Il Golfo e la diversificazione economica

Il petrolio, come tutte le risorse del nostro pianeta, non è infinito. Esso però è divenuto, durante gli anni, indispensabile per le economie di molti paesi del mondo. Alcuni di loro infatti, come i paesi del Golfo, sono riusciti a sfruttare tutto il suo potenziale e ad aumentare il proprio prodotto interno lordo soprattutto grazie all’export degli idrocarburi. Il cambiamento climatico e l’esplosione della green economy, però, hanno ridimensionato il ruolo dell’oro nero all’interno dell’economia mondiale. Quale strategia stanno attuando i paesi del Golfo per reagire a questi cambiamenti?

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Gli attori in gioco

Il Golfo Persico, o Arabico, e i paesi che bagna sono stati importanti nell’arco della storia sia sotto il punto di vista economico, sia sotto quello strategico. La sua rilevanza, oltre che in relazione alle numerose riserve petrolifere presenti sul territorio, deriva anche dalle vie marittime per il trasporto di esso. Nello specifico, quando si parla di paesi del Golfo, si parla degli stati toccati da entrambe le sponde. Per quanto riguarda la zona “occidentale” quindi, si tratta di quei paesi che costituiscono il “blocco sunnita”: Arabia Saudita, Oman, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Tutti i paesi sopra citati hanno una forma di governo monarchica con, ovviamente, un basso tasso di democrazia. Gli unici organi elettivi hanno una natura puramente consultiva e non legislativa. In questi paesi quindi vige il diktat di “no taxation without representation”: non essendo rappresentati politicamente, i cittadini non sono obbligati a pagare le tasse. Per questo motivo, infatti, le monarchie del Golfo sono anche chiamate Rentier States. Date le numerose somiglianze, sia religiose, sia economiche, sia ordinamentali, nel 1981 viene costituito il Consiglio di Cooperazione del Golfo (o Gulf Cooperation Council, GCC). Esso può essere definito come una sorta di alleanza tra i vari stati membri, che ad ora ha portato scarsissimi risultati, soprattutto per via delle differenti strategie politiche dei suoi membri (basti pensare al recente braccio di ferro tra Sauditi e Qatarioti).

Dall’altra sponda del Golfo troviamo invece l’Iraq e l’Iran, che non possono essere definiti un blocco unico per diverse ragioni. In primis, per la varietà delle comunità religiose presenti sul territorio: mentre l’Iran infatti ha una sua identità sciita, l’Iraq, nonostante la maggioranza della popolazione sia sciita (il 60% circa), ha al suo interno molte altre comunità religiose. L’altro motivo è in relazione alla natura ordinamentale dei due stati: l’Iran ha un ordinamento cd. dualistico, in quanto sono presenti sia istituzioni elettive che non elettive; l’ordinamento costituzionale dell’Iraq invece, è ancora caotico e disordinato, soprattutto per via delle numerose guerre succedutesi negli ultimi decenni.

Saudi Vision 2030: l’ambizioso piano Saudita

Bin Salman, attuale principe Saudita e futuro erede al trono del regno, per uscire da una situazione di deficit che aumenta anno dopo anno, ha ideato un piano denominato Saudi Vision 2030. I motivi scatenanti il costante deficit sono riconducibili ad un’eccessiva spesa militare su fronti inconcludenti (Yemen e Siria su tutti), e ad un’elevata disoccupazione giovanile. Oltre a generiche promesse quali la lotta alla corruzione e il progressivo abbassamento della disoccupazione (abbassandola dal 11,6 al 7%), nella Vision 2030 sono presenti misure concrete molto innovative per l’Arabia Saudita. La grande novità è soprattutto verso le donne ed il loro inserimento nel mondo del lavoro: il permesso alla guida, l’apertura attività lavorativa senza permesso del guardiano, l’apertura di posizioni importanti all’interno delle forze armate e del corpo diplomatico, il divieto di discriminazione di genere sul luogo di lavoro e la promulgazione di una nuova legge anti molestie, entrata in vigore ad inizio 2018, la quale prevede fino a 300 mila riyal (80 mila $ circa) e fino a 5 anni di reclusione, sono solo alcune delle promesse che il principe propone di attuare.
Le altre innovazioni riguardano l’intrattenimento (si prevede di investire circa 64 miliardi in 10 anni per l’apertura di cinema, i quali sono vietati dal 1979, l’organizzazione di concerti, che permetterò alle donne sia di visionare che di partecipare, di spettacoli ed eventi sportivi), investimenti esteri, sul turismo, sull’imprenditoria privata e nuove norme sulla tassazione.

Le strategie del Qatar e degli Emirati Arabi Uniti

Gli altri due paesi del Golfo che stanno attuando la diversificazione economica, cioè la variazione degli introiti che ha come obiettivo il raggiungimento di un’economia stabile, sono gli Emirati Arabi ed il Qatar.
Il primo sta cercando di creare nelle sue maggiori città, Dubai in primis, dei veri e propri hub finanziari, creando un ambiente in cui è facile investire sul piano finanziario, commerciale e immobiliare. Per esempio, mentre in precedenza per aprire una qualsiasi attività era necessaria la presenza di un socio locale, ora serve solo l’intermediazione di un agente locale.
Il Qatar invece ha costruito un sistema di rendite alternative basato su investimenti a lungo termine. Il piccolo stato del Golfo, che ha circa 400 mila abitanti, sta acquistando quote di società (come Volkswagen o Harrods), edifici strategici nel mondo (come il grattacielo Shard e la HSBC Tower di Londra) e addirittura club sportivi (quali il Paris Saint-German). Tutto ciò sta garantendo a Tamim bin Hamad al-Thani, l’attuale emiro del Qatar, non solo di resistere all’embargo Saudita di un anno fa, ma anche di creare l’immagine di un paese innovativo su cui investire.

L’oro nero non può essere più considerato come una valida forma di sostentamento. I paesi del Golfo hanno appreso come un cambiamento radicale sia importante, se non indispensabile. Oltre a cambiare gli asset economici però, i paesi del Golfo dovrebbero anche modificare la propria struttura ordinamentale, passando da monarchie a dittature carismatiche che trovano la loro legittimità sul consenso popolare.
Soprattutto l’Arabia Saudita deve invertire il deficit che oramai affligge da anni la sua economia. La Saudi Vision rappresenta l’ultima opportunità per il regime di Riyadh, e si è già in ritardo sulla tabella di marcia.