Il futuro di Beirut non si deciderà a Beirut

Cronaca della deflagrazione di un Paese tempio della complessità e dell’incongruenza.
Non esiste Libano al di fuori del regime consociativoe non esiste Libano al di fuori della geopolitica.
Il Libano è ciò che i Libanesi pensano (o meglio sperano) esso sia, ma è anche ciò che gli attori esteri decidono esso debba essere.
Il futuro del (non)Stato libanese non si deciderà a Beirut, ma a Tel Aviv, Teheran e soprattutto Washington. Parigi avrà un ruolo cruciale.
Il Libano esiste, ma a metà

Il futuro di Beirut non si deciderà a Beirut - Geopolitica.info

   We have no state, we have each other. Questo tweet della sociologa libanese Rima Majed il giorno dopo la disgrazia del porto di Beirut dice tutto. Esprime in modo tragico le incongruenze di un Paese per sua natura incongruente. Parlare di Libano significa parlare di qualcosa che esiste a intermittenza, proprio come la luce elettrica nelle case dei suoi cittadini. L’inevitabile complessità di questo Paese obbliga allora a leggerlo solo attraverso un’analisi su più livelli spaziali e temporali: tenendo a mente che tali livelli ruotano attorno a un perenne limbo tra necessità e libero arbitrio, tra l’inevitabile e l’evitabile, tra ciò che accade per decisione altrui e ciò che accade per volontà dei Libanesi. In Libano la realtà è più grigia che altrove: mai nera e mai bianca, se non nella retorica ideologica strumentale di chi di mestiere mira al potere. Il Libano è un (non)Stato senza nazione ma con dei cittadini. Il Libano, quasi come esempio accademico di epistemologia costruttivista prestato agli studenti, è ciò che i Libanesi pensano (o meglio sperano) esso sia.

   Il 4 Agosto il re è nudo. Di chi è la colpa lo si saprà più avanti (anzi forse realmente non lo si saprà mai), ma l’impressione è che la motivazione dell’accaduto sia tanto semplice quanto drammatica. Per l’ennesima volta il (non)Stato libanese ha peccato di incuria, di disinteresse verso la cosa pubblica. Negligenza, nulla più. Meglio di un attacco premeditato? Forse sì. Ancora una volta si guarda al Libano con compassione e ci si domanda se all’origine vi sia l’inevitabile o l’evitabile, una causa esterna incontrollabile o il libero arbitrio egoista della classe politica libanese. L’intreccio è come sempre irrisolvibile. Al solito insomma: It’s Lebanon, stupid!

I Libanesi sperano in una rivoluzione

   Gli eventi che hanno preceduto questa catastrofe disegnano un quadro in cui la speranza è sistematicamente scalzata dalla realtà, il volere dal potere. Da Ottobre 2019 i Libanesi sono scesi per le strade di tutto il Paese (nel cosiddetto Hirak), ridefinendo per un’ennesima volta che cos’è il Libano secondo loro. Per la prima volta nella storia si è assistito a una esplicita volontà transconfessionale di porre fine al sistema consociativo che ha retto il Paese dal 1943. Ciò che i Libanesi chiedono (consci o meno) è la fine del Libano, perché non esiste Libano al di fuori del regime consociativo. Il regime socio-politico che ha garantito una (falsa) stabilità a questo Paese viene messo in discussione in massa da parte di una popolazione spesso giovane che non ha vissuto sulla pelle la guerra civile conclusasi nel 1990 e che può permettersi di giocare col fuoco. Quella che scende in piazza è sempre più una generazione che non ha più nulla da perdere, ha fame e ha un diploma di laurea accantonato nel cassetto, in attesa di un domani migliore che non sembra arrivare.          I Libanesi che si battono per “ciò che vorrebbero” si scontrano però contro “ciò che è”: il (non)Stato libanese, ovvero la sua classe politica. La peculiarità delle rivolte libanesi sta nella frase «Killun, yani killun» (“Tutti, significa tutti”), ovvero nella volontà di “mandare a casa” tutta la classe politica, senza distinzioni confessionali o partitiche. In Libano però al potere ci sono tutti: e prendersela con tutti può significare prendersela con nessuno.

