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#USA2024Il labirinto politico del Michigan

Il labirinto politico del Michigan

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Alla luce dei preoccupanti sondaggi che arrivano a Joe Biden da diversi “swing states”, è impensabile che l’eventuale strada verso la rielezione del capo di Stato non passi dal Michigan. Lo Stato, la cui storia è legata indissolubilmente all’industria automobilistica e alla manifattura, è forse il cardine di quel “blue wall” nordorientale che Donald Trump è riuscito ad infrangere nel 2016, e nonostante la riconquista democratica nel 2020, Biden non può certo dormire sonni tranquilli. Diversi nodi, vecchi e nuovi, insediano infatti la campagna del capo di Stato nel “Wolverine State”. Ma nemmeno Trump, costretto a lavorare con un partito repubblicano locale lacerato internamente, avrà vita facile nel ricreare le condizioni che lo portarono alla Casa Bianca otto anni fa.

È ormai generalmente riconosciuto che la negligenza del partito democratico verso gli effetti devastanti della de-industrializzazione nella cosiddetta Rust Belt (area nordorientale del Midwest compresa circa fra il Minnesota e il West Virginia) è stata fra le cause principali della vittoria di Donald Trump nel 2016. Col senno di poi, ha smesso di sorprendere che, anche se per meno di 11,000 voti, l’ex-Presidente sia riuscito a strappare ai democratici il Michigan, in cui il 19% della forza lavoro (dato record negli Stati Uniti) è impiegata nella manifattura. Da buon politico di lungo corso, dopo aver ripreso lo Stato nel 2020, il presidente Biden ha incentrato la sua strategia per il 2024 sul mantenere il sostegno di un gruppo chiave per i democratici, nonché particolarmente influente in Michigan: i sindacati. Biden ha dunque spesso affermato di essere “il Presidente più pro-sindacato della storia”, e diverse fra le iniziative bandiera dell’amministrazione, fra cui l’American Rescue Plan del 2021 o l’Inflation Reduction Act, sono state applaudite dai leader sindacali. La mossa più plateale è arrivata a settembre 2023, quando Biden ha partecipato personalmente ad un’azione di protesta della United Auto Workers (UAW), il più importante sindacato del settore automobilistico, evento senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. A maggio 2024 il Presidente ha poi aumentato le tariffe su varie importazioni cinesi relative al settore delle auto elettriche, misura poi difesa ricordando gli effetti negativi della politica commerciale di Pechino sulle comunità rurali in Pennsylvania e, appunto, in Michigan. Se fra i leader sindacali il Presidente in carica gode di un ampio sostegno, concretizzatosi nell’endorsement della UAW, del sindacato della cantieristica LiUNA (Laborers’ International Union of North America), e della confederazione AFL-CIO (American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations), non è però scontato che ciò si traduca nei voti dei membri ordinari. 

Un altro vantaggio su cui Biden può contare in Michigan è costituito dalla governatrice Gretchen Whitmer, in carica dal 2019, rieletta agevolmente nel 2022, e molto popolare fra i democratici anche a livello nazionale, tanto che viene spesso considerata una papabile futura candidata alla presidenza. Grazie all’exploit dei democratici locali nel 2022, quando ottengono una maggioranza in entrambe le camere legislative statali, la governatrice è riuscita a far approvare molte leggi di stampo liberale, fra cui nuove protezioni per la comunità LGBTIQ e misure volte a proteggere il diritto all’aborto (dal 2022 incluso anche nella costituzione statale). A inizio 2023, in seguito a una sparatoria nella Michigan State University in cui tre persone sono rimaste uccise, la Whitmer ha poi firmato diverse restrizioni sull’accesso alle armi da fuoco. Nel 2022 il Michigan ha inoltre abolito una legge anti-sindacato nota come right-to-work, approvata nel 2012 da un’amministrazione repubblicana, che permetteva agli impiegati di non contribuire economicamente ai sindacati operanti nei loro posti di lavoro. L’antagonismo di Trump, che durante la pandemia di COVID si è riferito alla Whitmer come “quella donna in Michigan” ha poi offerto un assist alla governatrice, che si è appropriata orgogliosamente dell’epiteto per galvanizzare i suoi sostenitori. Infine, a novembre 2023 il Michigan ha approvato una legge che fissa al 2040 la scadenza per una transizione totale alle energie rinnovabili, con tanto di nuovo ufficio statale creato apposta per gestire l’impatto che ciò avrà sui lavoratori dei settori più vulnerabili al cambiamento. I lunghi negoziati con le organizzazioni sindacali che hanno preceduto la stesura della legge hanno mostrato la capacità politica della Whitmer nel superare il tradizionale scetticismo del mondo del lavoro organizzato verso gli obiettivi ambientali, rendendola un’alleata ancora più preziosa per la Casa Bianca.

