Il Generale Austin al Pentagono? La scelta di Biden fa discutere

Sebbene la principale indiziata per il ruolo di Segretario della Difesa fosse Michele Flournoy – sottosegretario per la politica durante l’Amministrazione Obama e co-direttrice del think tank Center for a New American Security – la scorsa settimana il presidente eletto Joe Biden ha scelto Lloyd Austin III, Generale in congedo dello US Army, come capo del Pentagono. Tuttavia, secondo il National Security Act del 1947 un ufficiale, per ricoprire tale ruolo, deve aver lasciato il servizio da almeno 7 anni; il Congresso però ha già concesso due deroghe: una nel 1950 e una nel 2017. Ad ogni modo, se confermato dal Senato, Lloyd Austin III sarà il primo afroamericano a guidare il Dipartimento della Difesa.

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Lloyd Austin III tra US Army e Pentagono

In 41 anni di servizio il Generale Lloyd Austin III ha ricoperto numerosi incarichi di prestigio tra il Pentagono e lo US Army. Per il Dipartimento della Difesa (DoD) è stato Chief of the Joint Operations e direttore del Joint Staff, ruolo che assiste il presidente del Joint Chiefs of Staff – il più alto grado delle Forze Armate statunitensi. Relativamente all’Esercito, Austin è stato il 12° Comandante dello US Central Command tra il 2013 e il 2016 – dal quale dipendono le operazioni americane in Egitto, Medio Oriente, Asia Centrale e parte dell’Asia Meridionale – guidando la progettazione e l’esecuzione della campagna militare per sconfiggere lo Stato Islamico in Iraq e in Siria. Inoltre, ha anche ricoperto il ruolo di Comandante Generale delle Forze Armate degli Stati Uniti di stanza in Iraq supervisionando uno dei più grandi sforzi logistici della storia militare americana: il rimpatrio delle forze militari statunitensi e della Coalizione Internazionale presenti sul territorio iracheno, sancendo di fatto il passaggio dall’operazione Iraqi Freedom all’operazione New Dawn. Nel 2016 si è ritirato con il grado di Generale a quattro stelle. 

L’editoriale di Biden e la questione del National Security Act

Nei giorni scorsi non sono mancate critiche alla scelta di Biden che, prontamente, ha pubblicato un editoriale sul The Atlantic spiegando le ragioni di tale nomina. Il presidente eletto ha detto di aver scelto Lloyd Austin III perché “so come reagisce sotto pressione e so che farà tutto il necessario per difendere il popolo americano”. Ha poi sottolineato che l’ex Comandante del CENTCOM è stato fondamentale nella gestione della sicurezza degli americani e dei suoi alleati quando l’ISIS si è imposto come minaccia terroristica globale. “Ha progettato – continua il presidente eletto – e messo in atto la campagna che ha respinto Daesh, contribuendo a costruire una coalizione di partner ed alleati composta da oltre 70 paesi che hanno lavorato insieme per sconfiggere il nemico comune”.

Secondo Biden, il prossimo Segretario della Difesa dovrà immediatamente occuparsi della logistica per distribuire i vaccini per il Covid-19; dovrà garantire il benessere e la resilienza dei membri delle Forze Armate e delle loro famiglie “messi a dura prova da quasi due decenni di guerra” e dovrà assicurarsi che il comparto militare americano rifletta e promuova la “piena diversità della nostra nazione garantendo che ogni membri delle forze armate sia trattato con dignità e rispetto inclusi gli afroamericani, latini, asiatici americani, donne e gli appartenenti alla comunità LGBTQ”. 

Verso la fine dell’editoriale, il presidente eletto ha riconosciuto che il contesto strategico in cui operano gli Stati Uniti è mutato: “le minacce che affrontiamo oggi non sono le stesse di quelle che abbiamo affrontato dieci anni fa. Dobbiamo prepararci ad affrontare le sfide del futuro e non continuare a combattere le guerre del passato”. Inoltre, Biden ha sottolineato l’importanza di una politica estera volta a revitalizzare le alleanze, all’interno delle quali la leadership di Washington sarà fondamentale, per affrontare le minacce globali che minano la sicurezza americana e dei suoi alleati, tra le quali vengono citate pandemie, cambiamento climatico, proliferazione nucleare e crisi dei rifugiati.

Se confermato dal Senato, Lloyd Austin III sarà il primo afroamericano della storia americana a guidare il Pentagono. In realtà però, con l’introduzione del National Security Act del 1947 – legge che ha ristrutturato profondamente il comparto militare americano e che ha visto la creazione del Consiglio di sicurezza nazionale e della Central Intelligence Agency (CIA) – è stato stabilito che un ufficiale deve aver lasciato il servizio da almeno dieci anni (ridotti a sette nel 2008) per poter diventare Segretario della Difesa. A tal proposito, Biden si è detto fiducioso sul fatto che il Congresso possa concedere una deroga all’ex Comandante del CENTCOM così come successo nel 1950 con George Marshall e nel 2017 con Jim Mattis, considerando anche le “numerose sfide e urgenti minacce che gli Stati Uniti devono affrontare”. 

