021 (Profazio, 2021) [9]. Simbolo di una volontà evidente di elevare i rapporti bilaterali, la visita si accompagnò alla ripresa dei voli diretti tra i due Paesi, oltre ad una serie di accordi volti a incrementare gli scambi commerciali e il turismo. In un’ottica più prettamente strategica, non mancò di sollevare clamore invece la firma di un accordo di cooperazione sulla difesa cibernetica tra Israele e Marocco, circa un mese prima dalla visita di Lapid. Per una casuale coincidenza, all’annuncio dell’accordo fecero seguito le rivelazioni del Progetto Pegasus da parte delle organizzazioni non-governative Forbidden Stories e Amnesty International. L’indagine, che si concentrò sul ruolo svolto dalla società israeliana NSO Group Technologies nella sorveglianza e nelle intercettazioni di numerosi attivisti e dissidenti da parte di regime autoritari, prese particolarmente di mira il Marocco, accusato di aver usato lo spyware Pegasus fornito dalla NSO non solo ad uso interno, ma anche per operazioni di intelligence rivolte a Paesi amici (come la Francia) e rivali (quali l’Algeria) (Profazio, 2021) [10].

Conclusioni: verso nuovi equilibri nel Maghreb

Le rivelazioni del Progetto Pegasus dimostrano quindi che la convergenza tra Israele e Marocco era cominciata ben prima dell’inclusione di Rabat negli Accordi di Abramo, producendo tuttavia una serie di esternalità negative che avrebbero in un secondo momento contribuito al rapido deterioramento delle relazioni con l’Algeria. È interessante al riguardo osservare come, a dispetto delle attese, non è stato tanto il riaccendersi delle tensioni nel Sahara Occidentale ad aver causato la reazione del regime algerino, storicamente sensibile alla causa indipendentista del popolo sahraui; piuttosto è il sempre più pronunciato allineamento tra Israele e Marocco a causare forti preoccupazioni ad Algeri, soprattutto nell’eventualità che tale collaborazione possa comportare un cambiamento negli equilibri di potenza in prospettiva futura. La recente visita del Ministro della Difesa israeliano Benny Gantz a Rabat il 24 novembre scorso e la firma di una serie di accordi di cooperazione militare, va di pari passo con l’acquisizione da parte di Rabat di armamenti di produzione israeliana sempre più sofisticati (Saballa, 2021) [11], in grado di ribaltare le gerarchie militari nel Maghreb, che vedono finora l’Algeria in sostanziale vantaggio.

Umberto Profazio

Note:

