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Il G20 sull’Afghanistan: le sfide su profughi, diritti, terrorismo, narcotraffico e sostegno finanziario

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Il multilateralismo del G20 per la tutela degli afghani: diritti e dignità dovranno rappresentare le priorità della comunità internazionale e il monito per qualunque rappresentanza governativa andrà a costituirsi in Afghanistan.

Che la decisione degli Stati Uniti sul ritiro dall’Afghanistan sia stata improvvisa e abbia scatenato una catastrofe umanitaria è nei fatti ed è fuori da ogni discussione. Ma piuttosto che accodarsi all’antiamericanismo ormai dilagante sarebbe meglio che la comunità internazionale pensi in concreto come assumersi anch’essa le proprie responsabilità. Con il senno di poi è facile incolpare  gli Stati Uniti ma  si dovrebbe ricordare che la scelta del disimpegno risale ai tempi di Obama ed è stata voluta da Trump, sostenuta anche dalla narrazione degli analisti del livello di Foreign Affairs e presentata ai tavoli della Nato, nota quindi alla UE come agli altri attori internazionali senza che nessuno sollevasse riserve. E in molti hanno  dimenticato il particolare contesto che l’America di Biden  sta vivendo: quella che era la più grande potenza del mondo deve ancora risollevarsi da una profonda crisi interna, in cui la middle class è collassata e solo qualche mese fa ha vissuto gravissime proteste, fino a giungere all’assalto di Capitol Hill, un evento rilevatore di quanto la società americana potesse precipitare nel clima di una vera e propria guerra civile. 

Rispetto dunque ad una assunzione di responsabilità più concreta della comunità internazionale, non può  che destare  grande attenzione l’annuncio  di una possibile intesa per un G20 dedicato all’Afghanistan, ove dovrebbero essere poste almeno quatro questioni in agenda: la gestione dei rifugiati, la tutela dei diritti, la minaccia del terrorismo e del narcotraffico, gli aiuti finanziari a determinate condizioni. A dire il vero ai più attenti osservatori non è sfuggito un aspetto sul programma del G20 quest’anno sotto la Presidenza italiana e dedicato ai leitmotiv People, Planet, Prosperity: al foro delle 20 più grandi  economie del mondo si sarebbe parlato delle grandi “sfide globali”  quali la salute mondiale, i cambiamenti climatici e le diseguaglianze globali, ma nessun riferimento veniva posto ai rilevanti e connessi rischi gobali delle  pressioni migratorie, delle criticità nel sistema dei diritti, e della  minaccia del terrorismo e del narcotraffico. Era dunque emersa la preoccupazione  che specie i primi due temi potevano essere divisivi – come era già dimostrato nel contesto europeo – mentre era necessario ottenere convergenze più immediate su altre priorità, quali la lotta alla pandemia e le intese sul clima in vista della COP26. Ma di fronte alla emergenza dell’Afghanistan, specie per i suoi risvolti umanitari, il G20 doveva necessariamente essere coinvolto, a meno di non ritrovarsi anch’esso al centro delle accuse di miopia strategica e irresponsabilità. 

La prospettiva di una discesa in campo del G20 sulla questione Afghanistan ha un indubbio valore strategico per almeno due motivi. Il primo è rappresentato dalle scelte che la leadership italiana del G20, sostenuta in particolare dalla UE e da Germania e Francia, ha compiuto su un modello di “multilateralismo inclusivo”, ancorché non meno critico  nei confronti di governi autoritari, ma ben diverso dalla polarizzazione promossa al G7 di Biden con la  “lega delle democrazie” apertamente rivolta soprattutto contro la Cina. 

Il secondo motivo riguarda la stessa composizione del G20. Gli Stati Uniti sulla emergenza afghana hanno sollecitato una posizione comune del G7, in cui compaiono gli stessi Stati Uniti, la Germania, la Francia, il Regno Unito, il Giappone, il Canada e l’Italia, un campione decisamente non ampiamente rappresentativo della comunità internazionale, specie se si vogliono assumere decisioni riguardanti il quadrante mediorientale. 

