Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna

E’ durata poco più di sette ore la riunione convocata nella capitale austriaca per trovare una soluzione alla crisi siriana. Seduti intorno allo stesso tavolo, per la prima volta dall’inizio delle ostilità, si sono trovati – tra gli altri – i rappresentanti di Arabia Saudita, Turchia, Iran, Russia e Stati Uniti.

Il futuro della Siria dopo i colloqui di Vienna - Geopolitica.info Leader di Stato riuniti a Vienna, 30 ottobre 2015 (cr: EPA/Ansa)

Dal documento finale elaborato dai venti Paesi partecipanti, si evince la volontà di avviare un processo politico condiviso nel paese.  Nove sono i punti che compongono il Dossier. Ovvero:

  • Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare;
  • le istituzioni dello Stato resteranno intatte;
  • i diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica;
  • imperativo accelerare gli sforzi diplomatici per mettere fine alla guerra;
  • si garantirà l’accesso umanitario a tutto il territorio e si aumenteranno gli sforzi per i rifugiati;
  • bisogna sconfiggere l’Isis e gli altri gruppi terroristici;
  • si chiede all’Onu di convocare rappresentanti del governo e dell’opposizione siriana per avviare un processo politico che porti alla formazione di un governo credibile, inclusivo, non settario, che elabori una nuova Costituzione e convochi libere elezioni, supervisionate dall’Onu;
  • questo processo politico deve essere diretto dai siriani. Lo stesso popolo siriano deciderà il futuro del proprio Paese;
  • i Paesi partecipanti e l’Onu individueranno le modalità di un cessate il fuoco parallelo al processo politico.

I colloqui dello scorso 29 ottobre sono però solo l’inizio. Tanti sono i nodi ancora da sciogliere. Nel frattempo è quanto mai utile capire chi sono i principali attori che stanno influenzando la crisi siriana.

Russia

Mosca appoggia da sempre il regime di Bashar al Assad. Fin dall’inizio il Cremlino aveva pianificato un coalizione internazione inclusiva. La Russia ha iniziato a bombardare la Siria dichiarando che il suo unico obiettivo fosse lo Stato islamico. Successivamente però, le autorità di Mosca sono state costrette ad ammettere di aver attaccato anche altri gruppi ribelli, jihadisti e non, che contendono ad Assad il controllo delle zone ancora sotto il controllo governativo. Tra questi, ci sono le milizie dell’Esercito siriano libero, in parte equipaggiate e addestrate dagli Stati Uniti. Nelle ultime settimane la Russia ha rafforzato la sua presenza nella base militare di Latakia, una città costiera siriana sotto il controllo del regime siriano.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Interfax, la Russia inviterà a Mosca alcuni rappresentanti dell’opposizione anti-Assad per cercare di risolvere il conflitto siriano. La consultazione dovrebbe avvenire nella settimana tra il 9 e il 15 novembre, e potrebbe coinvolgere anche alcuni funzionari del governo siriano.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha aggiunto che per Mosca non è più fondamentale che Assad rimanga al potere, aprendo ulteriormente la strada a una trattativa con l’opposizione.

Stati Uniti

Washington ha deciso di schierare aerei A-10 e jet F-15 nella base turca di Incirlik, nel sud della Turchia. Inoltre il Pentagono sta valutando il rafforzamento della flotta e delle risorse militari navali in Europa, per fronteggiare la crescente presenza delle forze russe nel Mediterraneo. Gli Usa si oppongono al regime siriano ma finora ha preso solo limitate iniziative per favorirne la caduta. Restano alla guida della coalizione internazionale (insieme agli Usa ne fanno parte Bahrein, Giordania, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Turchia) che in Siria bombarda obiettivi dello Stato islamico e, più raramente, del Fronte al Nusra legato ad Al Qaeda, oltre a sostenere le forze curde che combattono contro i jihadisti nel nord.

Iran

E’ l’unico alleato in Medio Oriente del regime di Bashar al Assad. Dall’inizio della guerra, nel 2011, manda soldi, armi e consiglieri militari al governo siriano. In Siria ha agito soprattutto attraverso le milizie di Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. Le autorità della Repubblica islamica hanno sostenuto ufficialmente la necessità di una soluzione politica della crisi, ma a differenza della Russia non hanno mai accettato l’ipotesi di una transizione che escluda Assad. La presenza iraniana a Vienna suscita i malumori dell’Arabia Saudita, che accusa Teheran di continuare a creare tensioni in Medio Oriente, soprattutto in Siria, Yemen e Iraq. Per Teheran il coinvolgimento nei colloqui di Vienna può essere letto come un test. L’Iran deve dimostrare la reale intenzione di giocare un ruolo costruttivo nella regione, mettendo fine alle ostilità non solo in Siria.

Arabia Saudita

Insiste che qualsiasi soluzione politica alla crisi debba passare per la fine dell’attuale regime. Per questo sostiene numerosi gruppi dell’opposizione armata sia jihadisti che moderati. Partecipa alla coalizione internazionale contro il gruppo Stato islamico e si dice che abbia fornito missili anticarro ai ribelli che combattono nel nord, soprattutto a Idlib. Ha chiesto più volte l’imposizione di una no fly zone in Siria per proteggere la popolazione civile dai bombardamenti delle forze governative. Sul futuro di Assad la posizione di Riad è intransigente. Come dichiarato dal ministro degli Esteri saudita, Adel al-Jubeir: “Non ci sono dubbi sul fatto che il presidente siriano debba uscire di scena”. Al-Jubeir ha poi aggiunto che: “l’Iran deve accettare l’idea che l’uscita di scena di Assad faccia parte di qualsiasi soluzione al conflitto in Siria”.

Turchia

La Turchia si oppone con forza ad Assad e ha denunciato più volte incursioni russe nel proprio spazio aereo. Ankara appoggia i ribelli moderati e jihadisti, compreso il Fronte al Nusra che Washington considera un gruppo terrorista.  In questi ultimi anni la politica estera di Erdogan e del primo ministro Davutoglu non può vantare grandi successi. La visione neo-ottomana si è rivelata un’illusione. La strategia del “niente problemi con i vicini”, vede oggi la Turchia ai ferri corti con la Siria e in un rapporto teso con l’Iran. E’ stata accusata di permettere il passaggio di jihadisti attraverso il suo confine con la Siria. Poi ha aperto le sue basi alla coalizione internazionale che bombarda lo Stato islamico e ha cominciato a partecipare ai raid aerei. Nel frattempo il presidente Recep Tayyip Erdoğan porta avanti la sua guerra contro le basi dei guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La Turchia si è presa qualche libertà diplomatica, ma per la sicurezza, Ankara rimane fermamente ancorata all’Alleanza Atlantica. L’ha confermato, proprio in una recente intervista alla Stampa, il Segretario Generale della Nato Stoltemberg.