Non chiamiamo l’Hirak “rivoluzione” perché, al momento, non lo è stato. Queste straordinarie rivolte di massa, infatti, non hanno portato a nessun mutamento strutturale di tipo politico, economico, sociale e culturale del Paese. L’Hirak è una presa di coscienza e un salto di maturità socio-politica di grande dimensione da parte del questo popolo, ma nulla di più. Almeno per ora.

    Il dramma continua. A Marzo il governo ha decretato il default e la successiva crisi del Covid-19 non ha fatto che esacerbare una situazione economica pessima in cui il Paese già versava e da cui non riesce a uscire.

La parola magica si chiamaFmi. Tutto sembra dipendere da questo. Tuttavia la cronaca parla di una situazione paradossale. Nelle parole di Lorenzo Trombetta: “Prima di promettere anche solo un centesimo, l’Fmi pretende dati certi e trasparenti. Non funziona così in Libano. L’Fmi pretende che vengano avviate le riforme già approvate. Non funziona così in Libano”[1]. E allora il Libano fa la figura dello studente che non solo non ha fatto i compiti, ma è arrivato a scuola senza zaino.

   I Libanesi che non emigreranno oltre confine nei prossimi giorni scenderanno nelle piazze per gridare ancora più forte. Una cosa è però certa: dai palazzi di Beirut non arriveranno immediate concessioni “rivoluzionarie”. Le dimissioni di Diab sono mera fictio e i Libanesi sembrano saperlo molto bene. È necessario essere onesti: difficilmente anche una strage di tale portata può convincere coloro che detengono da sempre il potere a spogliarsene, colti da un improvviso senso di filantropia o di amore verso il loro popolo. In Libano soprattutto.

La geopolitica avrà la meglio

   Dove si trovano allora le chiavi del futuro libanese? Non a Beirut. Le rivolte partite ad Ottobre 2019 mostrano un altro dato importante. I Libanesi dicono no alle ingerenze esterne, ovvero no alla geopolitica. La geopolitica però rischia di essere spietata col Paese dei Cedri. Rischia di mettere una volta per tutte i Libanesi davanti al fait accompli che non esiste Libano al di fuori della geopolitica. Essa, in Libano, non è condizione sufficiente, ma sicuramente è necessaria. Ecco che il Libano è anche ciò che gli attori esteri decidono esso debba essere.

   Allora il futuro del Paese è da individuare osservando i suoi confini e oltrepassandoli: a sud in Israele e in Siria, dunque a est e a nord ancora in Siria.

Dopo uno scontro a fuoco tra Hezbollah e Israele il 27 Luglio al confine sud nei pressi delle Fattorie di Shebaa e dopo l’uccisione il 3 Agosto da parte dell’esercito israeliano di quattro uomini sulle alture del Golan (in cui non è da escludere l’implicazione di Hezbollah), la tensione è alta.

Nelle ore successive alla tragedia del 4 Agosto a Beirut, sia Hezbollah che Israele hanno rinnegato il loro ruolo. Nessuno dei due accusa l’altro. È un dato interessante: difficilmente infatti, in caso vi fosse stato dolo da parte di uno, l’altro non avrebbe colto l’occasione al volo per dichiarare guerra in un momento già così teso.

   Stati Uniti. Washington, a dispetto della retorica del disengagement in “Medio-Oriente” c’è e ci resterà. In Siria anche. Le sanzioni denominate Ceaser Act, entrate in vigore il 17 Giugno, lo dimostrano e sono di importanza capitale per il futuro del Mashrek e del Libano. La tattica dell’alta pressione di Trump non sembra risparmiare nessuno e, al contrario di alcune analisi affrettate e  ideologiche, brilla per coerenza. L’intenzione è chiara: dopo aver ucciso Kassem Soleimani, si vuole dare un durissimo colpo alla Siria di Assad e fare sentire l’eco in Libano ad Hezbollah. Israele in questo scenario è partner di primo piano. Stante così le cose, sarà crisi ancora più nera per Siria e Libano.Con Trump forse tutto è possibile, tenendo d’occhio però le prossime presidenziali americane.

