Il fragile sistema dei diritti umani tra Nicaragua e Venezuela

A fine anno si celebreranno i settantadue anni dalla dichiarazione dei diritti umani che segna un avanzamento importante nel mondo in materia di diritti, tuttavia il percorso non può di certo dirsi concluso: l’eradicazione della povertà, la discriminazione, la disuguaglianza, il razzismo sussistono ancora. L’America Latina non fa di certo eccezione. Questa analisi si propone di analizzare e mettere a confronto due tra i paesi latinoamericani caratterizzati dal più alto tasso di violenza e diseguaglianza sociale della regione.

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Il Nicaragua e il regime Sandinista

L’elezione del leader sandinista Daniel Ortega nel 2006 ha inaugurato una fase di deterioramento democratico, caratterizzato dal consolidamento dell’ala governativa sotto il controllo del partito del suo leader, dalla limitazione delle libertà fondamentali e da una sempre più dilagante corruzione. Nel 2018, il governo sandinista, con l’aiuto di gruppi militari alleati, ha risposto ad una protesta di massa antigovernativa con violenza e repressione. Lo stato di diritto è collassato nel momento in cui il governo ha deciso di reprimere la manifestazione che, osservatori internazionali dei diritti umani, riportano aver provocato la morte di 325 persone, detenzioni extragiudiziarie, sparizioni misteriose e torture. Azioni di questo tipo si sono protratte anche nel 2019 con le medesime modalità. Questo è ciò che fa da sfondo oggi alla disgregazione totale dei diritti politici e civili. Per quanto riguarda questi ultimi, c’è da dire che il processo elettorale, da quando Ortega è stato rieletto nel 2016, non si è caratterizzato di certo per limpida trasparenza, tutt’altro. Se dapprima la costituzione prevedeva che le elezioni per eleggere il presidente si sarebbero tenute regolarmente ogni cinque anni, dalla riforma costituzionale del 2014 viene di fatto eliminato qualsiasi limite temporale. Nel 2016 Ortega è stato nuovamente rieletto con il 72% dei voti in un’elezione tenutasi piuttosto torbidamente, caratterizzata dal principale partito, quello sandinista (PLI, Independent Liberal Party) in posizione predominante e assoluta e che, con l’avallo della Corte Suprema, è riuscito a sbarazzarsi del principale oppositore e candidato, Eduardo Montealegre. Le elezioni municipali del 2017 sono un altro esempio di come anche in quella occasione il partito sandinista, non solo abbia ignorato normative locali che disciplinano il processo elettorale, ma che sette persone sono state uccise nell’immediato post elezioni, in uno scontro tra il governo e gli oppositori. Ultimo esempio di come i processi elettorali non avvengano nitidamente è l’elezione nel 2019 per il Consiglio Regionale del Nord del Nicaragua (RACCON) e del Sud (RACKS). Ebbene, osservatori indipendenti hanno dimostrato irregolarità, quali la partecipazione al voto di persone estranee alle aree autorizzate o la massiccia presenza militare per l’intero processo elettorale. Per quanto riguarda la partecipazione politica e il pluralismo, i partiti politici incontrano numerosi ostacoli legali e pratici. L’essere affiliati al FSNL è spesso richiesto come prerogativa necessaria per occupare ruoli e posizioni nel servizio civile, scoraggiando dunque la militanza in altri partiti e movimenti. Si aggiunga che ad ostacolare la partecipazione politica concorre dal 2018 un considerevole aumento dell’uso della forza da parte della polizia e dei gruppi armati affiliati al governo. A questo scenario non roseo va aggiunta l’ampia fetta di popolazione che risulta essere oggi sottorappresentata: le minoranze, specie quella indigena, le cui istanze il governo ignora totalmente, e le donne che, sebbene occupino il 45% dei seggi, continuino a non essere priorità del governo.

