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TematicheRussia e Spazio Post-sovieticoIl Kosovo tra escalation sul terreno e stallo politico

Il Kosovo tra escalation sul terreno e stallo politico

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L’uccisione di un poliziotto kosovaro allunga l’elenco delle crisi tra Belgrado e Pristina e mette a repentaglio il percorso verso la normalizzazione dei rapporti

Dopo lunghi mesi caratterizzati da crescenti tensioni nei rapporti tra Serbia e Kosovo (dalla “guerra delle targhe” dell’estate 2022 al boicottaggio delle istituzioni da parte dei serbo-kosovari, fino agli scontri che nel maggio scorso hanno coinvolto i militari della missione KFOR), un nuovo evento di gravità significativa arricchisce la lista delle crisi riguardanti la regione. Un membro delle forze di polizia del Kosovo, infatti, è rimasto ucciso nell’ambito di una sparatoria che domenica 24 settembre, nella località di Banjska nel Kosovo settentrionale, ha avuto luogo per diverse ore per mano di un gruppo di assalitori di etnia serba. I membri del commando, che nel corso della giornata si sono arroccati presso un monastero medievale, sono stati poi neutralizzati dalle forze kosovare, con la conseguente uccisione di tre assalitori (un quarto è stato rinvenuto senza vita nel giorno successivo) e con l’arresto di altri di essi.

Sospetti su Belgrado

Una situazione che, come prevedibile, ha portato al massimo la tensione nei rapporti tra Belgrado e Pristina, con il Primo Ministro Albin Kurti che ha subito definito gli eventi come un’azione terroristica avvenuta con il supporto della Serbia, operata non da semplici “civili armati o contrabbandieri” ma di “forze professionali pesantemente armate”; analogamente, la Presidente Osmani ha parlato di “azioni destabilizzanti” operate da Belgrado. La reazione del Presidente serbo Aleksandar Vučić è giunta in serata;, pur condannando l’uccisione del poliziotto, è passato al contrattacco, non solo negando un coinvolgimento nell’azione attuata dal commando, ma anche descrivendo gli eventi come una conseguenza della politica oppressiva che Kurti avrebbe posto in atto nei riguardi della minoranza serba in Kosovo.


A gettare ombre sulla posizione di Belgrado concorrono però vari elementi emersi nel corso delle ore e dei giorni successivi. In primo luogo, l’ingente quantità di risorse militari a disposizione del commando e successivamente sequestrate da parte della polizia, come mostrato in alcune fotografie pubblicate sui canali ufficiali delle istituzioni kosovare. In aggiunta a ciò, le autorità hanno accusato Milan Radoičić, vicepresidente della Lista Serba (il partito egemone tra i serbi kosovari, legato al governo di Belgrado) di essere direttamente coinvolto nell’azione terroristica; ciò in virtù non solo del rinvenimento di alcuni documenti indicativi in questo senso, ma anche della comparsa dello stesso Radoičić in un video dell’assalto pubblicato dal Ministro degli Interni Xhelal Sveçla. Sempre Sveçla ha poi dichiarato che alcuni assalitori, rimasti feriti, sarebbero stati portati in un ospedale di Novi Pazar per ricevere delle cure, chiedendo a Belgrado la consegna dei membri in questione del commando.

Orizzonte incerto

Gli scontri a fuoco di Banjska, oltre ad arricchire l’elenco delle crisi tra Serbia e Kosovo, sembrano evidenziare una tendenza negativa: tali eventi, infatti, si succedono tra periodi di tempo più ristretti e si caratterizzano per un livello di tensione crescente. In questo quadro, per la diplomazia e, prima ancora, per le forze della KFOR presenti sul terreno diventa necessario un impegno sempre più intenso al fine di mantenere la stabilità e di evitare svolte negative. Sono state indicative, in questo senso, le dichiarazioni rilasciate all’inizio di settembre da parte del comandante della missione KFOR Angelo Michele Ristuccia, il quale, oltre a sottolineare la volatilità della situazione in Kosovo e la preoccupante carenza di fiducia tra le parti, ha parlato di un “processo costante di gestione delle emergenze” con riguardo alla propria missione nel Paese.

La conseguenza più significativa dell’ultima crisi, però, potrebbe riguardare il dialogo tra Belgrado e Pristina mediato da Bruxelles e finalizzato alla normalizzazione dei rapporti, un traguardo che le parti si sono impegnate a raggiungere attraverso gli Accordi di Ohrid dello scorso 18 marzo e il successivo protocollo di implementazione. Nei fatti, le due parti non hanno compiuto passi significativi verso la messa in atto delle disposizioni contenute in questi documenti, e gli ultimi incontri avvenuti a Bruxelles tra Vucic e Kurti si sono conclusi con un nulla di fatto. Sui negoziati, tuttavia, incombevano già nei giorni scorsi ombre crescenti, con il Primo Ministro Kurti che ha accusato i mediatori dell’UE di non mantenere un approccio imparziale e, in generale, i Paesi occidentali di attuare una politica troppo accomodante nei riguardi della Serbia; un’opinione condivisa da una serie di personalità politiche statunitensi ed europee che, in una lettera dello scorso mese di agosto, hanno auspicato l’attuazione di un approccio “più bilanciato” nei riguardi delle due parti e l’applicazione di una crescente pressione sulla Serbia di Vučić, criticando una linea troppo severa nei riguardi del Kosovo accusato, nei mesi scorsi, non solo per l’assenza di progressi nei negoziati ma anche di non aver compiuto passi sufficienti per alleviare le tensioni nel nord del Paese.

Rischia di non pagare, dunque, la politica posta in atto tanto dagli USA quanto dai Paesi europei verso Belgrado, volta a spingere la Serbia verso una postura maggiormente favorevole all’Occidente e all’allentamento dei legami tra quest’ultima e la Russia di Putin. Una politica culminata con l’esercitazione militare “Platinum Wolf” che, lo scorso mese di giugno, ha viste impegnate sul territorio serbo le forze di diversi Paesi tra i quali anche gli Stati Uniti, salutate con particolare entusiasmo da parte di rappresentanti di Washington.
Lo stesso Vučić, il giorno dopo gli scontri di Banjska, ha incontrato l’ambasciatore russo a Belgrado Aleksandar Botsan-Kharchenko, parlando di una “brutale pulizia etnica” che sarebbe in corso in Kosovo ai danni della minoranza serba per mano di Kurti e con la complicità di “una parte della comunità internazionale”. 

Alle ripetute crisi sul terreno, dunque, rischia di aggiungersi la mancata normalizzazione dei rapporti tra le due parti in tempi ragionevoli, nell’ambito di un avvicinamento alle strutture euro-atlantiche. 

A dispetto della sfiducia crescente che circonda i negoziati, tuttavia, i comunicati di rito da parte delle diplomazie occidentali hanno ribadito la necessità non solo di un allentamento delle tensioni, ma anche di un ritorno delle due parti intorno a un tavolo nell’ambito del dialogo mediato dall’UE. L’esigenza di una normalizzazione dei rapporti, manifestatasi in modo particolare dopo lo scoppio della guerra in Ucraina al fine di eliminare una fonte di instabilità regionale e di ridimensionare la residua influenza di Mosca nella regione e in particolare sulla Serbia, continua per il momento a guidare la politica occidentale nei riguardi della questione kosovara pur in un contesto di instabilità perdurante e di deterioramento della fiducia tra gli attori in campo.

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