Il Grande Gioco in Medio Oriente: gli scenari

L’era di Trump è attenzionata da molti analisti per il definitivo disimpegno degli Stati Uniti dalla “palude” mediorientale, in continuazione con quanto fatto dall’amministrazione Obama. Il Medio Oriente, però, continua a rientrare nella dialettica del tycoon, che ha ancora diversi affari da risolvere per salvaguardare gli interessi americani nella regione.

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Il Piano di Pace
Nel corso di una manifestazione avvenuta pochi giorni fa in West Virginia, Donald Trump è tornato a parlare del famoso piano di pace per il Medio Oriente, “l’accordo del secolo” che aveva promesso all’inizio del suo mandato. Secondo quanto detto, che al momento sono per lo più dichiarazioni estrapolate da un discorso generico, dopo le concessioni fatte a Israele culminate dal simbolico spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, ora sarebbe arrivato “il turno dei palestinesi”. Non è un segreto che l’amministrazione Trump lavori insieme all’Arabia Saudita e all’Egitto per la realizzazione di un processo di pace che avrebbe del clamoroso: torna quindi in auge il piano saudita del 2002, che prevedeva la nascita di uno Stato Palestinese nelle zone della Cisgiordania e di Gaza. Una possibilità che non deve essere scartata, e che potrebbe essere stata concordata con gli stati arabi durante le trattative precedenti allo spostamento dell’ambasciata.  Nel frattempo il leader di Hamas, Haniyeh, nonostante abbia preventivamente bocciato un eventuale accordo con gli Stati Uniti, ha aggiunto che l’intesa con Israele, avvenuta tramite la mediazione dell’Egitto, è vicina: intesa che comporterebbe la fine del blocco di Gaza e la fine delle violenze registrate negli ultimi due mesi al confine con Israele.

Sanzionare il Sultano
Nel frattempo l’amministrazione Trump ha un’altra, non meno spinosa, problematica da risolvere: i rapporti con la Turchia di Erdogan. Nelle ultime settimane, e Trump non ne ha fatto mistero scrivendolo a chiare lettere su Twitter, le relazioni tra i due paesi hanno raggiunto uno dei punti più bassi. Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare la Turchia a seguito del mancato rilascio del pastore americano Andrew Brunson, in carcere dal 2016 perché accusato di essere coinvolto nel colpo di stato contro Erdogan. Le sanzioni americane sono arrivate in tre fasi: il 1° agosto sono state introdotte nei confronti del ministro degli Interni e della Giustizia turchi; il 10 agosto gli Stati Uniti hanno raddoppiato i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dalla Turchia, e il 13 agosto hanno comunicato l’interruzione della fornitura degli F-35. La Turchia da parte sua ha risposto con il congelamento di alcuni beni americani nel paese, e introducendo alcuni dazi su beni importati dagli Stati Uniti, ma ha registrato un crollo della valuta locale che ha messo in allarme Erdogan.
Le sanzioni americane contro Ankara, che hanno come pretesto la detenzione ritenuta ingiusta del pastore Brunson, vanno in realtà inquadrate in una prospettiva regionale: Trump vuole inserire a tutti i costi la Turchia nell’asse anti iraniano che sta costruendo dall’inizio del suo mandato. Non è un caso che le prime sanzioni siano state introdotte dopo che, a fine luglio, il governo turco aveva annunciato di volere salvaguardare le relazioni commerciali con la Repubblica islamica, definendo inappropriate le sanzioni varate dagli Usa contro Teheran. Direttamente da Cipro, il ministro degli esteri Cavasoglu aveva ufficialmente dichiarato che la Turchia non avrebbe rispettato le misure sanzionatorie decise da Washington contro l’Iran.
Questo ha comportato la brusca interruzione dei rapporti tra l’amministrazione Trump ed Erdogan, ed ha spinto il “sultano” nelle braccia della Russia e della Cina, seguendo una convergenza di interessi che si stava verificando già da tempo in territorio siriano. Il crollo della valuta turca, a seguito delle sanzioni Usa e della perdita di fiducia degli investitori internazionali, ha spinto la Turchia a chiedere aiuto al vicino russo e a Pechino. Nel grande gioco mediorientale, questi nuovi rapporti ed aiuti economici potrebbero portare ad un’evoluzione del conflitto siriano, con Erdogan che potrebbe accettare la perdita di Idlib (roccaforte ribelle che da quasi due anni è sotto protezione turca). L’esercito siriano, sostenuto da Iran e Russia, sta preparando l’offensiva verso quest’ultima grande sacca di resistenza al potere di Damasco: Erdogan non può permettersi l’apertura di un nuovo fronte in una situazione così delicata nel proprio paese, e sa bene che difficilmente troverà appoggi occidentali data la “guerra economica” in corso con gli Stati Uniti.