Il Nicaragua e il fragile sistema delle libertà civili

La stampa ha sperimentato, a partire dal 2007, crescenti soprusi e limitazioni politiche e giuridiche. Il governo continua a ostacolare e screditare sistematicamente i media e il settore giornalistico. I giornalisti sono infatti sottoposti a continue minacce, arresti e attacchi fisici, tanto che l’Inter-American Commission on Human Rights (IACHR) ha continuato a fornire protezione a moltissimi giornalisti minacciati di morte. Che l’informazione non sia libera e trasparente era chiaro già agli albori della crisi politica scoppiata nel 2008, quando di fronte al crescente flusso di proteste, lo stato ha ordinato alle compagnie televisive di cessare la fornitura di notizie attraverso i loro canali indipendenti. Dal dicembre 2018 molte emittenti televisive e digitali sono state di fatto rese inattive. In questa repressione mediatica, sono stati colpiti anche membri della Chiesa che hanno sostenuto posizioni contrarie al governo e difeso i manifestanti. In merito al diritto di associazione si può dire che anch’esso abbia sperimentato un notevole deterioramento a partire dal 2018, quando almeno 325 persone sono state uccise e almeno 2000 ferite in una protesta antigovernativa. La maggioranza degli abusi è stata perpetrata dalla polizia nazionale e dai gruppi armati alleati. Nel settembre dello stesso anno quest’ultima ha emesso una dichiarazione con la quale dichiarava “illegale” qualsiasi manifestazione di protesta fosse attuata contro il governo. Le organizzazioni non governative non ricevono sconti di trattamento, sono infatti anch’esse ostacolate nel loro operato e i loro funzionari soggetti periodicamente ad arresti e detenzioni. Osservatori rilevano a questo proposito che almeno 12 NGOS che si occupano di democrazia, diritti umani e libertà di stampa sono state costrette a interrompere la propria attività. Di fronte a questo panorama resta da chiedersi quanto stato di diritto sia effettivamente rimasto o se abbia senso parlare ancora di stato di diritto. Dal 2018, con il collasso delle istituzioni e le ripetute repressioni governative, il clima di paura e di sfiducia che si è diffuso scoraggia di fatto qualsiasi movimento voglia proporsi come alternativa. Inoltre, sebbene i diritti di proprietà, pilastro delle libertà di iniziativa individuale, siano formalmente protetti, in realtà chiunque dimostri un legame con gli FSNL riceve, in caso di dispute, un trattamento di favore. Infine, per quanto riguarda l’integrità psicofisica, essa è continuamente violata, a partire dalle mura domestiche. Infatti, dal 2012 si registra un aumento degli episodi di violenza domestica, di cui sono spesso vittime proprio le donne. Quest’ultima categoria continua a subire violazioni numerosi diritti individuali: infatti alle donne è proibito l’aborto, considerato illegale anche se effettuato per salvare la vita della madre o in caso di incesto o stupro, e punibile con la reclusione.

Il Venezuela: la disgregazione di uno Stato

Le istituzioni democratiche hanno iniziato a deteriorarsi a partire del 1999, ma le condizioni sono notevolmente peggiorate negli anni recenti a causa della continua concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo. Le autorità governative hanno sbarrato qualsiasi canale di dissenso politico, restringendo deliberatamente le libertà civili e perseguendo chiunque fosse percepito ostile e nemico. La gravissima crisi umanitaria che ha interessato il paese ha colpito migliaia di persone che si sono trovate a combattere per avere accesso ai bisogni primari. Le migrazioni di massa sono aumentate esponenzialmente e la corruzione nel paese rimane infatti una delle più pervasive al mondo. Come in Nicaragua, anche il Venezuela si caratterizza per un processo elettorale non trasparente. Se in Costituzione si prevede che il presidente abbia un mandato di soli sei anni, dal 2009 la figura presidenziale non conosce limiti di mandato. Nel gennaio del 2019 infatti, Maduro ha giurato per un nuovo mandato dopo aver vinto le elezioni del 2018. Queste ultime sono state caratterizzate per una inferiore percentuale di partecipanti (46% a fronte dell’80% di votanti alle elezioni del 2013) e dal fatto di essere state anticipate di un paio di mesi. Tale decisione, di fatto incostituzionale, fu motivata al tempo dalla volontà di Maduro di beneficiare della frammentazione dell’opposizione e favorire dunque un allineamento quasi totale intorno alla sua figura, sfruttando le fragili condizioni economiche prima che esse potessero ulteriormente peggiorare. Maduro riuscì in quella sede a intimidire l’elettorato premendo sulla “Fatherland DI”, una carta che avrebbe favorito sussidi alimentari e servizi. Ciò ha prodotto nell’elettorato la percezione secondo la quale chi avesse votato contro il leader, non avrebbe beneficiato di tali sussidi. Nel gennaio dello scorso anno è stato nominato il presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guidò, quale presidente ad interim del Venezuela, come risposta costituzionale alla rielezione di Maduro in una tornata elettorale che si era caratterizzata per non aver garantito il neppur minimo standard di legittimità. Per quanto riguarda la partecipazione alla vita politica, la situazione venezuelana non è poi così dissimile da quella nicaraguense. Gli oppositori politici sono minacciati e arrestati, talvolta è loro vietata la partecipazione alla vita politica. Dal 2015 almeno 30 dei 112 deputati eletti dell’opposizione nell’Assemblea Nazionale, si sono visti togliere le immunità. In questa repressione politica il regime di Maduro si serve apertamente dell’ala militare, rafforzando con forze paramilitari fedeli al governo. Infatti, la presenza di militari in cariche politiche e governative è notevolmente aumentata e ad oggi si può affermare senza dubbio che il corpo militare sia uno dei più potenti nella coalizione di Maduro. La presenza costante per le strade della “Milizia Bolivariana” (creata nel 2008 da Chavez per supportare i militari), insieme ai “Coletivos”, ovvero gruppi irregolari affiliati a posizioni governative, ha rafforzato le manifestazioni di violenza contro i civili, scoraggiando qualsiasi forma di associazionismo. Bisogna inoltre ricordare l’appoggio esterno che il regime ha ricevuto da parte di Russia e Cuba non solo nell’addestramento militare (è infatti in vigore un accordo stipulato tra Chavez e Castro proprio a questo riguardo) ma anche ingenti forniture russe (1 miliardo) a sostegno delle industrie minerarie venezuelane. Invece, per quanto concerne le discriminazioni e il trattamento delle minoranze, anche in questo caso si rileva una certa somiglianza di trattamento al Nicaragua. Pur essendo numerose le donne che rivestono incarichi importanti nell’area governativa, la generale sotto rappresentanza in politica contribuisce ad un debole dibattito circa le questioni serie e concrete che coinvolgono le donne, quali ad esempio la violenza di genere, diffusissima anche in Venezuela ma scarsamente dibattuta. Si aggiunga inoltre una crescente discriminazione per la comunità LGBT e indigena che manca di una effettiva rappresentanza. Secondo i report dello United Nations High Commissioner for Human Rights (UNHCHR)  la loro condizione è notevolmente peggiorata, costretta così a vedersi limitati i basilari diritti collettivi quali il mantenimento delle tradizioni e delle ricorrenze. Per non parlare di quella vastissima fetta di popolazione che ha sperimentato gravi mancanze nell’accesso a cure sanitarie, in particolare segmenti marginalizzati della società quali i malati di HIV.  Si aggiunga che similmente al Nicaragua, la corruzione in Venezuela è profondamente radicata e condiziona qualsiasi policy di governo. Non solo, ma anche la diffusione della rete di criminalità enfatizza gli effetti di un’economia in crisi la cui principale vittima rimane una già debole classe media.


