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Mai più amici? Il Gruppo di Visegrad dopo il 24 febbraio

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Il conflitto russo-ucraino continua a generare tensioni e disaccordi all’interno del Gruppo di Visegrad (V4). La crisi attuale ha rappresentato un tentativo di formulare una posizione condivisa su una questione critica di politica estera. Tuttavia lo svolgimento ha messo in luce l’incapacità dei V4 a rimanere compatti su un tema dirimente per la sicurezza regionale mettendo in questione l’unità del Gruppo nel futuro. Si riconoscono due schieramenti; da un lato Polonia e Repubblica Ceca hanno posizioni filo-ucraine mentre Slovacchia ed Ungheria sono più accondiscendenti nei confronti della Russia.

Slovacchia: la “retromarcia ambigua”

La postura di Bratislava è mutata negli oltre due anni del conflitto russo-ucraino. All’inizio, la Slovacchia si è espressa immediatamente a favore dell’Ucraina ospitando oltre 130 mila rifugiati stando ai dati dell’UNHCR, traslando poi la sua posizione verso un crescente scetticismo che ha portato Bratislava ad un nuovo governo filo-putiniano. Infatti, la Slovacchia è stato il primo Paese dell’Alleanza Atlantica ad inviare equipaggiamento militare a Kyiv rafforzando il fianco orientale della NATO, e un ruolo simbolico ma importante è stato giocato da Zuzana Čaputová, Presidente della Repubblica Slovacca, la quale ha incontrato bilateralmente il Presidente ucraino occupandosi di dossier cruciali quali la difesa, la membership nell’UE e l’assistenza economica ed umanitaria.

Tuttavia, a dispetto del grande supporto dimostrato dalla classe politica e dai media slovacchi, l’opinione pubblica è stata più tiepida o in alcuni casi filorussa. Questa scollatura ha permesso all’attuale PM, Robert Fico, di vincere le elezioni alla fine di settembre del 2023. Con il nuovo PM, la Slovacchia ha compiuto una “retromarcia ambigua”. Da un lato, Fico non risparmia le critiche a Zelensky invitandolo a cedere i territori contesi a Mosca e all’UE che “opta per un escalation totale” avvicinandosi alle posizioni ungheresi. Dall’altro, all’inizio della nuova legislatura, è stata approvata una legge in cui si concede il potere decisionale al ministero della Difesa sulle licenze della vendita delle armi favorendo le lobby del settore le quali hanno ottenuto una licenza per esportare in Ucraina. Tale politica è destinata a continuare anche alla luce delle ultime elezioni presidenziali svoltesi ad aprile 2024 le quali hanno visto trionfare Peter Pellegrini, l’alleato più fedele dell’attuale governo, portando Bratislava ad allontanarsi dai partner europei come confermato dall’esclusione della Slovacchia dai tavoli importanti sul conflitto russo-ucraino

Repubblica Ceca: l’alfiere ucraino

Rispetto alla storica alleata, la Repubblica Ceca ha subito assunto una posizione coerente con la sua storicità antirussa, che tuttora mantiene e rafforza. Praga è stata una delle nazioni con la più rapida reazione all’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022, diventando uno degli Stati UE più rigidi riguardo le sanzioni antirusse e uno dei Paesi ad aver più rifugiati ucraini insieme alla Polonia. Il 24 febbraio 2022 Petr Fiala, primo ministro ceco, ha condannato le azioni di Putin descrivendo l’escalation come un’aggressione contro uno Stato sovrano, accusa accolta anche dall’ex presidente Miloš Zeman che ha sottolineato come il mandante di tali azioni andasse isolato, e che la condanna sarebbe dovuta essere concreta. 

L’aiuto praghese a Kyiv è consistente soprattutto nella dimensione militare, e recentemente il governo Fiala ha stanziato un importante arsenale che potrebbe permettere all’Ucraina di resistere ulteriormente all’invasione. A questa iniziativa Slovacchia ed Ungheria si sono sfilate. Se quella con Budapest può però apparire un’incrinatura dei rapporti che coinvolge anche Varsavia, a preoccupare Praga sono i rapporti con Bratislava, dove il nuovo corso politico slovacco ha minato il rapporto tra i due Paesi. Difatti, le divergenze politiche sul conflitto in Ucraina hanno portato Praga a sospendere nel marzo 2024 gli incontri di cooperazione tra i due Paesi. Il premier Fico ha accusato Praga di non avere un genuino interesse a voler aiutare l’Ucraina, e questo alla luce del fatto che solo la Slovacchia ad oggi ha fatto appello alla pace. Tale accusa arriva probabilmente a causa della quasi innovativa posizione di Fiala, il quale, volenteroso di avvicinarsi all’UE, non ha avuto remore a distaccarsi ai colleghi del gruppo adottando una politica più europeista e focalizzata all’incontro con l’Occidente.