[1]  In un certo senso, l’età della normalizzazione può sembrare un concetto suggestivo per spiegare gli sviluppi avvenuti in Medio Oriente e Nord Africa negli ultimi due anni, prendendo in considerazione non solo gli Accordi di Abramo, ma anche diversi avvenimenti importanti. Tra questi occorre segnalare il summit di al-Ula del gennaio 2020, che ha segnato una svolta nella crisi del Golfo, ricomponendo la frattura tra il Qatar e gli altri membri del Gulf Cooperation Council (GCC); la ripresa dei negoziati a Vienna per infondere nuova linfa all’accordo sul nucleare iraniano, noto anche con il nome di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA); negoziati diretti tra Egitto e Turchia per avviare una distensione dei rapporti bilaterali e giungere ad una soluzione condivisa alla crisi in Libia e nel Mediterraneo orientale; la spinta diplomatica di diversi stati, soprattutto nel Golfo, per normalizzare le relazioni diplomatiche con il regime siriano di Bashar al-Assad, duramente ostracizzato durante la guerra civile; e contatti diretti tra Arabia Saudita e Iran. Tuttavia, è ancora presto per dare un giudizio definitivo su questa spinta alla normalizzazione, ma pare evidente che si stia assistendo ad un graduale riassestamento degli equilibri regionali dopo dieci anni di sconvolgimenti dettati dalle Primavere arabe.
[2]  Occorre infatti ricordare che Israele e Marocco hanno avuto rapporti diplomatici ufficiali fino al 2000. Nel 1994, subito dopo gli accordi di Oslo, re Hassan II accettò infatti di instaurare relazioni con Israele tramite l’apertura di missioni diplomatiche a livello di incaricati di affari. Tuttavia, lo scoppio della seconda Intifada tra israeliani e palestinesi sei anni dopo portò all’interruzione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv.
[3] Nonostante la pressione diplomatica americana si concentrasse principalmente sul regno saudita, la cui potenziale inclusione avrebbe potuto fare assumere agli Accordi di Abramo una dimensione ancora maggiore, visto il peso specifico di Riyadh per negli equilibri regionali, il rifiuto dei vertici sauditi costringeva i diplomatici americani a cercare altri candidati da aggiungere al fronte della normalizzazione in via di costituzione. 
[4] Accuse queste scarsamente circostanziate, il cui fine era evidentemente ingraziarsi l’amministrazione americana all’epoca fortemente interessata a costituire un fronte più ampio possibile contro l’Iran ed il suo network di gruppi armati nella regione. 
[5] Pompeo incontrò invece il Primo Ministro Saadeddine el-Othmani, il Ministro degli Estero Nasser Bourita ed il direttore generale della Direction Générale de la surveillance du territoire (DGST) Abdellatif Hammouchi. 
[6] Da segnalare in tale contesto la visita del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Rabat il 16 giugno 2021. Organizzata alcune settimane dopo il cessate il fuoco siglato tra Israele e il gruppo palestinese, la visita fu organizzata a seguito dell’invito dei vertici del PJD rivolto ad Haniyeh, che incontrò l’assenso reale. Nonostante tutto, sembrerebbe trattarsi di un ennesimo caso di diplomazia parallela adottata spesso dai partiti islamisti durante le loro funzioni di governo e che trova una certa corrispondenza con analoghe iniziative prese in passato da Ennahda in Tunisia.
[7] The Western Sahara risks becoming a new hotspot to watch in 2021, as a frozen conflict reaches its melting point”.
[8] Assieme a una serie di fattori strutturali che stanno producendo focolai di tensione nel quadrante est del Mediterraneo (ci si riferisce in questo caso particolarmente alla crisi in Libia ed alle tensioni sotterranee nel Mediterraneo orientale), lo scongelamento del conflitto nel Sahara Occidentale fornisce un’ulteriore spinta all’attuale riallineamento delle alleanze nell’intera regione.
[9] Fu solo a seguito di questa visita ed alle polemiche che ne conseguirono che le tensioni tra Algeria e Marocco aumentarono, culminando nell’annuncio da parte di Algeri dell’interruzione delle relazioni diplomatiche con Rabat. L’annuncio fu accompagnato da una serie di misure di ritorsione come l’interruzione delle forniture di gas tramite il gasdotto Maghreb-Europe Gas Pipeline, che rifornisce la Spagna attraversando il territorio marocchino.
[10]  L’accordo, firmato tra l’Israel National Cyber Directorate (INCD) e la Direction Générale de la Sécurité des Systèmes d’Information (DGSSI), fu siglato durante la visita ufficiale del direttore generale dell’INCD Yigal Unna a Rabat. Durante la sua visita, Unna incontrò il capo della DGSSI el-Mostafa Rabii e il Ministro della Difesa marocchino Abdellatif Loubiy. L’accordo prevede una cooperazione operativa tra i due Paesi, oltre a progetti congiunti di ricerca e sviluppo e la condivisione di informazioni e conoscenze in materia cyber.
[11] Il Marocco è da tempo impegnato in un’operazione di rinnovamento dei suoi sistemi di difesa. Particolare attenzione è volta alla modernizzazione delle forze aere ed all’acquisizione di droni, il cui uso diviene sempre più frequente nel Sahara Occidentale. In tale contesto, occorre ricordare come il primo attacco aereo con uso di droni nell’area è avvenuto il 6 aprile 2020, quando il capo della gendarmeria del Fronte Polisario Addah al-Bendir è stato ucciso nei pressi di Tifariti dalle FAR. Fonti di stampa hanno confermato l’utilizzo di un drone Harfang, di co-produzione franco-israeliana per localizzare il bersaglio. Di recente invece è stata confermata l’acquisizione da parte del Marocco di un Sistema di difesa aerea anti-droni Skylock Dome System, di produzione israeliana.

Riferimenti bibliografici:

Bobin F. (2021). Au Maroc et en Tunisie, l’islam politique subit de sévères déconvenues. in lemonde.fr (https://bit.ly/3zDY1Ik).

Cafiero G. (2021), Why US-Algeria relations are at their lowest point in years. in trtworld.com (https://bit.ly/3n7nrZx).

Chtatou M. (2021). Understanding Moroccan “Normalization” with Israel. Fikra Forum (https://bit.ly/3HOXVAr).

Ketti S. (2021). Au Maroc, le leader du Hamas se concerte avec la classe politique avec l’aval du roi. in /ledesk.ma (https://bit.ly/3t5YWzP).

The International Institute for Strategic Studies (IISS) (2021). Armed Conflict Survey 2020. Londra: Routledge.

Nicolucci F. e Profazio U. (2021). Arab Geopolitics 2021. How and with whom?. Background Policy Paper, NATO Defense College Foundation (https://bit.ly/32Z5wxp).

Profazio U. (2019). Facing sensitive requests, Morocco draws red lines. Maghreb Strategic Trends, NATO Defence College Foundation (https://bit.ly/3qV833z).

Profazio U. (2020). The uneasy triangulation between Israel, Morocco and the US. Maghreb Strategic Trend, NATO Defense College Foundation (https://bit.ly/3qWECOK).

Profazio U. (2021), Remote warfare spreads to Western Sahara, Maghreb Strategic Trends, NATO Defense College Foundation (https://bit.ly/3FapTVo).

Profazio U. (2021). Oil politics set to worsen the Maghreb rift. Maghreb Strategic Trends, NATO Defence College Foundation (https://bit.ly/3G1qUjT).

Profazio U. (2021). The externalities of the alignment between Israel and Morocco. Maghreb Strategic Trends, NATO Defense College Foundation (https://bit.ly/3r2adi9).

Profazio U. (2021). Structural challenges and paradigm shifts: the new geopolitics of the Mediterranean Sea. The European Centre of Excellent for Countering Hybrid Threats (https://bit.ly/3HKjulz).

Saballa J. (20121). Morocco acquires Israeli Skylock Dome System. in thedefensepost.com (https://bit.ly/3t1SHNw).

Steinhauser G. e Bariya N. (2020). Israel-Sudan Deal: Sudan Removed from U.S. Terrorism List. in wsj.com (https://on.wsj.com/3n8yL7I).

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