Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066

I ragazzi giocano alla guerra (…). Io so (tutti lo sanno) che la sconfitta ha una dignità che la strepitosa vittoria non merita, ma so anche immaginare che quel gioco, che abbraccia più di un secolo e un continente, scoprirà l’arte divina di disfare la trama del tempo o, come disse Pietro Damiano, di modificare il passato. Se ciò accade, se nel corso dei lunghi giochi il Sud umilia il Nord, l’oggi graviterà sullo ieri e (…) gli ottomila sassoni di Hastings sconfiggeranno i normanni come prima avevano sconfitto i norvegesi.
J.L. Borges, Appunto per un racconto fantastico

Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066 - GEOPOLITICA.info

 

Odo di Bayeux chiamato anche Odone o Oddone di Conteville – vescovo della diocesi di Bayeux – fissa l’“Arazzo della regina Matilde” da lui stesso commissionato.

Lo sguardo si sposta sulle diverse scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini: nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert; alla tavola imbandita; nel tumulto della mischia, mentre cerca di riportare – brandendo il nodoso bastone del comando – l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria; la ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere e con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati, ma nulla può riprodurre l’assordante rumore che precede e accompagna lo scontro e il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata e il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia, con i suoi baroni aveva cominciato a reclutare uomini e a fare preparativi per invadere l’Inghilterra. Punta al trono dell’Isola, fondando le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il confessore. Per la sua impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II, assicuratogli da Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni possono issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi “due leopardi passanti non maculati.”

Il Duca ha già dimostrato di essere un esperto combattente, un tattico in grado di usare la cavalleria con la fanteria e gli arcieri: la sua perizia e il suo coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Dodront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head dove viene raggiunta dal resto della flotta; quindi i normanni costeggiano l’isola verso Est, trovando a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio, ma il vento contrario e il mare mosso hanno costretto William a rimandare la partenza. Di fatto questo inconveniente giocherà a suo favore, perché, con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte nessuno più si aspetta l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. Al contrario, l’entroterra non è dei più idonei per un’eventuale battaglia, così William muove l’esercito un po’ più a Est, accampandosi a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta, per due settimane, in attesa di notizie dal lontano Nord circa l’esito del confronto tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra Harold (incoronato – con il sostegno della nobiltà anglosassone – il precedente 5 gennaio, lo stesso giorno del funerale di Edward): per i normanni uno spergiuro e un usurpatore.

I sassoni e i vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e impugnando un’ascia bipenne, da solo, cerca di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkir, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde (“lo Spietato”) di posizionare le proprie truppe sulle alture circostanti, lasciando avvicinare i nemici, costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante siano disposti in questa favorevole formazione, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni hanno così respinto l’invasione vichinga appoggiata anche da Tosting, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del loro nuovo re. Al termine della giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

La sostanziale contemporaneità dell’attacco sferrato da William di Normandia a Sud con quello dei Norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale ma dovuta a un preciso piano. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, nonostante siano provati dal duro confronto coi norvegesi, si dirigono a tappe forzate direttamente verso il Sud. Giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex, il 13 ottobre, dopo aver compiuto una breve sosta vicino a Londra per cercare di riorganizzarsi.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman nel suo The art of war in the Middle Ages (1885) nota che, invece di aspettare la leva di tutto il regno, Harold ritiene di potersi frapporre tra William e la Capitale solo con le truppe a sua disposizione: i fyrd (6500 uomini della leva feudale) e la milizia velocemente mobilitata dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Ma gli uomini su cui conta davvero sono gli housecarl e i theng della sua personale guardia del corpo: 800 uomini, coperti di ferro e fin da giovanissimi addestrati a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia lunga circa un metro e mezzo, con una lama di oltre 25 centimetri; un colpo diretto di quest’arma, che può essere usata con una o due mani, è tremendo e in grado di uccidere sia il cavaliere che la cavalcatura.

La loro forza personale e l’esprit de corp li rendono avversari formidabili

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata; ma in tutto ciò risiede anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, sono obbligati a mantenere la posizione e a serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere” sono chiaramente svantaggiati perché incapaci di rispondere adeguatamente alla minaccia e di raggiungere questi nemici che si possono ritirare senza subire danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill – nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese – parlando proprio della battaglia di Hastings, accenna a una controversia tra gli studiosi, e cioè se i sassoni abbiano fatto bene a cercare subito lo scontro oppure se fosse stato preferibile – dal loro punto di vista – scegliere una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco.

Churchill, a differenza di Oman, sposa l’idea che per i sassoni dare subito battaglia sia una scelta quasi obbligata, stante la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto, intercettandolo nel sito che oggi si chiama appunto Battle (circa 10 km a nord-ovest di Hastings).