   Iran. Teheran, dal canto suo, attraversa una fase economica turbolenta e Washington lo sa. La perdita del porto di Beirut (punto d’approdo al mare del cosiddetto “Corridoio imperiale iraniano”) è sicuramente un disastro per la proiezione strategica della Repubblica islamica, ma forse non più di quanto lo sarebbe perdere la Siria. Teheran guarda allora Beirut con apprensione, ma sembra allo stesso tempo tergiversare. Per ora al caos preferisce lo status quo.

   Infine la Francia. Sebbene Gli Stati Uniti avranno l’ultima parola, sarà lei un soggetto cruciale per la geopolitica libanese. Macron Giovedì 6 Agosto è accorso in visita a Beirut. Il Presidente ha sicuramente avuto un ruolo importante nelle dimissioni di Diab e ha dichiarato chiaramente che Parigi aiuterà il Libano al fine di “realizzare le riforme (…), cambiare il sistema, fermare la divisione del Libano, combattere la corruzione”. Macron dimostra di tenere al Libano come fece nel 2017 in occasione della sua mobilitazione per lo pseudo-rapimento dell’ex Primo ministro libanese Saad Hariri a Ryad. L’azione transalpina non è per nulla da sottovalutare. Infatti proprio la Francia potrebbe essere l’unico Paese a indurre gli Stati Uniti a un ripensamento circa l’idea di far saltare il coperchio libanese e levantino in generale. Parigi non vuole alcuna guerra e Teheran vorrebbe evitarla, Washington e Tel Aviv sono invece troppo imprevedibili. Il Libano (e anche l’Iran) deve guardare a Parigi se vuole la pace. La Francia, anche nella persona di Macron, si è sempre dimostrata attenta al compromesso in tutta l’area medio-orientale e la posizione dell’Esagono in Libano è carica di troppa storia, che, ancora oggi, pesa molto.

E adesso?

   Dopo che il Tribunale Speciale per il Libano, il 18 Agosto, ha giudicato colpevole “solo” uno dei quattro membri di Hezbollah imputati in contumacia in merito all’assassinio di Rafik Hariri (padre di Saad Hariri) e di altre ventuno persone nel 2005, gli scenari futuri sono nebulosi e gli appuntamenti da tenere a mente sono diversi.

   In primis la futura formazione del nuovo esecutivo. Il Presidente della Repubblica Aoun ne sarà l’incaricato e le possibilità sono due: un governo tecnico d’unità nazionale (che significa poco) in grado di portare a compimento le fatidiche riforme o (meno probabili) nuove elezioni. Il problema è che il popolo chiede tutt’altro: un sistema nuovo, uno Stato vero e proprio. Un Libano nuovo. Una rivoluzione appunto.

   In secondo luogo, , a fine Agosto si voterà all’ONU il rinnovo del mandato della missione UNIFIL a ridosso della Blue Line. Se da una parte Stati Uniti e Israele hanno cominciato a chiedere a gran voce che vengano ampliate le prerogative della missione con modifiche più sostanziali, dal canto suo, invece, Hassan Nasrallahnon vuole sentirne parlare.

   Dopo il 4 Agosto i nodi sono venuti al pettine e la questione chiave per il futuro del Libano ruota sempre attorno a Hezbollah. Il Partito di Dio, qualora voglia restare nei palazzi della politica, dovrà dire ai Libanesi e al (non)Stato libanese che cosa vuole “fare da grande”. Un Libano (alquanto utopico) senza sistema confessionale non potrebbe di certo tollerare la presenza della milizia para-militare nei suoi confini. Hezbollah però non farà passi indietro senza pressioni esterne: Washington su tutti.


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Lo scenario è triplice: status quo; (utopica) rivoluzione “senza colpo ferire”o scontro.

   Il “Medio-Oriente” appare tragicamente fragile. Dall’inizio del 2020 ad oggi in nessuno Stato si sono riscontrate stabilizzazioni sostanziali; al contrario il Mediterraneo è in fiamme e rischiano di non esistere più “Stati cuscinetto” nel Mediterraneo.

L’Italia è comparsa in loco seriamente solo il 24 agosto nella persona del Ministro della difesa Lorenzo Guerini. Tuttavia, a meno che a Beirut non si inizi a sparare, possiamo avere un ruolo importante. 

L’Europa, infinenon risulta pervenuta e Macron ne ha approfittato per sostituirsi a Josep Borrell.