È la scelta giusta per il Pentagono?

Oltre ai vari elogi ottenuti dopo l’annuncio di Biden – tra i quali figura quello Colin Powell, ex Segretario di Stato dell’Amministrazione Bush Jr. – come già detto, Austin ha ricevuto diverse critiche. Molti funzionari del Dipartimento, esperti del settore e gruppi per i diritti umani – che preferivano Michele Flournoy vista la sua grande esperienza al DoD e l’idea di un approccio strategico più “muscolare” nei confronti di Pechino – si stanno chiedendo se effettivamente sia la scelta giusta per guidare il Pentagono. La Seconda Guerra Mondiale, infatti, aveva dimostrato che le rivalità e lo scarso coordinamento tra le varie Forze Armate compromettevano l’efficacia militare e, dunque, il National Security Act, con l’istituzione del DoD, aveva cercato di centralizzare il processo decisionale in materia di difesa mettendo al comando un civile, figura che non sarebbe stata influenzata dalla lealtà nei confronti di un solo ramo e che avrebbe funzionato da raccordo tra le due componenti. Spesso però per gli ufficiali da poco in congedo, che passano direttamente da un ruolo militare ad uno civile ai vertici del Dipartimento della Difesa, può essere molto difficile svolgere questo tipo di compito. Inoltre, l’appartenenza alla Raytheon Company, azienda leader nel settore della difesa, la sua esperienza prettamente in Medio Oriente piuttosto che nell’Indo-Pacifico e il fatto che rappresenti lo US Army sono stati tutti elementi che hanno ulteriormente acceso il dibattito sul futuro capo del Pentagono. 

In primo luogo, i gruppi per i diritti umani non vorrebbero a capo di un Dipartimento chiave come quello della Difesa un membro del board di un’azienda che ha venduto, ottenendo miliardi di dollari, munizionamenti di precisione e bombe di vario genere all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti usati poi nel conflitto yemenita, nel quale un grande numero di civili continua a perdere la vita. In più, Austin è stato uno dei fautori del piano di Obama per fornire armi e munizioni direttamente ai ribelli siriani impegnati nella lotta al Califfato; tale mossa ha suscitato non poche critiche nei suoi confronti e, più in generale all’Amministrazione Obama. Vista la composizione variegata del Free Syrian Army – al quale facevano parte anche diversi gruppi jihadisti – parte del supporto americano è finito nelle mani di queste organizzazioni, tra cui Jabhat al Nusra, allora affiliato ad al Qaeda. Dall’altro lato, l’industria della difesa è già troppo vicina al Pentagono e molti funzionari vorrebbero evitare che siano proprio le aziende leader del settore a guidare gli interessi nazionali americani. 

In secondo luogo, molti critici hanno sottolineato che tale nomina suggerisca una minore attenzione di Biden nei confronti dell’ascesa cinese. Perché? Perché Austin ha trascorso la maggior parte della sua carriera tra Esercito e Pentagono occupandosi di Medio Oriente, Asia Centrale e Meridionale, ha una grande esperienza nella lotta contro ribelli e terroristi in Iraq, Siria e Afghanistan ma sono tutte competenze in gran parte irrilevanti ai fini del contenimento di una Cina sempre più assertiva. Inoltre, il fatto che rappresenti lo US Army ha lasciato ancora più dubbi riguardo alla sua nomina perché spesso considerata la Forza Armata meno rilevante nel contrastare l’approccio sempre più “muscolare” di Pechino. Non a caso, come ha affermato recentemente il presidente del Joint Chiefs of Staff, il Gen. Mark A. Milley – anche lui appartenente all’Esercito – “per proiettare in maniera più efficace la forza americana il potere aereo, navale e spaziale sarà sempre più fondamentale”. 


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Quale futuro per il DoD?

Come la maggior parte degli ufficiali, il generale Austin non ha alcuna esperienza nella conduzione della maggior parte delle questioni più importanti che un Segretario della Difesa deve affrontare tra cui la gestione del budget per la difesa e della burocrazia civile nonché, per esempio, dello sviluppo di sistemi d’arma. Inoltre, l’ex Comandante del CENTCOM dovrà affrontare sfide interne al DoD dove erediterà un’istituzione messa a dura prova dalla progressiva politicizzazione portata avanti dall’Amministrazione Trump. 

Oltre alla competizione con la Cina e, in parte minore, con la Russia, Austin dovrà far fronte ad un grande numero di sfide alla sicurezza e alla stabilità americana tra cui la questione nucleare della Corea del Nord, le attività regionali destabilizzanti e le ambizioni nucleari dell’Iran, una Turchia sempre più lontana dalla NATO e la continua lotta all’estremismo islamico. Tutto ciò andrà affrontato con un budget in calo a causa delle spese legate al Covid-19 e con l’ala progressista del Partito Democratico che spinge per i tagli alla difesa. Lloyd Austin III riuscirà a riportare ordine al Pentagono? Sarà la scelta giusta? È ancora troppo presto per ulteriori giudizi e commenti: saranno il tempo e i risultati a parlare.

Alessandro Savini,
Centro Studi Geopolitica.info