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Il legame atlantico tra Stati Uniti e Regno Unito passa per l’Irlanda

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La destinazione del primo viaggio diplomatico del presidente americano Joe Biden è stato il Regno Unito. Certo, il viaggio europeo era quasi scontato: in programma c’era l’incontro dei leader mondiali del G7 in Cornovaglia, il summit NATO ed era previsto anche il vertice con Vladimir Putin a Ginevra. Ma la scelta del nuovo inquilino della Casa Bianca di atterrare con ore di anticipo in terra britannica per dialogare con il premier Boris Johnson si può definire un segnale. L’asse tra Londra e Washington si conferma essere ancora saldo, come dimostrato dalla firma di una nuova Carta Atlantica ma il nodo nordirlandese rimane una questione spinosa. 

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Per usare le stesse parole del primo ministro inglese in un’intervista rilasciata alla Bbc, quella tra gli Stati Uniti e il Regno Unito «è una relazione non solo speciale ma indistruttibile». I due leader, il 10 giugno, hanno «riaffermato il loro impegno a lavorare insieme per realizzare la nostra visione per un futuro più prospero e pacifico» siglando la “New Atlantic Charter”. Una nuova Carta Atlantica dopo la prima, firmata nel 1941 dall’idolo di BoJo, Winston Churchill, e da Franklin D. Roosevelt. In pieno secondo conflitto mondiale quell’incontro, di fatto, pose le fondamenta del nuovo ordine internazionale post-conflitto, tra cui più o meno indirettamente la nascita della NATO, delle Nazioni Unite e dell’Organizzazione mondiale del commercio. Nel 2021, a distanza di 80 anni, i protagonisti sono invece diversi: Biden e Johnson. Per certi versi agli antipodi, tanto che fino a qualche mese fa l’inglese veniva visto dal primo come una copia mal riuscita di Donald Trump. Nonostante le inevitabili differenze hanno messo nuovamente per iscritto l’alleanza tra i loro paesi, basata sulla comunanza dei valori e dei principi democratici. Un gesto forse simbolico, cercato e voluto più da Downing Street, ma alla fine ben voluto anche dalla Casa Bianca. 

Nel documento si può leggere un elenco di punti su cui i due paesi si sono concentrati. Tematiche che vengono reputate fondamentali nella loro visione di mondo, a partire dalla difesa delle democrazie, dei diritti umani e passando per il rafforzamento della cooperazione internazionale come strumento di contrasto alle sfide globali. Merita particolare attenzione il terzo punto, in cui viene evidenziato sia il supporto ai principi di sovranità e alla risoluzione pacifica delle controversie, sia l’opposizione alle interferenze esterne come la disinformazione o altre influenze, sia la difesa alla libertà di navigazione e sorvolo dei mari.

Ampio spazio viene dato anche allo sviluppo tecnologico e della scienza, legata sempre ai valori democratici già menzionati, alla lotta al cambiamento climatico, agli sforzi per costruire un’economia globale inclusiva e alla consapevolezza di dover necessariamente collaborare per difendersi da eventuali altre minacce sanitarie. Il paragrafo più consistente è riservato, però, alla sicurezza internazionale, dal ruolo della NATO come «alleanza nucleare» alle minacce cyber e al terrorismo: «I nostri alleati e partner potranno sempre contare su di noi, anche se continuano a rafforzare le proprie forze nazionali». Un modo per ergersi e confermarsi a guida militare, prima ancora che politica, dell’Alleanza Atlantica e, mandando un messaggio all’altra potenza nucleare occidentale (la Francia), dettare gli equilibri interni dell’Occidente.

Una carta più o meno simbolica, sventolata usando il cappello storico di quella datata 1941. Un’iniziativa cercata in maniera più netta da Downing Street per continuare nell’opera di rilancio come player globale dopo l’uscita dall’Unione Europea. Tuttavia, alla fin fine, ben voluto anche dalla Casa Bianca che ha bisogno – in alcuni contesti – dell’alleato oltreoceano. In primis come argine alla Russia e ancora di più alla Cina. Assodato che le relazioni tra Londra e Mosca non siano mai state idilliache, non è un caso che nell’ultimo anno il Regno Unito si sia schierato in maniera così chiara nei confronti di Pechino. Lo dimostrano la ritirata governativa su Huawei per il 5G nazionale o le prese di posizione su Hong Kong e sugli Uiguri. Nel suo progetto di “Global Britain” dalle rinnovate ma anacronistiche velleità imperiali, Londra mira alla zona strategica dell’Indo-Pacifico attraverso accordi commerciali e l’aumento della presenza militare. Un’area dove proprio la collaborazione con gli Stati Uniti è destinata a crescere per esigenze reciproche.

La Gran Bretagna e il suo asse diretto con gli Stati Uniti, però, devono fare i conti con un problema tutto interno che minaccia di complicare sia l’integrità britannica che i saldi rapporti tra i due paesi: la questione nordirlandese. Il processo di pace nella regione settentrionale dell’isola di Smeraldo, dopo la Brexit, rischia concretamente di essere messo a repentaglio. Nelle infinite negoziazioni tra Bruxelles e Londra era stata stabilita l’attuazione del Protocollo sull’Irlanda del Nord, in cui le merci e i beni che viaggiavano dall’Ulster al resto del Regno Unito (e viceversa) sarebbero stati controllati nei rispettivi porti, e quindi ponendo di fatto una frontiera nel Mar d’Irlanda. Questo per non intaccare il mercato unico europeo e per evitare un confine terrestre duro nell’isola. Temendo di essere abbandonati al proprio destino, l’ira degli unionisti dell’Ulster è montata contro tale provvedimento, scatenando gravi episodi di violenza negli scorsi mesi. Uno dei motivi per il quale Downing Street sta disattendendo a quanto pattuito. 

Fin da prima del suo insediamento, il presidente Biden, di origini irlandesi, aveva espresso il suo interessamento alla questione, paventando anche la possibilità di ostacolare l’accordo di libero scambio tra i due paesi se l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 fosse stato messo in pericolo dalle scelte di Boris Johnson. A quanto riporta il Times, il POTUS, pochi giorni prima della visita in Europa, avrebbe ordinato ai suoi funzionari un rimprovero ufficiale, un “demarche” verso il governo di Sua Maestà per la decisione di non rispettare il Protocollo. Una mossa non comune tra paesi così alleati e vicini. Il 3 giugno, la diplomatica statunitense più alta in grado a Londra Yael Lempert, in una riunione con il negoziatore britannico David Frost, ha accusato Downing Street di “infiammare” le tensioni in Irlanda del Nord. Un sostegno forte, diretto ed esplicito alla pace in Irlanda da parte della Casa Bianca era arrivato nello stesso periodo anche tramite Jake Sullivan, consigliere Usa per la Sicurezza Nazionale. Una difesa a spada tratta di quel Belfast Agreement siglato proprio sotto la supervisione degli Stati Uniti.

Nel prossimo futuro Boris Johnson dovrà trovare una soluzione non facile al prevedibile problema nordirlandese creatosi in questi mesi. In caso contrario, la pressione statunitense potrebbe aumentare, oltre che l’instabilità del Regno Unito. Due fattori che precluderebbero a Londra ogni tentativo di elevarsi come attore di primo piano sulla scena globale.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

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