Invece nel G 20 figurano paesi come la Cina, la Russia, l’India, la Turchia e l’Arabia Saudita, nazioni che certamente potranno esercitare la loro influenza sugli scenari che dovranno definire il nuovo Afghanistan, anche per i rapporti non solo economici che nel tempo hanno condiviso. Soprattutto sarà essenziale il ruolo di questi Paesi proprio sul tema della gestione della pressione migratoria  dei rifugiati afghani, cui dovranno necessariamente essere chiamati a sostenerne gli oneri di accoglienza o comunque a concorrere a definire un piano di ingresso in altri Paesi che andranno sostenuti finanziariamente. Inoltre a questi Paesi, come ad altri che hanno da tempo rapporti con i talebani quali le stesse  Cina e Russia, nonché il Pakistan e il Qatar che potranno essere invitati al G20, dovrà essere richiesto anche un ruolo fattivo e che  non risulti equivoco rispetto alla tutela dei diritti delle donne e degli oppositori, nonché nella lotta al narcotraffico – ritenuto fonte di finanziamento dei talebani – e ad ogni forma di violenza e di terrorismo. E occorrerà pensare anche al ruolo degli altri Paesi confinanti – Uzbekistan, Turkmenistan, Pakistan, Iran (oltre  che Russia e Cina) – che pur non partecipando al G20 potranno essere  invitati alle intese, favorendo un loro coinvolgimento sulla questione afghana, come è necessario che accada in particolare con l’Iran e la Turchia, i paesi da cui il transito è obbligato per i profughi afghani che vorranno raggiungere l’Europa. Una riflessione più responsabile dovrà riguardare proprio l’Europa dove il tema della ripartizione degli oneri di accoglienza è sempre stato controverso. Peraltro non fanno ben sperare  le ultime posizioni dell’Austria che di fatto sostengono la politica dei respingimenti ad oltranza chiedendo che i profughi siano gestiti in “campi di accoglienza” direttamente in Afghanistan. Non meno preclusiva è la Grecia che oltre alla barriera dei cannoni sonori ha ora annunciato il completamento della costruzione di un muro alto 5 metri alla frontiera con la Turchia, paese quest’ultimo che pur sostenendo un onere di accoglienza significativo lo ha fatto in  condizioni discutibili sotto il profilo dei diritti umani e facendone strumento strategico di condizionamento dell’ UE. Al momento le possibile apertura all’accoglienza dell’Europa sono venute dal Regno Unito, nonostante la brexit, che prevede di accogliere 20.000 profughi, dalla Germania (10.000), mentre Albania, Kosovo e Macedonia hanno concluso un accordo con gli USA che prevede una accoglienza temporanea dei rifugiati afghani diretti negli Stati Uniti che hanno già manifestato la disponibilità ad accogliere 10.000 profughi. Sullo scenario globale è stata manifestata anche la disponibilità del Canada per 20.000 persone e persino dell’Uganda per 2.000.

Ma probabilmente la questione centrale sarà chiarire con una larga condivisione la condizione che i finanziamenti destinati alla crisi afghana dovranno riguardare soprattutto la tutela della popolazione piuttosto che le casse del governo, e quindi la destinazione dei fondi dovrà concretizzarsi solo a condizione che il sistema dei diritti, specie per le donne e gli oppositori, sia assolutamente garantito, scongiurando tassativamente persecuzioni e violenze. In buona sostanza, è meglio che il G20 interessi subito una vasta rappresentanza della comunità internazionale su questi temi, e mettere le cose in chiaro sulla priorità del rispetto dei diritti e della dignità umana, un messaggio deciso che rappresenti un monito soprattutto per qualunque forma di rappresentanza governativa andrà a costituirsi nel nuovo Afghanistan. 

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