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Il futuro della Bidenomics: cosa si evince dal budget federale per l’anno fiscale 2025 e perché può essere letto in chiave elettorale

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Lo scorso marzo, a distanza di qualche giorno dallo “State of Union Address”, Joe Biden ha presentato il budget federale per il prossimo anno fiscale 2025 (1° ottobre 2025 – 30 settembre 2026). Il documento consiste in uno schema riepilogativo di tutte le entrate e le uscite dei dipartimenti governativi previste per il successivo esercizio fiscale; in altre parole, rappresenta il principale strumento di politica economica dell’esecutivo. La cifra che spicca maggiormente e che ingloba al suo interno le priorità economiche, ma non solo, dell’amministrazione Biden si trova sotto la voce “uscite”: la spesa totale, infatti, ammonta a circa 7.300 miliardi di dollari, oltre un trilione (1000 miliardi) in più rispetto all’anno fiscale precedentemente concluso (2023). Attraverso l’impiego di una tale somma, Biden, come espressamente anticipato durante il “Discorso sullo Stato dell’Unione”, mira principalmente ad un miglioramento del Welfare State che andrebbe a beneficio dei cittadini meno abbienti e di una “middle class”, un tempo motore dell’economia statunitense, sempre più in difficoltà. In questo articolo analizzeremo nel dettaglio le proposte e le idee che si evincono dal budget federale, le quali vanno a rafforzare, completare ed estendere la precedente strategia economica post-pandemia, dando vita alla “Bidenomics 2.0”.

Due concetti chiave: politica redistributiva e welfare

Facendo riferimento al budget, è evidente la volontà dell’amministrazione Biden di aumentare le entrate, con le quali poter potenziare e rendere più accessibili i servizi dello Stato, il cosiddetto welfare.

In primis, la finanziaria prevede di aumentare la minimum tax per le imprese dal 15 al 21%, raddoppiare le imposte sulle multinazionali delocalizzate all’estero e negare alle grandi aziende tutta una serie di detrazioni fiscali sui pacchetti salariali superiori al milione di dollari: è chiara, quindi, l’intenzione di favorire il mercato interno e di penalizzare i compensi milionari, per lo più formati da bonus e benefit, da tempo oggetto di critiche da parte dei democratici.

Grazie a questi provvedimenti, e non solo, il governo stima 4.441 miliardi di entrate, di cui una parte verrebbe utilizzata per migliorare l’istruzione pubblica e l’assistenza all’infanzia, tramite sussidi per le cure mediche dei neonati e agevolazioni sulle rette di iscrizione alle scuole materne; anche la sanità beneficerebbe di ingenti fondi con cui estendere il programma Medicare a fasce di popolazioni più agiate economicamente. 

Tra le altre proposte spiccano: gli aiuti per l’acquisto dei medicinali e per le bollette, un rafforzamento del programma di assistenza nutrizionale, un aumento delle pensioni e una serie di misure, tra cui prestiti agevolati e sgravi fiscali, per risolvere la crisi speculativa edilizia presente soprattutto in Stati come la California.

Una politica redistributiva così ambiziosa, punto cardine della “Bidenomics 2.0”, completa le precedenti manovre finanziarie del periodo post pandemico, anche chiamate “Build Back Better” che, seppur abbiano provocato tensioni inflattive, hanno permesso una ripresa dell’economia, puntando soprattutto su investimenti infrastrutturali e settoriali spacchettati su arco decennale, i cui effetti sono ora visibili: il PIL americano, infatti, è aumentato dell’8% rispetto all’inizio del 2020.

Come più volte spiegato dal Segretario del Tesoro Janet Yellen, l’intera strategia economica, etichettata come una “modern supply side economy”, puntava sin dall’inizio ad una redistribuzione della ricchezza, la quale però avrebbe dovuto basarsi su provvedimenti concreti e di economia reale, che avrebbero avuto un impatto a livello sociale (riduzione delle disuguaglianze, maggiori capacità di consumo…) e prettamente economico, in quanto una valorizzazione del capitale umano avrebbe influito positivamente anche sul tasso potenziale di crescita della nazione.

Concentrandoci proprio su quest’ultimo aspetto, secondo il CEA (Council of Economic Adviser), grazie alle misure proposte all’interno del budget, che ricordiamo essere ad oggi economicamente fattibili grazie ai successi della prima Bidenomics, il tasso di crescita potenziale potrebbe aumentare dello 0,3% nel periodo 2030-2034.

In un’ottica di lungo periodo, poi, questa manovra finanziaria risulta essere propedeutica per il raggiungimento di altri importanti obiettivi di politica economica, uno su tutti il mantenimento della piena occupazione; tuttavia, ci sono due importanti variabili da considerare: il deficit e il debito pubblico.

Bidenomics VS Deficit e Debito

La finanza pubblica per Joe Biden rappresenta un grosso problema: lo scorso anno fiscale (2023) si è chiuso con un rapporto tra debito pubblico e PIL pari al 131%, record storico in negativo, mentre il deficit, pari a 1,7 trilioni di dollari, è quasi raddoppiato rispetto all’esercizio precedente.