Condanna a morte e scontro settario
Ad alimentare lo spettro dello scontro settario c’è la delicata situazione in Arabia Saudita, attore centrale nei piani di Trump per il futuro equilibrio mediorientale: da giorni tiene banco la vicenda legata alla giovane attivista sciita Israa al-Ghomgham, che partecipò alle grandi proteste anti-governative del 2011, e che di conseguenza potrebbe essere condannata alla pena di morte. Si trova in carcere dal 2015 con il marito e altre tre persone, tutte accusate di aver manifestato e incitato alla protesta. Secondo Human Rights Watch i cinque imputati non sono accusati di alcun crimine violento, ma Israa al-Ghomgham rischia la condanna a morte, ed è stata giudicata dalla Corte penale saudita specializzata in terrorismo. Le proteste del 2011, che hanno coinvolto la regione orientale dell’Arabia Saudita, popolata da sciiti, sono state interpretate da Riad come un tentativo dell’Iran di mobilitare la minoranza sciita per destabilizzare il paese. Un’eventuale condanna a morte, che sarà decisa il 28 ottobre, potrebbe rappresentare un monito per l’Iran, al pari della condanna a morte dell’Imam sciita Al Nimr nel gennaio del 2016, che scatenò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e numerose proteste nel paese. Una situazione che rischia di infiammare ancora di più i rapporti tra i due stati rivali, in competizione per l’egemonia nella regione.

Il ritorno di Al Baghdadi e l’Isis 2.0
In questo scenario di instabilità, si inserisce il ritorno del Califfo dell’Isis Al-Baghdadi, che il 22 agosto ha rilasciato un audio di 55 minuti, dal titolo Give Glad Tidings to the Patient. Secondo le Intelligence arabe e occidentali la voce sarebbe effettivamente quella di Al-Baghdadi, e all’interno dell’audio diversi riferimenti a episodi di politica internazionale recenti (come le divergenze tra Stati Uniti e Turchia), avvalorano la tesi che vede il Califfo vivo e pronto a riprendere il controllo delle milizie sopravvissute sul terreno. La situazione militare di quello che rimane dello Stato Islamico è disastrosa: poche roccaforti sparse in Siria e in Iraq, prevalentemente assediate e pronte ad essere liberate dall’assalto degli eserciti regolari. Per questo Al-Baghdadi, come scrive sull’HuffPost Nabil El Fattah, grande esperto di islam radicale, ha lanciato l’ordine per la nascita di una sorta di Isis 2.0. Più simile ad Al Qaeda che allo Stato Islamico originale -fatto di ministeri, tassazione e controllo del territorio-, il nuovo “califfato” avrà come orizzonte ideologico la jihad globale. Per questo Al-Baghdadi esorta i miliziani ancora fedeli a resistere nelle “terre dell’Islam”, e a condurre attentati con esplosivi e di grande impatto, mentre invita le cellule e i lupi solitari (i “leoni feroci”) presenti in Occidente a colpire per terrorizzare la popolazione, tramite attacchi con armi bianche ed auto. Un fattore, questo, che aumenterà l’attenzione delle Intelligence occidentali sul fenomeno dei foreign fighters di ritorno dagli scenari di guerra, che potrebbero essere spinti ad agire tramite il nuovo comunicato. Comunicato che, d’altro canto, rappresenta un problema anche per il fragile processo di ricostruzione in Siria e in Iraq, minato dalla nuova minaccia di Al-Baghdadi.

Lo scenario mediorientale, come sempre, rimane estremamente fluido e intriso di instabilità nonostante i principali conflitti militari che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni si siano attenuati. Sono diversi i fronti, dalla situazione israelo-palestinese alla sopita ma perenne guerra multidimensionale tra Iran e Arabia Saudita, passando per le tensioni tra Stati Uniti e Turchia, che possono minacciare un’evoluzione pacifica della regione. La Russia oramai è pienamente entrata nel grande gioco del Medio Oriente, approfittando del vuoto lasciato dagli Stati Uniti, e nonostante le dichiarazioni del disimpegno dalla Siria, Mosca continua a tirare le fila della situazione siriana, ed avrà un ruolo primario nella campagna di Idlib. La Cina continua a rimanere attenta osservatrice delle dinamiche, interessata ai diversi aspetti economici della ricostruzione dei territori martoriati dalla guerra e alla futura architettura energetica e commerciale dell’area.
L’intero sistema regionale sta mutando nella ricerca di nuovi equilibri, e il Medio Oriente continua a sembrare una polveriera pronta ad esplodere.