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove strada per Londra costeggia la foresta di Weald.

Si tratta di una forte posizione difensiva. Harold fa assiepare i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una densa formazione, che ritiene non possa essere accerchiata e in grado di resistere saldamente agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore dei sassoni è alto: gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per difendere il loro re, le famiglie e il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

La faccia di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso in realtà non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame ritmicamente percuotono gli scudi.

A sua volta, William schiera l’esercito. Lo fa in tre corpi paralleli. In gergo “Battaglie”. Alla sua sinistra dispone 2000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. Alla destra i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern (circa 1500 uomini). Tiene per sé il centro con il grosso dei suoi cavalieri normanni (circa 4000 uomini). Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi “corpi” è composto sia da fanteria che da cavalleria.

A loro volta ognuna delle tre ali contiene tre linee, in questo ordine: arcieri e balestrieri (l’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato; queste armi, come anche il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale), fanti pesanti e cavalieri corazzati (con usbergo lungo fino al ginocchio e con maniche fino al gomito, armati con la lancia da otto piedi).

Martin van Creveld – nel suo Command in war – ci spiega che William usa un rudimentale sistema di comunicazione basato su “bandiere” e stendardi per impartire i suoi ordini e coordinare l’azione del suo esercito.

Tra i due schieramenti scorre un basso corso d’acqua, l’Asten, niente più di un ruscello, che non disturba, se non marginalmente, le manovre.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si  fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutte due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

L’azione viene “aperta” dagli arcieri, nel momento in cui la formazione normanna si slancia all’attacco. Sono circa le 9.00. A questa mossa i difensori sassoni non possono rispondere fino a quando la prima linea nemica non giunge a tiro dei giavellotti. Il primo attacco degli invasori, si dimostra incapace di scardinare il muro di scudi. Allora il duca William lancia la sua cavalleria: l’azione normanna avviene sui lati, dove la pendenza è meno forte, e dove quindi si può salire con la speranza di entrare rapidamente in contatto con gli inglesi per aprire un varco tra le loro file. L’avanzata risulta però più lenta del previsto e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. In particolare, i bretoni cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta: i fyrd, che li fronteggiano vedendo il nemico in fuga, abbandonano le loro posizioni di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Una volta scesi dal costone sono a loro volta facile preda della cavalleria che ne fa strage. Comunque, è in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca, oltre a smentirla sollevando l’elmo in modo che tutti possano vederne il volto (i lineamenti sono nascosti dall’ampio nasale dell’armatura), chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: sembra impossibile stanare gli inglesi dalla cima del costone.

Dopo vari tentativi falliti, e memore del successo iniziale ottenuto quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura completamente indifesi di fronte alla cavalleria avversaria, decide di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Questo approccio, lentamente, comincia a dare i suoi frutti, aprendo delle falle nello schieramento sassone almeno in due successive occasioni; ma il corpo centrale dell’esercito di Harold resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della sua cavalleria pesante supportata dal fuoco degli arcieri. Questa azione congiunta si dimostra in grado di infliggere pesantissime perdite ai sassoni che, pur difendendosi sia sul davanti che sui fianchi, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti houscarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a conquistare la giornata: l’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci che vengono così messi in fuga versa la foresta retrostante.

L’arazzo immortala per sempre questo momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato, denudato e massacrato: stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini uccisi.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesantemente armata schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo grazie all’uso combinato di arcieri e cavalleria. Ad Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduce della battaglia di Stamford Bridge; assieme al re Harold cadono anche i suoi fratelli, Leofwin e Gyrth.

Sul luogo dello scontro, per rendere grazie a Dio per la vittoria, William costruirà un’abbazia

La battaglia di Hastings costituirà l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra: il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si farà incoronare nell’abbazia di Westminster a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra (dove è in grado di imporre la totale feudalizzazione partendo da zero, dal momento che tutte le terre di nuova conquista appartengono solo al re).

Se volessimo rileggere questa battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui (i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti), potremmo affermare che William è riuscito a trionfare perché, meglio dei suoi avversari, si è dimostrato un genio pionieristico in grado di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana riporta migliaia e migliaia di battaglie (e spesso lo fa in modo capriccioso) ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera precedente alla battaglia di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, presso “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola cui presero posto i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono Imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard (dello Stato maggiore del IV Corpo) disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Un paio di secoli dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni più o meno analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni», generando onde durature che si infrangono a distanza di molto tempo da quando la prima onda di orrore e ferocia si è alzata dal campo di battaglia.

Tra gli scontri generatori di storia, in grado di segnare uno spartiacque, di mutare traiettorie geopolitiche c’è certamente quello in cui si batterono i sassoni contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings nell’autunno del 1066.