Ungheria: pacifismo filorusso

L’Ungheria ha mostrato fin da subito l’atteggiamento più amichevole nei confronti di Mosca. Tale posizione ha provocato l’irritazione dei membri del Gruppo; difatti, nei primi momenti del conflitto russo-ucraino, gli altri membri V4 hanno accusato Budapest di sfruttare la presidenza del Gruppo detenuta in quel momento per portare avanti i propri interessi. Orban ha cercato in ogni modo di rallentare l’azione euro-atlantica su questioni cruciali quali le sanzioni contro Mosca, gli aiuti a Kyiv e l’adesione della Finlandia e della Svezia alla NATO. Per ultimo, le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Péter Szijjártó, hanno condannato le dichiarazioni della Francia sul possibile schieramento di truppe occidentali poiché creano “il rischio terrificante della Terza Guerra Mondiale”. 

L’atteggiamento di Budapest è dettato da tre fattori: in primo luogo, l’Ungheria nutre sfiducia nei confronti dell’Ucraina per motivi storici legati alla Transcarpazia, la regione ucraina occidentale abitata da 150 mila ungheresi, fulcro della retorica dei gruppi sciovinisti magiari che rivendicano la necessità di ripensare i confini tra i due Paesi in caso di sconfitta ucraina; in secondo luogo, l’Ungheria rimane fedele alla “apertura ad Oriente”, la strategia di politica estera di avvicinamento ai Paesi emergenti avviata nel 2010 in cui la Russia è un partner cruciale. Ciò spiega perché, secondo Orban, non esiste un “buon argomento per porre fine alla cooperazione con la Russia“. Infine, Budapest si sente in mezzo alla rivalità russo-americana dalla quale vuole tenersi fuori ma, al contempo, giocando un ruolo di mediatore in cui il Paese è “l’isola di pace”. 

Polonia: un difficile equilibrio

Con le elezioni dell’ottobre 2023 la situazione polacca ha trovato una stabilizzazione pro-Ucraina grazie al nuovo governo filoeuropeista di Donald Tusk il quale ha saldato la Polonia nella difesa di Kyiv affermando come le azioni di coloro che supportano Putin non saranno dimenticate. Come Fiala, anche Tusk reputa l’unico scenario accettabile quello in cui l’Ucraina rimanga uno Stato indipendente e unito. Infatti il PM polacco, già in precedenti incontri con il presidente Zelenskij, aveva promesso al Paese non solo l’invio di munizioni ma anche un supporto economico più generale, esplicato nell’investimento su compagnie europee dedite all’aumento della capacità difensiva dell’UE.

L’attuale supporto polacco a Kyiv è però messo in crisi proprio nella zona di confine, dove alcuni agricoltori polacchi hanno organizzato una serie di proteste a causa delle massicce importazioni di grano ucraino, condizione che ha portato un prezioso aiuto all’Ucraina ma che ha innescato una crisi nel settore agricolo locale. Tale difficoltà, emersa durante l’ultimo mandato di governo di PiS, ha portato il premier Morawiecki a fermare le importazioni per calmare le acque. Anche il governo Tusk in carica sta cercando un equilibrio tra il supporto all’Ucraina e la difesa degli interessi degli agricoltori locali evitando di aumentare le importazioni di derrate alimentari da Kyiv. Tuttavia, il supporto polacco alla resistenza ucraina è ancora saldo come dimostra l’incontro tra Tusk e il PM ucraino Denys Shmygal nel quale si conferma la speranza di un dialogo costruttivo sia con la Polonia che con tutti i Paesi europei volenterosi di trovare soluzioni effettive al conflitto. 

Un futuro incerto

L’ultimo incontro, lo scorso 21 marzo, tra i ministri degli Esteri V4 può evidenziare un momento di difficoltà vissuto al momento dal Gruppo; ciò che si può supporre ad oggi è che l’attuale status quo rimarrà creando però una frattura tra i quattro Stati, in una condizione “V2+V2”. Infatti, il conflitto ha evidenziato le divergenze strategiche tra i quattro Paesi esasperate dalle ultime tornate elettorali, con la posizione ceca più pessimista sul futuro del Gruppo prospettando uno scenario di disintegrazione. In un’intervista, il ministro degli Esteri praghese, Martin Dvořák, ha ammesso come i V4 non abbiano la forza e l’ambizione necessaria per prendere parte alle negoziazioni di pace nelle attuali crisi internazionali lamentando la pessima reputazione del Gruppo presso i partner europei. L’unica speranza di riscatto per i V4 risiede nel suo framework poco istituzionalizzato che ha sempre garantito flessibilità ai suoi membri. Rilanciare il Gruppo come forum diplomatico è un lavoro complesso ma necessario il quale può partire solo dall’individuazione di un interesse comune condiviso tra i suoi membri.

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