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Le fragili libertà civili in Venezuela

Dalla fine del 2019 la maggior parte dei quotidiani indipendenti sono stati chiusi: ciò dimostra come la libertà di espressione sia stata notevolmente limitata. Basti pensare che solo nei primi due mesi dell’anno più di trentacinque emittenti televisive e giornalistiche sono state sottoposte a perquisizioni e il loro personale tratto in arresto. Non solo, Maduro ha deciso di monopolizzare in maniera esclusiva le infrastrutture comunicative di modo da usarle per la diffusione della propaganda politica del regime. Per quanto concerne una delle libertà civili, quella di culto, si rileva una formale tolleranza che tuttavia viene esacerbata dalle tensioni crescenti tra il governo e la Chiesa cattolica di Roma. Anche le libertà accademiche sono state soggette ad una crescente ondata di pressioni e repressioni da quando il Chavismo è salito al potere. Già con Chavez si assisteva ad una trasformazione dei curriculum formativi verso un orientamento che enfatizza il socialismo. Si aggiunga che i recenti tagli al budget e le crescenti problematiche relative al finanziamento hanno limitato di molto l’autonomia degli atenei venezuelani, causando un crescente esodo di insegnanti e favorendo una notevole riduzione del numero di studenti iscritti. E’ chiaro che il regime continua in modo pervasivo a monitorare il comportamento dei cittadini attraverso la concessione della “Fatherland ID” e i contenuti social, creando così un clima di paura. A proposito di social, a partire dal 2014, 18 utenti social sono stati arrestati e detenuti per aver manifestato sui social una posizione contraria al regime. Non dissimile è il trattamento cui è sottoposta la categoria di attivisti di NGOs, minacciati e soggetti a sanzioni legali e amministrative. Tutto ciò ci porta a riflettere su quanto sia fragile ormai la base su cui si fonda lo stato di diritto venezuelano. La politicizzazione del potere giuridico, iniziata con Chavez, è andata progressivamente aumentando e il tasso di criminalità in Venezuela è uno tra i più alti al mondo. Statistiche collocano il tasso di omicidi all’81.4% per 100.000 abitanti. Ciò dimostra come il paese sia tra i più pericolosi al mondo. Per quanto riguarda il controllo valutario e le politiche economiche imposte dal regime, esse hanno reso estremamente difficile per i venezuelani qualsiasi libertà di movimento. Ciononostante lo United Nations High Commissioner for Refugees (UNHCR), l’International Organization for Migration (IOM) e la UN Refugee Agency affermano che nel 2019 cittadini di ogni classe sociale sono riusciti a fuggire, e che il numero di migranti ha superato i 4 milioni rispetto a 1 milione del 2018. Il collasso dell’economia ha ridotto notevolmente la possibilità di accedere ai servizi medici e le condizioni ospedaliere risultano infatti drammatiche. A causa della legislazione restrittiva in materia di aborto, moltissime donne sono costrette ad abortire clandestinamente in condizioni non sicure. Le donne, insieme ai bambini, sono tra le fasce di popolazione soggette a traffici sessuali e condizioni lavorative informali.

Ilenia Giannusa,
Geopolitica.info