Successivamente, ad agosto di quest’anno, a peggiorare la situazione, l’agenzia di Rating Fitch in risposta all’aumento del deficit ha deciso di togliere agli USA la valutazione tripla A sui titoli di Stato, generando, così, il ribasso dei mercati azionari statunitensi.

Inoltre, il deficit previsto dal budget per l’anno 2025 non accenna a diminuire, bensì ammonta a 1,7 trilioni di dollari, in quanto fortemente aggravato dall’aumento della spesa pubblica e dalle somme di denaro già stanziate per gli investimenti infrastrutturali stabiliti nell’ARPA 2021 e nell’Inflation Reduction Act.

Bisogna, però, constatare che nel lungo periodo, secondo le stime e i valori che emergono dalla proposta finanziaria, il debito tenderebbe a diminuire di oltre 3,3 miliardi in 10 anni, grazie all’ingente aumento delle entrate fiscali, le quali in parte verrebbero utilizzate per ripianare il debito consolidato.

È evidente, però, che la possibilità di risanare completamente il bilancio è ancora molto remota e soprattutto si scontra con l’obiettivo centrale della politica economica Bideniana, ovvero la riduzione delle disuguaglianze sociali ed economiche; pertanto, date le circostanze, la questione del debito assume una rilevanza politica, oltre che economica: da un lato l’amministrazione Biden non intende mettere a repentaglio i grandi equilibri macroeconomici per raggiungere obiettivi finanziari difficilmente conseguibili altrimenti; d’altro canto il GOP, come emerge dalla loro proposta, punta a conseguire il pareggio in 10 anni tramite un approccio diametralmente opposto alla fazione rivale.

In breve, la linea repubblicana può essere riassunta in due punti: ingenti tagli alla spesa pubblica (si parla di 14 trilioni) in settori come la transizione ecologica e la sanità e riduzione delle imposte sui redditi delle imprese. Il piano ha come principale obiettivo quello di ridurre debito e deficit, evitando uscite che appesantirebbero i conti pubblici e soprattutto impiegando buona parte delle entrate sfruttando, in primis quelle provenienti dai dazi verso la Cina e non solo, per pagare gli interessi maturati. Non si può, però, parlare di una vera e propria politica di austerity, in quanto i repubblicani, come da tradizione, sono intenzionati a ridurre la pressione fiscale per incentivare il settore privato e probabilmente anche per non danneggiare le medie-piccole imprese che traggono beneficio da sussidi forniti governativi.

La politica economica come strumento di propaganda

La strategia in campo economico dei due Partiti, essendo questo un anno elettorale, ed essendo l’economia uno dei temi chiave di questa elezione, diventa un’ulteriore tema oggetto di dibattito e, di conseguenza , anche un possibile strumento di propaganda usato per guadagnare consensi: si prospetta una vera e propria sfida a colpi di Budget

I democratici hanno criticato aspramente la proposta dei repubblicani, definendola irrealistica e concretamente irrealizzabile, neppure se Trump dovesse tornare alla Casa Bianca; di tutta risposta lo Speaker repubblicano della Camera Mike Johnson ha già comunicato che il Congresso, in mano al GOP, non approverà mai un Budget così “irresponsabile” che rappresenterebbe “una roadmap per il declino dell’America”.

Questa distanza ideologica e di approccio tra le due fazioni si denota pressoché su tutti i temi centrali del dibattito politico statunitense, economia inclusa. Tale polarizzazione si riflette direttamente sull’elettorato e incide negativamente sulla posizione degli elettori indecisi concentrati nei “swing states”, dalle cui decisioni molto probabilmente dipenderà il destino di Biden e Trump. 

Entrambi i candidati sono perfettamente a conoscenza di ciò, pertanto, al fine fare breccia al cuore e in certi casi alla “pancia” di quella fetta importante di cittadini, uno strumento di programmazione economica, quale è il budget, diventa un manifesto politico da sfoggiare in campagna elettorale. Chiariamo questo punto:

Biden, ad esempio, seppur consapevole della remota possibilità che la proposta venisse accolta di buon grado dal Congresso, ha deciso lo stesso di promuovere un piano atto a ridurre le diseguaglianze e volto a perseguire la giustizia sociale, implementando degli aiuti concreti per una middle class sempre più in difficoltà e sempre più conservatrice, con l’intenzione di “rubare” voti cruciali al GOP.

Per quanto riguarda la questione inerente al debito pubblico, poi, il Presidente può incolpare il Partito repubblicano, responsabile di aver bocciato molti dei provvedimenti indicati nei budget precedenti, mettendo in difficoltà Trump, il quale ha fatto del debito uno dei suoi temi di punta in campagna elettorale.

Tuttavia, dobbiamo sempre considerare che, per quanto l’indirizzo di politica economica sia dettato dall’esecutivo, l’organo che approva il budget è pur sempre il Congresso; perciò, propaganda ed elezioni a parte, gli obiettivi e le ambizioni della Bidenomics 2.0 (e del budget) rischiano di subire un ridimensionamento che ne inficerebbe l’efficacia anche in caso di un secondo mandato per Biden.

Questa complessa e intricata sfida a colpi di budget sembra che non si concluderà a novembre, con le elezioni presidenziali, bensì, sarà necessario attendere le mid-term del 2026.

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