Come tutti gli astri nascenti del firmamento democratico, la governatrice sa bene che eventuali ambizioni future in ambito federale passano da una vittoria di Biden nel suo Stato. Un’inaspettata spina nel fianco per il Presidente in Michigan, salita alla ribalta delle cronache nazionali in seguito alle primarie di febbraio, è il cosiddetto movimento uncommitted. In protesta contro la politica di sostegno a Israele della Casa Bianca, un alto numero di elettori della comunità arabo-americana, e non solo, ha incoraggiato un voto di protesta contro il capo di Stato. La campagna ha avuto successo, conquistando il 13% del voto alle primarie (corrispondente a circa 100,000 elettori), e addirittura battendo il Presidente nella città di Dearborn, sobborgo di Detroit da quasi 110,000 abitanti con un’alta concentrazione di popolazione di origine araba, che nel 2018 ha eletto alla Camera dei Rappresentanti Rashida Tlaib, unico membro del Congresso di origini palestinesi. In uno Stato vinto nel 2020 con uno scarto di appena 150,000 voti su 4 milioni e mezzo, si tratta di numeri che Biden non può certo permettersi di sottovalutare. Perfino la governatrice Whitmer, nonostante numerosi incontri privati con diversi esponenti di spicco della comunità arabo-musulmana, si è mossa con difficoltà all’indomani dello scoppio della guerra in Medio Oriente, inizialmente scontentando, fra l’altro, anche la comunità ebraica. Il malcontento della comunità araba è tale da addirittura lasciare uno spiraglio a Trump. A maggio 2024 è stato riportato che, anche se non in forma ufficiale, un “inviato” della campagna Trump ha incontrato diversi donatori e leader della comunità arabo-musulmana a una cena in Michigan. Nonostante le posizioni fortemente filoisraeliane di Trump, l’insoddisfazione della comunità verso la politica estera di Biden va infatti anche oltre la questione palestinese, e sono in molti ad apprezzare l’approccio duro dimostrato dall’ex-Presidente verso i governi di Siria e Iran. 

Anche per il tycoon, tuttavia, la strada del Michigan è in salita. A differenza di Biden, ciò è legato soprattutto all’aspetto organizzativo. Mentre il partito democratico apriva una trentina di uffici per la campagna elettorale in tutto il territorio dello Stato, i repubblicani locali erano in preda a una feroce guerra intestina che, almeno fino a qualche mese fa, paralizzava il partito. Già a dicembre dello scorso anno c’era un’aria di fronda contro la presidente del partito locale Kristina Karamo, nota per le numerose denunce, infondate, di presunti brogli elettorali a Detroit durante le ultime elezioni. Le credenziali trumpiane della Karamo non la proteggono però dalle accuse di malversazione di fondi, e dalla quasi bancarotta in cui versano le finanze del partito. La tensione fra le fazioni pro e contro Karamo conducono lentamente allo scontro politico, e, in almeno un paio di casi, anche allo scontro fisico. A gennaio 2024 un voto dei dirigenti locali defenestra la presidente, che però rifiuta di riconoscere il nuovo leader Pete Hoekstra, favorito dallo stesso Trump. Mentre il partito nazionale riconosce Hoekstra, la Karamo resta quindi in controllo dei fondi, degli account social e dell’e-mail del partito locale. Lo stallo viene risolto solo sul finire di febbraio, in seguito a una causa legale indetta, e vinta, dalla nuova dirigenza. 

Nonostante la maggiore forza sul territorio del partito democratico, la maggior parte dei sondaggi indica, ad oggi, un leggerissimo vantaggio per Donald Trump. È lecito supporre che le spesso citate debolezze di Biden a livello nazionale (economia, età, ecc.) impattino sul voto locale, e che il messaggio anti-establishment del tycoon faccia ancora breccia fra molti elettori. Che il Michigan rappresenti un terreno estremamente complesso per entrambi i candidati è chiaro dal momento che persino Joe Biden, forse la persona con più esperienza di campagne elettorali negli Stati Uniti, non ha saputo prevedere e reagire con agilità alla sfida degli uncommitted. Dall’altro lato, non è certamente scontato che Trump riuscirà a compensare le debolezze strutturali del suo partito per rimontare lo scarto subito quattro anni fa. Da qui a novembre, il Michigan resterà probabilmente un rebus che solo le urne potranno risolvere.  

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